Una comunità cristiana incarnata nel mondo

Il Congresso Eucaristico appena conclusosi, nei tanti momenti di approfondimento e riflessione offerti, ha evidenziato tra gli altri, il dovere di incoraggiare le persone all’impegno pubblico: «l’Eucaristia si fa ostensorio che illumina anche le zone d’ombra, difficili, torbide e con la sua semplicità chiede di essere ripresentata fuori della Chiesa e dentro il vivere quotidiano».

 

La comunità della Cattedrale avverte pressante il richiamo e la vocazione ad essere comunità cristiana incarnata nel mondo – innanzitutto nella propria Città – offrendo a tutti un’agenda densa di temi che, insieme ad altri, diventino luogo di dialogo e di confronto, espressioni di solidarietà, occasioni di sviluppo e di promozione soprattutto umana e sociale.

 

Il bene comune, l’immigrazione, l’accoglienza dello straniero, la cultura dell’integrazione, la passione della politica verso le nuove generazioni sono solo alcuni dei tanti temi che trovano e troveranno posto sul sito internet: spazio aperto al contributo di ognuno.

 

Volgeremo il nostro sguardo, in questa prima riflessione, ai temi del bene comune e dello sviluppo economico – ovviamente proiettati prioritariamente alla realtà del territorio acquavivese e della nostra comunità – offrendo spunti che ci auguriamo possano stimolare una discussione costruttiva e ricca di testimonianze.

 

Partiamo da un’osservazione semplicissima: la nostra città – come tutte – costituisce un “sistema”, cioè un insieme di famiglie, istituzioni, competenze, organismi, persone che sono intrecciati tra loro.

 

E proprio da questo intreccio deriva la possibilità di vivere in modo “umano”. Dal mattino alla sera la nostra esistenza si muove tra persone e istituzioni diverse dal cui comportamento e funzionamento dipende in gran parte il nostro benessere. Si pensi all’economia  al commercio, alla sanità o al campo immenso della comunicazione.

 

Possiamo vivere bene solo se ciascuno svolge correttamente il suo servizio, secondo le sue competenze e responsabilità.

 

Dobbiamo convincerci che abbiamo bisogno gli uni degli altri e che la qualità della nostra vita non migliora con l’eliminazione degli avversari, ma piuttosto con il consolidamento di legami di collaborazione corretta.

 

È vero che la concorrenza è utile al progresso della società ma non quando diventa scontro. La concorrenza ha bisogno dell’altro e solo nel confronto con questo si sviluppa. Avvertiamo l’urgenza di insistere su questo perché la conflittualità rischia di diventare esasperata e distruttiva.

 

Esserne consapevoli aiuta a non cadere nella trappola del vedere l’altro come il “nemico”. È indispensabile che ciascuno assuma la responsabilità di purificare in se stesso le radici delle visioni unilaterali: è un lavoro che nessuno può fare in nome degli altri; ed è un lavoro doloroso perché ci costringe a confessare le nostre ipocrisie, i nostri pregiudizi, gli interessi nascosti. È un passaggio obbligato e ineludibile: in questa direzione si muove per primo chi ha buona volontà, senza attendere necessariamente che si muovano gli altri. Purificare i nostri pensieri e i nostri desideri significa diventare noi stessi più autentici. Più umani!

 

In concreto dobbiamo considerare il bene comune come un traguardo di grazia: Dio ha creato l’uomo come essere sociale e accettare questa dimensione della nostra vita è motivo di fierezza e di gioia.

Impariamo così ad accettare la misura del nostro limite – siamo piccoli e non possiamo pensare che la società si costruisca attorno ai nostri bisogni – e nello stesso tempo la nostra responsabilità: siamo inseriti nel circolo vitale del nostro paese e non è lecito “chiamarci fuori”.

 

San Paolo insegnava ai Corinzi che nella comunità cristiana nessuno può dire agli altri: «Non ho bisogno di voi» così come nessuno può asserire: «Non c’è bisogno di me». Si tratta di una riflessione che vale anche per la società civile. Ciascuno, naturalmente, farà la sua scelta e, nel compierla, deve imparare a non assumere come criterio il solo interesse personale, ma il bene di tutti. La dottrina sociale della Chiesa, parla, a questo proposito, di bene comune. Non è solo la somma aritmetica dei beni individuali né, tantomeno, una sorta di equilibrio tra le diverse necessità e i diversi interessi.

 

A cinquanta anni dall’inizio dei lavori ci piace ricordare come si esprime il Concilio Vaticano II: il bene si concreta «nell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».

 

La nostra comunità – e soprattutto noi cristiani – interpretiamo il bene comune come quello che garantisce alla persona umana il contesto di vita migliore e più efficace per sviluppare se stesso non solo nella dimensione dei beni materiali ma anche in quella dei beni dello spirito. Solo in questa prospettiva la fede può influire sulla visione del bene comune e quindi, indirettamente, sulle scelte politiche e amministrative.

 

L’inizio del nuovo anno pastorale, pur segnato da una recessione economica sempre più preoccupante e da una crisi che già sta incidendo negativamente sulla serenità di tante persone, è un’occasione propizia per ravvivare la speranza e ritrovare le ragioni vere di un impegno rinnovato. Come protagonisti di questa comunità parrocchiale non possiamo ignorare la sofferenza e il disagio delle famiglie che vedono diminuire sempre più i messi indispensabili di sussistenza, né possiamo restare indifferenti dinanzi alla disaffezione verso la partecipazione democratica alla vita del paese e alla manifesta sfiducia verso le istituzioni politiche.

 

Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo, «con umiltà e mitezza, competenza e trasparenza, lealtà e rispetto verso gli avversari, preferendo il dialogo allo scontro, rispettando le esigenze del metodo democratico, sollecitando il consenso più largo possibile per l’attuazione di ciò che – obiettivamente – è un bene per tutti».

 

Vito Caroli

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