«RACCONTACI, MARIA: CHE HAI VISTO SULLA VIA?»

mariamagdSe il giovedì santo celebriamo l’amore, il venerdì la speranza, nella pasqua del Signore celebriamo la nostra fede.
La liturgia del cero pasquale, l’ascolto della Parola di Dio e la benedizione dell’acqua ci preparano a rinnovare insieme l’atto di fede in cui diciamo “Credo”.
• Ma cosa vuol dire credere?
La fede nasce da una curiosità, da una domanda che la liturgia, nella sequenza pasquale, mette sulle labbra del cantore, il quale, rivolgendosi a Maria di Magdala, chiede: «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
Questa domanda risveglia in noi un desiderio profondo, una ricerca di verità che l’evangelista Giovanni mette sulle labbra di Gesù all’inizio e alla fine del suo vangelo quando ai due discepoli [di Giovanni] il Maestro domanda: «Che cercate?» (Gv 1,35-39) e lo conclude con Maria che piange dinanzi al sepolcro vuoto, alla quale il Signore dice: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Nella Bibbia la prima domanda è sempre di Dio: è lui che cerca l’uomo e, nell’uomo suscita il desiderio. La Bibbia è una selva di domanda: Adamo dove sei? (Gen 3,9) Dov’è Abele tuo fratello? (Gen 4,9) Chi manderò? Chi andrà per noi? (Is. 6,8)?
Il credente perciò declina la domanda di Dio sulle sue ricerche. Abbiamo ascoltato da Isaia: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocàtelo, mentre è vicino” (Is 55).
La domanda “chi cercate?” mette in luce, però, una difficoltà: non è sufficiente cercare, dimenarsi e affannarsi. È importante sapere chi, cosa stiamo cercando. Anche la ricerca, però, va purificata con la fede.
Nel vangelo di Matteo alle donne che corrono al sepolcro viene detto: “So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui” (Mt 28,5). Ci sono dei luoghi in cui Gesù non c’è. Dove i nostri affanni nella ricerca approdano verso il nulla.
Nel vangelo di Giovanni, Gesù stesso indica due situazioni in cui le nostre ricerche sono vane:
– Quando prendiamo gloria gli uni dagli altri: “e come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44).
– Quando cerchiamo di soddisfare solo i nostri bisogni: «in verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati (Gv 6,26).
Quando ci scagliamo su questi due iceberg, ci impantaniamo in percorsi che non portano alla resurrezione e i nostri annunci rischiano di diventare vuoti. Ancora una volta, prima di dire “credo” lasciamo risuonare nel nostro cuore questa domanda di Gesù: “chi cercate?”. Lasciamo che illumini tutte le stagioni della nostra vita e che emerga anche nei momenti bui della nostra esistenza: nella malattia, nel dolore, nella crisi, nella fatica.
“Chi cercate?” Se cerchiamo solo di prendere gloria uni dagli altri (cioè di emergere, di avere ragione, di dire l’ultima parola) allora non troviamo vie d’uscita. Se cerchiamo solo soddisfazioni, gratificazioni, interessi e piaceri personali, allora finiamo per spegnere la fiamma dell’amore.
Questa domanda può purificare e rinnovare i cammini della nostra Comunità che non è esente dalla tentazione di cercare in altre cose i motivi del proprio servizio, della propria fede, del proprio ritrovarsi. Gesù nel farci, ancora una volta, questa domanda non ci giudica, non ci mette alla porta, non ci allontana dal cenacolo, ma ci mette dinanzi alla verità come ha fatto con coloro che cercavano di ucciderlo: “Gesù […] si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!».” (Gv 18,4-5). La parola di Dio, a volte, ci mette dinanzi alla luce della verità non per accecare lo sguardo o per puntare il dito contro le nostre povertà, ma solo per indicarci una via d’uscita, per non lasciarci vagare da soli. È questo il senso di questo cero pasquale che, nella solitudine, è entrato nella chiesa buia e, un po’ alla volta, ha illuminato ognuno di noi.

- Il racconto della fede
La domanda sulla ricerca di Dio, come una barca, approda alle nostre comunità. «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?» è la domanda che oggi sentiamo rivolta a noi come chiesa, chiamata ad annunciare il vangelo. La domanda su Dio ci interroga come credenti: siamo capaci di suscitare domande? Cosa ci impedisce di farlo? Dov’è finita la domanda su Gesù? E come possiamo suscitarla in chi non crede in Dio?
Il racconto della Pasqua ci ricorda che la domanda sulla fede nasce dall’entusiasmo dei discepoli, dalle loro scelte e dalle loro opere: “che hai visto sulla via?”. La domanda su Dio nasce dalla nostra vita esemplare.
Lasciamo risuonare nel nostro cuore le parole di Gesù risorto: Non abbiate paura! La paura ci immobilizza, non ci permette di accogliere l’invito di Gesù: “andate”. La paura di cambiare, di scegliere, di mettere da parte noi stessi ci rende afoni, ci confonde così tanto con gli altri da non suscitare più domande. La paura minaccia la fiducia, ci atterrisce, lasciandoci immobili sui nostri giudizi. Quante relazioni e affetti sacrifichiamo solo perché abbiamo smesso di fidarci, a quante opportunità di una vita piena rinunciamo per paura di iniziare, quante occasioni per ricominciare rifiutiamo per paura di arrenderci all’amore.
Perciò, la seconda parola con la quale vorrei declinare il verbo credere è raccontare. Così la liturgia traduce la domanda “Dic nobis Marìa” “Raccontaci, Maria”. Quasi a ricordarci che la trasmissione della fede non può ridursi ad un dire la fede ma necessita il racconto di una esperienza.
Sembra, quasi, che il cantore non voglia sentire parole, opinioni, idee ma attende che Maria gli racconti qualcosa del suo incontro con il Signore.
In fondo, anche oggi, siamo tutti stanchi di parole vuote, senza vita, scontate o moralistiche.
– Ci annoiano pettegolezzi, giri di parole, cose già sentite a cui potremmo dire “tutto molto interessante” e metterci la cuffia delle nostre solitudini.
– Ci interessa qualcuno che ci racconti un Gesù non per sentito dire, uno che lo abbia visto come il cieco nato, la samaritana al pozzo, l’amico Lazzaro. Ci interessa uno che, stando con Lui, un po’ alla volta, finisce per assomigliargli.
– Ci affascina uno che non ha paura anche di andare controcorrente o di uscire dal coro.
– Ci interroga chi vive il vangelo senza riflettori, nella vita quotidiana, senza bisogno di assumere ruoli o compiti.
– Ci dà entusiasmo chi non si fa i conti, chi non pretende di guadagnare da ogni cosa che fa, chi coinvolge tutti senza paura di fare il primo passo.
– Ci stupisce chi ha il coraggio di ammettere a se stesso i propri errori e sceglie di cambiare strada.
Quando incontriamo qualcuno così, allora gli chiediamo: che hai visto sulla via? Chi hai incontrato?
Credere vuol dire, perciò, raccontare ciò che il Signore sta facendo per noi e in noi così come abbiamo cantato questa notte: “Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli. […] Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro”.
Non so se, ancora oggi, i bambini vanno a letto lasciandosi accarezzare dalle storie dei loro genitori o, piuttosto, frastornati dai rumori dei giochi o programmi televisivi; se l’ultimo pensiero è rivolto a Dio per il dono della giornata o è schiacciato dalla stanchezza e dal frastuono. Che fine hanno fatto i nostri racconti?
Quando gli ebrei celebrano la pasqua, i bambini pongono la domanda: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”.
Il più anziano racconta il passaggio di Dio nella vita del popolo di Israele non come un evento passato ma come un memoriale, come il passaggio di Dio in quel momento.
È questo il senso meraviglioso della Pasqua: il racconto del passaggio di Dio nella nostra vita per salvarci. Se questa sera qualcuno dovesse chiederci perché celebri la Pasqua, cosa risponderemmo? Cosa racconteremmo?
Il Vangelo sembra dirci: non abbiate paura di raccontare in che maniera Dio può fare cose grandi, può trasformare la vita, può entrare nelle porte chiuse del nostro cuore, può fare luce sulle nostre ferite e rimarginarle con la sua tenerezza.
Non abbiate timore di raccontare come Dio, sin dall’inizio della creazione viene incontro a ciascuno, non per chiederci qualcosa ma solo perché ci vuole felici, in pace e nuovi.
Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede, a dire, ancora una volta che crediamo che solo l’amore vero, riconciliato, perdonato può rinnovare le nostre relazioni e le nostre famiglie.
Noi crediamo che l’odio, la vendetta, il rancore non possono essere l’ultima parola sulla vita.
Crediamo che “punto e basta” non può essere l’ultimo punto dei nostri discorsi, delle nostre storie. Crediamo che ad ogni uomo, di ogni nazione, lingua, cultura non può essere rifiutato il diritto alla cittadinanza, al cibo, alla vita, allo studio non per una sorta di comunismo o ragione politica ma perché ogni uomo è figlio di Dio, è amato e salvato da Lui come lo sono io.
E tutto questo lo vogliamo raccontare non con le nostre parole ma con la sua Parola e con le opere della fede.
Lo raccontiamo con l’impegno quotidiano nei posti di lavoro, con la testimonianza nella vita sociale, con le nostre fatiche e i nostri affanni, con un amore che è chiamato a diventare vita.
Lo raccontiamo con i nostri giovani adulti che, ora e nei prossimi giorni, sono ad Amatrice per dare sollievo a chi è stato colpito dal terremoto e con i giovani che, quest’estate, faranno volontariato in Albania;
lo raccontiamo con chi cucina nella mensa caritas, con i volontari, gli educatori e i catechisti che credono nel valore della prevenzione e dell’educazione; accogliendo in canonica persone sole, povere e ammalate. Lo raccontiamo con i nostri piccoli mezzi e i nostri grandi sogni, con il desiderio di una casa per l’accoglienza di chi bussa alle porte della nostra chiesa.
Lo raccontiamo con le nostre famiglie che non hanno avuto paura di accogliere due rifugiati nelle loro case e con quelle che, dalle prossime domeniche, pranzeranno in parrocchia con chi ha bisogno; con le nostre famiglie fondate sul progetto di Dio e, non per questo, migliori delle altre.
Lo raccontiamo su internet, facebook, tra le righe della nostra rivista che vorrei tanto fosse per tutti un motivo di impegno, entusiasmo e condivisione.
Lo raccontiamo litigandoci e perdonandoci, con le nostre parole che – a volte – feriscono e – altre volte – medicano; con i nostri silenzi e la nostra passione; lo raccontiamo senza nascondere le nostre incoerenze e le nostre fatiche, come fa il Risorto che non ha paura di mostrare i segni della passione a chi, come Tommaso, fa fatica a credere. Lo raccontiamo con i nostri perdoni faticosi, con le nostre cadute e i nostri abbracci.
Lo raccontiamo con la nostra preghiera e i nostri canti apparentemente inutili e innocui; con le nostre incostanze e le nostre distrazioni. Con i nostri silenzi dinanzi a Dio e con lo stupore per la sua opera.
Lo raccontiamo quando siamo stanchi, deboli, confusi e appesantiti dalle conseguenze del peccato perché siamo certi che solo quando siamo deboli, Lui inizia a parlare (2 Cor 12,10).
Lo raccontiamo quando smettiamo di credere che tutto dipende da noi, dalle nostre capacità e dai nostri successi.
Tra un po’ ci verrà chiesto: “Credete?”. Abbiate fede e fidatevi. Dio farà il resto.

Don Mimmo Giannuzzi

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