La pasqua è un avvenimento che si trasmette tra generazioni: “A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, – scriveva S. Paolo – cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto” (1Cor 15,3-7).

Ecco l’annuncio pasquale: una staffetta che passa tra generazioni. Dai piedi affaticati degli anziani alle mani callose dei genitori, dai passi più decisi dei padri e delle madri ai passi entusiasti dei figli.
È per questo motivo, miei cari, che in questo giorno di Pasqua desidero invitarvi a riflettere sulla trasmissione della fede alle nuove generazioni. È una esigenza pasquale, un richiamo che ci viene dalle origini della nostra fede.
Vorrei prendere due immagini:

1. Giovanni si ferma dinanzi al sepolcro e fa entrare Pietro
L’evangelista Giovanni ci racconta che Maria di Magdala, recatesi al sepolcro quando ancora era buio, si accorse che era stata tolta la pietra e, perciò, corse ad avvistare Pietro e Giovanni. L’evangelista ci dice che “correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro”.
La corsa di Giovanni è emblematica di una forza che appartiene alla giovinezza. In alcune cose i giovani arrivano prima. Gli ideali, i sogni, le passioni non sono appesantiti dal passo stanco e prudente dell’esperienza. Questo dovrebbe essere ovvio. Ma è così?
Oggi assistiamo ad un cambiamento di velocità. Ci sono giovani – tra i 18 e 24 anni – che non hanno un lavoro né sono all’interno di un percorso di studi (i cosiddetti Neet). In Italia nel 2017 erano 25,7% (1 giovane su 4). Purtroppo nella classifica europea questo dato ci pone al primo posto rispetto a tutte le altre nazioni (dati Eurostat).

Qual è il nostro atteggiamento nei loro confronti?

Parafrasando il racconto di Giovanni potremmo immaginare un Pietro che vedendo l’apostolo più giovane seduto su un sasso senza far nulla lo guarda e – pensando fra sé “ai miei tempi io correvo più veloce; questo fannullone sta tutto il giorno a casa senza far nulla” continua la sua corsa, orgoglioso, sapendo che lui al sepolcro arriva sempre per primo. Cosa avrebbe dovuto fare Pietro? Lui ha da fare “deve portare il pane a casa”, “mettere a posto le sue cose”, produrre, essere efficiente, allenarsi per mantenere il passo veloce. Forse basterebbe sedersi un attimo sulla stessa pietra. E accorgersi che se il giovane Giovanni è fermo su un sacco è anche perché, forse senza consapevolezza, quel masso ai piedi glielo abbiamo legato noi quando, da piccolo, gli abbiamo insegnato che se vuol essere felice deve farsi strada sgomitando sugli altri, che se fa capricci può ottenere tutto, che nella vita vali solo se sei il primo, se produci, se pensi a te stesso. E questo masso diventa ancora più grande se lo lasciamo solo a dinanzi ad uno schermo in cui chi vale è solo chi ha un talento da mostrare a vecchi travestiti da giovani che lo valutano per ciò che sa fare non per ciò che è. Il Pietro che corre preoccupato di arrivare per primo assomiglia ai tanti adulti che amano più la giovinezza dei giovani.

Se davvero l’evento pasquale è l’essenziale della nostra fede adulta, cosa abbiamo da dire su Cristo a questa generazione?

Innanzitutto, forse, dovremmo togliere qualche orpello che appesantisce l’annuncio della fede.
Dovremmo smettere di anteporre la vita morale al senso della vita stessa, rendendo, così, la prima un macigno da cui liberarsi al più presto per essere felici.

Prima di dire “vai a messa”, dovremmo spiegare perché incontrare il risorto nell’eucaristia ci cambia la vita, senza nascondere le nostra fatiche nel pregare e cercare il Signore. Piuttosto che imporre i sacramenti della comunione, della cresima, del matrimonio dovremmo chiederci cosa vuol dire far entrare il vangelo nelle tappe essenziali della nostra crescita.

Come possiamo continuare a dire ad un adolescente che è bene farsi la cresima “per togliersi il pensiero” o andare alla ricerca di padrini che, per primi, non mettono un piede in chiesa dalla loro cresima? Cosa penserà una bambina della sua prima comunione con il Signore se l’unica preoccupazione della mamma sarà la sua acconciatura e l’unico commento della nonna sarà “stai davvero bene” o, peggio, “ti è piaciuto il regalo”? Questa generazione non sa cosa farsene di un’ora di religione a scuola se poi tutte le altre ore della giornata o settimana parliamo loro come se Dio non ci fosse.

Il loro stare fermi su un sasso per noi è una provocazione. Immagino il giovane Giovanni che guarda Pietro affannarsi e si chiede: “vediamo dove va a finire, dove lo porta questa corsa”.

In questa provocazione vedo l’annuncio della fede.

Noi celebriamo la Pasqua del Signore, celebriamo la vita nuova che ci viene da Cristo. Chi è Gesù nella corsa della vita?
Per noi Gesù risorto è la meta, la sorgente, la forza della vita.

Gesù è la meta. Come ci ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei, noi crediamo che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). La pasqua ci ricorda questa prima e fondamentale verità della fede. La nostra corsa è una corsa verso la città futura. C’è un film che amo particolarmente: è il film che racconta la vita di S. Filippo Neri dove Gigi Proietti in modo magistrale e ironico impersonifica il grande prete romano. Di questo film mi piace il titolo che richiama una frase di S. Filippo Neri quando gli propongono di diventare cardinale: “Preferisco il paradiso”.

È una frase “pasquale” che sintetizza la meta del nostro pellegrinaggio, dove il paradiso non è un luogo dell’aldilà ma un orizzonte che dà senso alla vita e, perciò, alle scelte. Il giovane Giovanni che chiede al vecchio Pietro “perché corri?” dovrebbe sentirsi dire: “perché preferisco il paradiso”.

Preferisco il paradiso ad una società che mi promette la felicita a poco prezzo, che non sa dare un senso alla fatica e all’impegno
Preferisco il paradiso a chi mi dice che è meglio tutto e subito
Preferisco il paradiso a chi trova una scorciatoia ai problemi della vita con l’aborto e l’eutanasia
Preferisco il paradiso a chi pensa che pregare è una perdita di tempo
Preferisco il paradiso a chi pensa che il pezzo di terra su cui vive è suo solo perché ci è arrivato per primo
Preferisco il paradiso a chi grida, a chi pensa di essere migliore degli altri, a chi usa i poveri come una pietra di scarto perché nel paradiso saranno loro ad accogliermi.

2. Le donne videro un giovane
C’è un secondo episodio che ci viene raccontato nel vangelo. Marco ci dice che le donne mentre si recavano al sepolcro dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Ma arrivate al sepolcro si accorgono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (cf. mc 16,1-7).

Viviamo un tempo in cui sentiamo tutti il peso dei cambiamenti nel lavoro, nelle famiglie, nelle società, nella chiesa stessa. “Chi ci farà rotolare via la pietra?”.
Le donne fanno una esperienza sconvolgente: la pietra è già stata rotolata! È l’esperienza della Pasqua! Un evento meraviglioso dove i massi che soffocano, affaticano, appesantiscono le nostre giornate sono rotolati via da una forza che entra nella storia e la cambia. Il cristianesimo, dopo duemila anni, conserva questa energia perché è la forza dello Spirito Santo. Se non fosse così non avrebbe senso il nostro ritrovarci insieme in questo giorno di Pasqua. Questo avvenimento è la rivoluzione cristiana.

Noi crediamo che “con la forza dello Spirito, Dio agisce nell’intimo dei cuori, perché i nemici si aprano al dialogo, gli avversari si stringano la mano e i popoli si incontrino nella concordia. Per suo dono la ricerca sincera della pace estingue le contese, l’amore vince l’odio e la vendetta è disarmata dal perdono” (cf. Preghiera eucaristia della riconciliazione). Questo lo crediamo sia se siamo di destra che di sinistra. Lo crediamo perché se non fosse così la politica resterebbe incatenata solo a semplici interessi momentanei.

Noi crediamo che la vita ha un valore che non è dato un uomo, uno stato, un potere. Anche quando i problemi sembrano insormontabili, faticosi, impegnativi. La soluzione alla vita non è mai la morte ma sempre e solo l’amore.
Conosciamo lo smarrimento di una coppia nell’affrontare un gravidanza problematica o inaspettata; la solitudine di una famiglia nell’accompagnare un ammalato cronico o nel prendersi cura di un disabile; il timore delle nostre società chiamate a confrontarsi con l’accoglienza di popoli o nazioni di culture diverse. Tutto questo ci sembra un macigno insormontabile.

Ma pasqua ci ricorda che la soluzione non è mai la morte. Questo è il nostro punto di partenza, il nostro orizzonte, la tavola attorno alla quale ci ritroviamo con l’onestà della nostra mente e la tenerezza del nostro cuore. Questa è la sorgente che chiede un cambiamento personale prima che sociale o politico.

Le donne che si lasciano sconvolgere dall’evento pasquale “videro un giovane” (Mc 16).

Vorrei concludere con due espressioni di questo giovane: “non abbiate paura” “Egli vi precede”. Già, perché i giovani hanno da dirci qualcosa sulla pasqua.

Ci dicono innanzitutto di non avere paura. Vorremmo senticelo dire più spesso dai giovani cristiani!
Vorremmo leggerlo nei loro volti e tra le loro amicizie. Vorremmo che ci aiutassero, quando è necessario, ad aprire le finestre delle nostre sicurezze per fare entrare anche nelle nostre chiese un po’ di audacia.

Come? Vi faccio un esempio:

Sono stato a trovare due miei cari amici non praticanti che convivono. Abitano in una grande città. Hanno deciso di vivere insieme in un piccolo appartamento fatto di due stanze: una camera da letto e un soggiorno-cucina. Sono andato a trovarli con un amico e ci hanno ospitati per un breve periodo. Loro hanno scelto di convivere perché si amano, il loro affetto è così profondo che il desiderio di una grande casa, di una stabilità lavorativa non li ha indotti a rimandare la loro convivenza. Si amano così tanto che nella loro piccola famiglia e nella loro casa c’è sempre posto per qualcuno. La loro convivenza sarà, poi benedetta dal sacramento del matrimonio.

Ma mi sono chiesto: quanto del vangelo c’è già in quella casa? Quanto questo stile di vita potrebbe assomigliare alla pasqua?
Purtroppo da noi succede il contrario: ci si sposa in chiesa quando si hanno i soldi sufficienti per festeggiare, quando ci si sente sistemati, quando non si ha bisogno di nessuno (neanche di Dio) per essere felici.

Dovrebbe essere il contrario: una giovane coppia cristiana potrebbe dire “noi ci amiamo così tanto da non poter rimandare il nostro matrimonio benedetto da Dio, crediamo così tanto il lui da sentirci guidati dalla Provvidenza di Dio. Per ora ci sposiamo in chiesa, quando avremo una maggiore stabilità economica faremo una festa invitando a pranzo amici e parenti”.

Ho conosciuto giovani cristiani (e non) che hanno fatto scelte grandi, che mi hanno insegnato a non avere paura del Vangelo, di fare il primo passo anche dinanzi al giudizio o alle paure altrui.

L’ultima parola è “Egli vi precede”.

È vero che i giovani corrono, sono più veloci ma “egli vi precede” sempre. Gesù è la giovinezza della storia e della Chiesa (ce lo ha ricordato recentemente Papa Francesco) perché lui ci precede sempre.

Sarebbe bella una chiesa che riesce ad andare più avanti della storia, capace non solo di interpretare i cambiamenti ma di provocarli!

Una chiesa fatta di persone capaci di leggere oltre la cronaca, gli episodi o gli avvenimenti.

Una chiesa che profuma di primavera e che, di questa stagione, è capace di sopportare le piogge improvvise ma che gode anche delle splendide giornate di sole e si lascia riempire dal profumo dei fiori che annunciano i frutti del regno.

Una chiesa che non ha la presunzione si sapere tutto di tutti, o di dire tutto su ogni argomento ma che ha la consapevolezza e l’umiltà di cogliere i passi del Maestro che la precede.

Una chiesa accelerata che prende il tempo non dai condizionamenti storici ma da piedi di Cristo, lo sposo che “come una gazzella o un cerbiatto “viene saltando per i monti, balzando per le colline” (Cantico 2,8).

d. Domenico Giannuzzi
Pasqua 2019

Leave a reply