lav“E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Carissimi,
ci prepariamo a vivere il cammino quaresimale aprendo le porte alle tre opere d’amore indicate dalla liturgia: elemosina, preghiera e digiuno.
A tal proposito, questo anno, desidero riascoltare con voi i due inviti con i quali Gesù ci presenta il digiuno:
– non diventate malinconici
– profùmati la testa e làvati il volto.

Il vangelo ci dice che per il cristiano non è necessario mostrare la tristezza o la malinconia e ci mette in guardia dal vivere sentimenti superficiali, esteriori o apparenti. Queste parole le sentiamo particolarmente vere in questo tempo di quaresima, in cui dobbiamo riconoscere che non sempre il digiuno è accompagnato da pratiche di pietà che mostrano teste profumate o volti purificati dalla gioia. Infatti, se pensiamo ad alcune manifestazioni popolari che, in questo tempo, accompagnano le immagini di Gesù o della Madonna ci accorgiamo come la tentazione di rendere “teatrale” il cammino di conversione possa caratterizzare specialmente le ultime settimane della quaresima.
Il cammino interiore di cui ci parla l’evangelista Matteo è scandito da tre passaggi che potremmo rileggere come tappe di un percorso di conversione:
– “non fate come gli ipocriti”
– “entra nella tua camera”
– “profumati la testa e lavati il volto”

1. Non fate come gli ipocriti

Innanzitutto Gesù ci sollecita a prendere le distanze dall’ipocrisia. Questa parola ha le sue radici nell’esperienza greca del teatro. L’ipocrita è l’attore che simula, imita un atteggiamento che non è realmente suo.
Siamo tutti tentati di costruirci un’immagine che non coincide pienamente con ciò che siamo o vorremmo essere. La paura del giudizio degli altri, il desiderio di essere al centro dell’attenzione, il bisogno di approvazione e lo stesso peccato ci inducono a mentire su noi stessi. Il primo invito che ci viene dal vangelo è quello di scegliere, in questa quaresima, un percorso che ci aiuti a riconciliarci con ciò che siamo.
Chiediamoci, perciò, quale maschera siamo disposti a togliere, consapevoli, come ci dice lo stesso S. Paolo, che “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,18-19). La quaresima di ricorda che in questo cammino non siamo soli. Dedichiamo, nella giornata, un momento all’ascolto del Vangelo, lasciamo parlare Gesù e lui farà cadere il velo che copre il cuore (2Cor 3,15-16).
Nelle domeniche di quaresima faremo l’ingresso con il libro delle S. Scritture, dedicheremo incontri alla lectio, porremmo al centro la Parola di Dio che “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).
Lasciamoci attraversare dalla Parola che fa cadere ogni nostra maschera.
C’è una ipocrisia anche nella tristezza. Può sembrare strano che qualcuno possa “far finta di essere triste”, ma non è così bizzarro se riconosciamo che anche la tristezza potrebbe essere uno strumento per attirare l’attenzione.
Quante storie ci vengono raccontate non per aiutarci a partecipare alla tristezza dell’uomo, per interrogarci sulle cause del malessere che accompagna l’umanità. Anche la tristezza diventa un modo per far aumentare gli indici di ascolto e i racconti di un incidente, di una malattia o di una violenza diventano solo motivo di curiosità.
È questa una tristezza esteriore che ci permette di continuare a pranzare mentre ascoltiamo di popoli trucidati, di uomini e bambini morti in mare, di violenze e ingiustizie subite. Non ci inquieta più il racconto di chi viene tradito o abbandonato, e che ci siano attori o veri protagonisti, questo non fa più la differenza.
La spettacolarizzazione del dolore accentua ancora di più l’indifferenza dinanzi al dramma dell’umanità: una sorta di anestesia che ci viene iniettata goccia dopo goccia, tra una pubblicità e l’altra, tra un gossip e uno scandalo.
Un cuore anestetizzato non è più capace di chiedersi il perché delle cose, non cerca vie d’uscita, non si chiede quali sono le proprie responsabilità e rischia, come i sacerdoti e i leviti del tempo, di passare sul cadavere di chi incontra per strada, mentre manda un sms o pensa di parlare con chi è lontano da lui ignorando chi gli è vicino (cf. Lc 10,25-37).
Siamo tutti tentati di vestirci di nero e passeggiare dietro una via crucis, masticando una gomma o chiacchierando, e, tra un “sono stati i miei peccati” e un “perdon pietà”, di preoccuparci di contare i passi e le strade, certificando che tutto sia avvenuto come l’anno precedente.
Un dolore esteriore che ci intenerisce dinanzi alle immagini o rappresentazioni di Gesù in croce, offuscando i nostri occhi con il velo dell’ipocrisia che non ci permette di guardare i tanti crocifissi che abbiamo attorno a noi.
Scusatemi se sono un po’ duro. Ma sento questo invito forte anche per me, che, come voi e con voi, oggi inizio il cammino quaresimale.

2. Entra nella tua camera

San Francesco di Sales scrive che “il demonio approfitta della tristezza per tentare i buoni, cercando di far sì che siano tristi nella virtù, come tenta di far sì che i cattivi si rallegrino dei loro peccati. […] Adora vederci tristi e disperati, perché egli è triste e disperato per tutta l’eternità e vorrebbe che tutti fossero come lui” (Introduzione alla vita devota).
C’è una tristezza che viene dal peccato: è quella che nasce dall’invidia e dalla gelosia. Una tristezza che rovina l’opera di Dio perché ci rende incapaci di riconoscere la bellezza dell’immagine di Dio che è in noi e negli altri.
Questa tristezza entra pian piano nel nostro cuore, come un tarlo fino a cambiare le motivazioni per cui abbiamo iniziato qualcosa. Pensiamo alla concorrenza nel lavoro, alla gara nell’impossessarci di alcuni affetti, al bisogno di emergere ovunque.
Cosa avviene nel nostro cuore quando proviamo gelosia o invidia? Assistiamo ad una lenta trasformazione dove il desiderio per il bene, la voglia di impegnarci, l’entusiasmo per la vita, un po’ alla volta, si trasformano in insoddisfazione, vendetta, calunnia, divisione e, soprattutto, tristezza.
Facciamo risuonare nel nostro cuore l’invito di Paolo: “gareggiate nello stimarvi a vicenda… Rallegratevi con quelli che sono nella gioia” (Rm 12,9.15).
La seconda tappa del nostro cammino è nel cuore: “entra nella tua camera”. La vita cristiana trova nel cuore la sua sede principale: “perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).
Il cuore è la sede dell’incontro con Dio (“amalo con tutto il cuore”). Nel cuore impariamo a dare un nome ai nostri sentimenti, alle nostre emozioni. Nel cuore comprendiamo il senso del peccato che ci allontana da Dio. Abbiamo ascoltato: “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso” (Gioele 2,13).
Il cuore è la camera in cui la donna ha baciato e lavato i piedi al Maestro, Zaccheo ha ospitato il Signore, i discepoli di Emmaus hanno riconosciuto Gesù, Tommaso è rimasto folgorato dal Risorto, Pietro ha pianto ricordando il tradimento.

3. Profumati il capo e lavati il volto

Quando il Signore entra nel cuore, allora comprendiamo perché Gesù ci dice: “lavati il volto”. Potrebbe sembrare che il Maestro ci induca ad una nuova ipocrisia, a nascondere ciò che proviamo.
Ma non dobbiamo dimenticare che il lavare il viso e profumare la testa richiamano i gesti quotidiani con i quali si ricomincia una nuova giornata, ci si sveglia dal sonno, ci si prende cura di se stessi e dell’incontro con l’altro.
Gesù ci dice:
– se vuoi vivere secondo il vangelo non rendere “teatrali” le tue opere;
– non rendere la preghiera uno spettacolo a cui assistere o l’altare un palcoscenico; non preoccuparti di gridare o farti sentire quando preghi e canti; prega con gli altri senza fretta e non rallentare eccessivamente, fa che la tua preghiera sia un unico canto a Dio con la comunità; quando preghi sii te stesso, non ti nascondere, non mettere la maschera, porta la tua vita.
– Non sbandierare ciò che fai per l’altro, non mettere il bene dinanzi alla sua faccia, rinfacciandoglielo. Ricordati spesso che ciò che dai è, in fondo, una restituzione (Lc 16,1-13) a chi non ha avuto le tue stesse possibilità o occasioni.
La carità è una restituzione all’altro, ma è anche una restituzione a Dio. Ricordiamo le parole di Piergiorgio Frassati: «Gesù mi fa visita ogni mattina nella comunione e io la ricambio nel misero modo che posso visitando i poveri». Vivi la carità nel silenzio e gioisci per il bene che semini senza pretendere di raccogliere il frutto.
– Non mostrare le tue rinunce, i tuoi sacrifici, il tuo impegno. Non ti lamentare se altri non agiscono come te, se non fanno ciò che fai tu o ciò che vorresti facciano per te. Non rallentare gli slanci di carità e amore che accompagnano il servizio col macigno della polemica, della lamentazione, del pettegolezzo, del rimprovero inopportuno.
Nell’amore non c’è spazio per la tristezza. Per il bene dell’altro metti da parte il tuo autocommiserarti, la ricerca del tuo apprezzamento, il bisogno di occupare il primo posto.

Il segno della cenere sul nostro capo ci ricorda un uso antico fatto dalle nostre nonne. La cenere serviva per lavare e purificare i panni. Mi piacerebbe che oggi questo gesto richiamasse l’invito di Gesù: “profumati la testa e lavati il capo”. E se anche portiamo con noi il peso delle fragilità, il dolore per qualche sconfitta, la tristezza per qualche incomprensione, lasciamo che risuoni in noi l’invito del Signore: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,12).

don Mimmo Giannuzzi

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