Omelia Pasqua 2015

“CHI CI FARÀ ROTOLARE VIA LA PIETRA?”
Omelia di Pasqua


donne al sepolcroCiao don Mimmo, io sono Erick, tra un po’ sarò battezzato insieme a Giulio.Però, prima vorrei farti alcune domande.
La prima: Chi sono le donne che si recano al sepolcro?

Queste donne sono le discepole di Gesù. Gli volevano molto bene, lo avevano seguito fin sotto la croce e non si erano mai allontanate da Lui. Gesù era morto il Venerdì e il sabato, per gli ebrei, non era possibile preparare i morti per la sepoltura. Ora loro, finito il sabato, vanno all’alba, verso il sepolcro per purificare, con alcuni profumi, il corpo del Signore”.

Ma perché si chiedono “chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Non sapevano che Gesù sarebbe risorto?”
Forse lo sapevano, ma non ci credevano.
Sai, questa domanda mi è particolarmente cara e spesso mi ritorna nel cuore e nella mente, quando i percorsi della vita e della fede si fanno complicati. Ci sono pietre che interrompono i nostri cammini, apparentemente spediti, pietre che possono, a volte, diventare macigni che con le nostre forze non riusciamo a rotolare.
Nelle nostre relazioni: parole dette con poca attenzione, gesti a volte compiuti con superficialità, atteggiamenti a cui ci siamo ormai abituati, diventano, col tempo, macigni.
Anche nelle nostre famiglie gesti non perdonati, ricordi ammassati nei ripostigli della nostra memoria, parole scolpite nel cuore, col tempo, diventano pietre difficili da spostare, rendendo, così, le nostre relazioni complesse, fredde, dure da cambiare.
Così, negli ambienti di lavoro, nelle associazioni e nelle nostre Comunità Parrocchiali riusciamo a restare vicini, a salutarci, a darci anche il segno della pace portando in noi il macigno del giudizio, dell’indifferenza o del rancore.
“Non possiamo farci niente” – ci diciamo – “siamo fatti così”, “ci siamo abituati”, “nessuno potrà rotolare queste pietre”.
Ma le pietre più pesanti e dure sono quelle che portiamo nel nostro cuore. Lì, a volte, ferite, pregiudizi, paure, insuccessi, disillusioni, tradimenti, incomprensioni diventano massi enormi che rendono i nostri sguardi cupi, i nostri pensieri duri.
Ma ci sono anche le ferite della fragilità e del peccato: una malattia, una morte improvvisa, un dolore provocato dalla ingiustizia, la perdita del lavoro, la disoccupazione, l’ingiustizia sociale… queste ferite rischiano di cicatrizzarsi sul cuore e di renderci massi duri e senza speranza.
Ma ritorniamo al Vangelo: queste donne incontrano un personaggio. Erick ti ricordi chi è?

“Si! Queste donne incontrano un giovane che dice: “non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ma andate, dite ai discepoli e a Pietro “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il giovane dice alle donne che Gesù non è lì!
Infatti, questo messaggio è sconvolgente: noi, a volte, cerchiamo il Signore presso il sepolcro, ma lui non è lì.
Cerchiamo Gesù in cose morte, nelle nostre abitudini, nelle cose fatte per dovere, nelle consuetudini, nei luoghi stagnanti della nostra vita, nei nostri riti, nei nostri doveri e sacrifici, nei nostri gruppetti, nelle nostre comitive più o meno cristiane….
Gesù non è qui!
Mi son chiesto cosa avranno provato le donne nel sentirsi dire che Gesù non era lì dove lo stavano cercando.
Gesù non è nei nostri battesimi fatti per dovere, per paura del giudizio, per toglierci un pensiero: lì è morto!
Gesù non è nelle nostre cresime fatte perché il parente con il quale i nostri figli non avranno nulla a che fare è tornato, non è nelle cresime fatte “per toglierci il pensiero”: lì è morto!
Gesù non è nelle prime comunioni dei bambini i cui genitori non pregano, non si interessano della loro fede, fatte per abitudine o, peggio, per apparire: lì Gesù è morto!
Gesù non è nei matrimoni fatti perché l’arredo della Chiesa è più bello, perché ormai è tutto pronto, perché altrimenti mia madre, mia suocera chi se li sente: lì è morto!
Gesù non è nelle confessioni fatte senza pentimento, senza desiderio di cambiare, senza verifica della vita alla luce del Vangelo: lì è morto!
Gesù non è qui!
Lo so, ci fa paura sentircelo dire. Fa paura anche a me dirlo a voi. Perché so che Gesù resta morto anche per me, quando non sono disposto a perdere la vita per il Vangelo, a rischiare di perdere privilegi, ragioni, opinioni. So che è morto anche nel mio sacerdozio quando sono disposto a barattarlo con il piatto di lenticchie del compromesso, dell’autogiustificazione, dell’apparenza, della pigrizia, dell’abitudine, del ruolo.
Ma se continuiamo a cercarlo tra i morti, i macigni della nostra vita continueranno a pesarci, la fede resterà ai margini e la carità non romperà i nostri cuori induriti.
Oggi il Vangelo non è per gli altri: è per noi!
È per noi che, a volte, pensiamo che debbano essere gli altri a cambiare;
• per noi che pensiamo di aver già dato tutto al Signore;
• per noi che sappiamo come andrà a finire ogni pagine del Vangelo;
• per noi che siamo qui un po’ per caso.

Ma se Gesù non è qui, come possiamo trovarlo?
Quando i discepoli incontrano Gesù, cambiano i loro interessi, le loro attenzioni e preoccupazioni.
Proviamo a pensarci: noi veniamo in chiesa con il macigno di una situazione familiare, di un dolore, di una ingiustizia subita, di un rancore. Penseremmo di trovare qualcuno che ci dia una ricetta pronta, una risposta veloce.
Ma innanzitutto il Vangelo ci interroga sulle nostre domande e ci chiede: “Ma cosa stai facendo qui? Cosa stai cercando? Vuoi che ti dia ragione? Che assecondi i tuoi pensieri? Gesù non è qui, in queste tue domande. Cambia prospettiva, quello che stai cercando è solo morte per te. Lascia tutto, e vai a cercarmi altrove: prendi il Vangelo, ascoltalo e vivilo. Non pensare solo alla tua sofferenza, al tuo problema, alla tua ingiustizia. Vai, esci da te stesso, perdi la tua vita e vivila solo per il Vangelo”.
Lascia perdere chi si accontenta delle abitudini, chi giudica per le apparenze, chi ti vorrebbe solo per sé, ma, lascia tutto, dedicati a chi ha davvero bisogno, a chi è solo, a chi cerca qualcosa, a chi non ti ripaga con la tua stessa moneta.
Non ti avvitare su te stesso, lasciati liberare, “fidati di me”.
Ecco, questo mi sembra l’annuncio più bello della Pasqua: fidati di me.
Ho capito perché la Pasqua è l’origine della nostra fede. Perché non è possibile credere nella Pasqua senza fidarsi di Cristo.
Quando incominciamo a fidarci solo delle nostre forze, dei nostri progetti, delle nostre cose, allora smettiamo di credere, i macigni della nostra vita diventano sempre più pensanti e la nostra speranza muore pian piano.
Quando siamo disposti a fidarci di Cristo il nostro passo lento e dubbioso, appesantito dalle nostre ragioni, diventa leggero e veloce. L’evangelista Marco continua il racconto del vangelo dicendo che queste donne subito “fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e stupore”.

Ma se ci fidiamo di Gesù, Lui dove ci porterà?
Il giovane dice alle donne: “Egli vi precederà in Galilea”. Gesù è in Galilea. Cioè? È ai margini, ai confini della terra di Israele.
Gesù ci precede!
Questo atteggiamento del Maestro è sconvolgente. Gesù cambia le dinamiche, gli interessi, le attenzioni. Le donne erano andate al sepolcro con un macigno, un problema, una paura e lì ricevono un messaggio: “non abbiate paura, andate”.
Al termine della Messa i nostri giovani ci canteranno:“è risorto: l’universo è tutto un grido, alleluia, alleluia!”.
Mentre li ascoltavo, durante le prove, pensavo “quanto vorrei che i giovani della nostra Comunità, gli educatori, i genitori e io con loro, potessimo continuare a cantare questo canto con le nostre scelte, il nostro entusiasmo, il nostro impegno”.Ma non tra di noi, nei nostri gruppi, nelle nostre assemblee, fuori, verso la Galilea.
Giorni fa sono entrato in un negozio e il giovane proprietario mi ha chiesto come mi chiamassi e dove fossi parroco. Non mi sembrava vero! Mi son detto: ecco la mia Galilea. Il posto dove devo incontrare Gesù. Lo sapete, non posso stare chiuso nei nostri uffici, nelle nostre sacrestie, tra i nostri impegni. Gesù mi precede, ci precede.
Mi piace pensarmi parroco così. Come i missionari che in terra di missione annunciano il Vangelo, costruiscono scuole, imparano la lingua di un popolo che non conoscono, condividono le strade di chi è apparentemente lontano.
Certo, i sacerdoti hanno il compito di guidare le Comunità, ma voi laici avete una vocazione bellissima: cercare Gesù nella Galilea, nei luoghi dove un prete non sarebbe accolto, dove il Vangelo fa fatica a mettere le sue radici, nelle periferie di tante famiglie che chiedono un canto di speranza.
Gesù ci precede: corre avanti a noi. Non possiamo raggiungerlo appesantiti dai nostri piccoli interessi, dal peso dei compromessi, dei pregiudizi o dalla paura di scegliere.
Egli ci precede:
– Nella fede perché è nella casa del Padre;
– Nell’annuncio perché prepara i cuori all’ascolto della Parola;
– Nella carità perché abita nel cuore di chi è povero, solo, emarginato.

Cari fratelli e sorelle,
la Pasqua ci riconsegna un annuncio nuovo del Vangelo. Si, nuovo. Perché Gesù è nuovo come questo cero, come la Parola che abbiamo ascoltato, come l’acqua che benediremo, come il pane e il vino che mangeremo.
Lasciamo da parte il lievito vecchio con cui ci siamo ritrovati e rivestiamoci della veste bianca che il Signore ha preparato in questa Santa Notte per noi.

Omelia Pasqua 2015
Don Mimmo Giannuzzi

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