“Sino alla fine” Omelia Giovedì Santo 2016

7343895“SINO ALLA FINE”

Se qualcuno mi chiedesse: “don Mimmo, cosa vuol dire, secondo te, amare?”, lo inviterei a messa il Giovedì santo.
In questa celebrazione Gesù insegna alla sua prima comunità il senso dell’amore e lo fa con un gesto eloquente, che, dopo duemila anni, non smette di interrogarci. Con il gesto della lavanda dei piedi e con il dono dell’Eucaristia Gesù ci offre un percorso che dà senso al desiderio di amare che ognuno porta nel proprio cuore.
Il bisogno di amare e di essere amati è scritto così profondamente nel nostro intimo, tanto da muovere le azioni, dare senso alle nostre scelte e ragione alle nostre fatiche e rinunce. Ma come tutte le cose evidenti nella vita, un po’ alla volta, ci abituiamo, non ne parliamo più fino a dimenticarcele.
Per Gesù l’amore è il senso, la ragione, il valore di tutta la sua esistenza. Abbiamo ascoltato: “sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).
Amare sino alla fine può avere almeno tre significati:
– un significato ‘temporale’. Amare «sino alla fine» significa per Gesù prolungare il suo atto d’amore nel tempo, lungo tutta la sua vita e quindi fino alla morte.
– un senso ‘quantitativo’. Gesù ha amato fino al massimo, fino all’estremo, fino al dono della vita, perché «nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (15,13).
– un significato ‘finale’, esprime, cioè, il fine di quell’amore portato all’estremo. Gesù ha amato i suoi per condurli fino al ‘loro’ compimento, fino alla comunione piena col Padre di cui lui già gode, fino cioè alla vita eterna.

Mi piace tradurre questa espressione “Li amò sino alla fine”con “li amò all’infinito”.

Li amò all’infinito perché il suo amore non finì con la croce;
lì amò all’infinito perché non si arrese dinanzi al tradimento;
li amò all’infinito perché per ognuno seppe declinare un amore personale e unico;
li amò all’infinito perché il suo amore è eterno e profondo.

Come possiamo comprendere questo amore?
Paolo nella lettera agli efesini ci dice che questo è possibile solo se Cristo abita, per mezzo della fede, nei nostri cuori “e così, radicati e fondati nella carità, possiamo essere in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza” (cf Ef 3,17-19).
Questa sera ci ritroviamo per fare memoria ed esperienza dello stesso amore infinito che ha amato fino a permettere a Pietro di rinnegare il Maestro e a Giuda di tradire il suo Signore.
Lo stesso amore, donato una volta per sempre sulla croce, ancora una volta si rende presente, tangibile, vero nell’Eucaristia: “Ecco il mio corpo, prendete e mangiate. Ecco il mio sangue, prendete e bevete”.
Il racconto del giovedì santo ci dice che siamo fatti di questo amore e per questo amore.

Ma come è possibile amare? Come si può amare?
Ce lo spiega Gesù nel vangelo che abbiamo ascoltato: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).
Gesù è un grande maestro: parla dopo aver agito, spiega ciò che ha già fatto.
Come si fa ad amare? Imitando Gesù: “come io ho fatto a voi”.
Qui troviamo la sintesi della vita cristiana. Essere cristiani vuol dire non solo sapere, conoscere, dire qualcosa ma scegliere di imitare Gesù. Scegliere di amare alla stessa maniera con la quale Egli ci ama.
Come nell’ultima cena, Gesù consegna ai suo discepoli la brocca, il catino e il grembiule perché, attraverso il servizio continuino a parlare di lui.

Nel servizio, perciò, noi troviamo il senso, il valore, il linguaggio del nostro essere Chiesa.
– Il servizio è, perciò, innanzitutto il senso del nostro essere chiesa: cioè non troviamo altro significato nelle cose che facciamo se non nel servizio. Se cantiamo, preghiamo, educhiamo i ragazzi e giovani, viviamo la carità e l’elemosina, tutto lo facciamo solo e unicamente per imitare Cristo, nostro Maestro e Signore.
Se ci ritrovassimo per altri motivi (fossero anche quelli buoni dell’amicizia, della comprensione, del bisogno di gratificazioni) perderemmo il senso di ciò che facciamo. A volte potremmo stancarci, perdere il mordente o l’entusiasmo o, addirittura, fare qualcosa solo per dovere o perché abbiamo dato una parola al parroco o ad altri. Se questo avviene (e può avvenire) c’è solo una via di uscita: chiedere perdono a Dio, permettere a Gesù di amarci nell’Eucaristia e tornare a servire.
Come facciamo a capire se il servizio non è più il senso del nostro essere chiesa? È molto facile: per lavare i piedi è necessario tenere gli occhi rivolti verso il basso. Se incominciamo ad alzare gli occhi e a vedere il viso delle persone a cui li stiamo lavando, allora smettiamo di servire, perché il senso del nostro servizio non sarà nel gesto che compiamo ma nelle preferenze degli sguardi, nella ricerca di una gratificazione, nel sorriso di un complimento, nella soddisfazione per un’approvazione. Chi serve ha gli occhi rivolti verso i piedi.
– Il servizio è anche il valore del nostro essere cristiani. Cosa vuol dire? Che a partire dal servizio tutto il resto assume un valore diverso e altre cose perdono di valore. Chi serve non prova compiacimento in ciò che lo allontana dagli altri: chiacchiere, sospetti, pregiudizi, ecc.
Il servizio è il valore, il prezzo alla sua fatica, il guadagno del suo impegno, il profitto che arricchisce il suo tempo. Tutto il resto non vale nulla.
– Il servizio è, infine,il linguaggio della comunità. Quando si entra in una Comunità, in una Nazione si impara necessariamente un linguaggio per vivere la relazione con chi vi abita. I linguaggi creano comunità, integrazione, accoglienza, familiarità.
Il linguaggio della comunità cristiana è il servizio. A volte, qualcuno ci dice che vorrebbe più accoglienza, più ospitalità e pensa che per creare più comunità sia necessario fare qualcosa, proporre iniziative, ecc. Non so se sia proprio così, perché, a volte succede che anche facendo delle attività ci si divide, si fanno preferenze, si esclude qualcuno.
Penso, piuttosto, che sia necessario che tutti parlino lo stesso linguaggio, così da potersi comprendere e accogliere. E il linguaggio della comunità cristiana è il servizio. Se tutti venissimo in chiesa con l’intenzione di declinare il linguaggio del servizio nella disponibilità, nella pazienza, nella discrezione, nel rispetto, nella gratuità ci sarebbe più accoglienza e comunità.

Miei cari fratelli e sorelle,
oggi, come gli apostoli nel cenacolo, ci ritroviamo per lasciarci amare da Gesù con lo stesso amore infinito con il quale amò i suoi discepoli. È lo stesso amore! Lo stesso con cui ha lavato i piedi a Pietro, ha offerto il suo cuore al discepolo che amava, non ha negato il pane a chi lo avrebbe tradito. Lo stesso amore che trova nell’Eucaristia il memoriale, il cibo, il sacramento dell’amore di colui che ha dato la vita per i suoi amici.
Oggi il presbitero è chiamato a compiere un gesto fatto da Gesù duemila anni fa ai suoi discepoli. È un gesto ricco di significati e di emozioni.
Non è facile lavare i piedi agli altri. In verità penso che sia più difficile lasciarseli lavare!
Già, forse, ci viene più facile amare, incontrare, correggere, insegnare piuttosto che essere amati, lasciarsi incontrare o educare da altri.
In questo gesto è indicato il senso e il valore del sacerdozio ministeriale. Il presbitero è chiamato a fare di tutta la sua vita un servizio a Dio e alla chiesa: non ci sono altri sensi, altri bisogni, altre realizzazioni nella sua vita che servire Dio e i fratelli.
Non vi nascondo quanto tutto questo sia bello, pieno, vero nella nostra vita e quanto, contemporaneamente, sia ostacolato dalla fragilità, dal peccato e della piccolezza della mia esistenza. Per questo è necessario che non solo il presbitero preghi per se stesso ma che tutta la Comunità gli sia di sostegno, incoraggiamento, aiuto in questo ministero attraverso la preghiera e la carità fraterna.

Non dimenticherò mai, all’inizio del mio ministero, quando – un po’ triste – mi lamentai con il mio padre spirituale delle cose che non andavano con i giovani della parrocchia: pretendevo di più, li volevo diversi, più entusiasti… e mentre sciorinavo le mie lamentele lui mi fermò e mi disse: “Mimmo, ma tu li vuoi bene?”.
Quella domanda non mi ha mai più abbandonato e, ogniqualvolta noto che qualcosa non va in parrocchia, mi ritorna alla mente!

Voler bene, amare è la ragione ultima, il senso profondo, il significato intrinseco di ogni gesto, parola, opera, azione, pensiero che muove la preghiera, l’annuncio della Parola, il servizio, i gruppi nella comunità cristiana.
L’amore è il profumo di Cristo che i cristiani sono chiamati a diffondere nel mondo attraverso i loro gesti e le loro parole.
“Ma tu vuoi bene?” è la domanda che questa sera vorrei lasciare ad ognuno di voi. Sia essa la sana inquietudine che, come l’acqua che cade dalla brocca nel catino, accompagni i nostri gesti, le nostre parole, le nostre gioie come i nostri insuccessi e le nostre fatiche.

Sac. Domenico Giannuzzi

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