Omelia Pasqua 2014


Cattedrale di Acquaviva delle Fonti - RosoneCari fratelli e sorelle,

abbiamo iniziato il cammino quaresimale con un invito: non sprecate parole!

Ci siamo allenati nel mettere da parte parole di menzogna, di giudizio, di mormorazione.

All’inizio della quaresima ci dicevamo che “la verifica dei nostri linguaggi, è una verifica del cuore. Una parola cattiva, invidiosa, bugiarda, sospettosa ci interroga sui sentimenti che portiamo nel cuore; una parola buona, misericordiosa, affettuosa, premurosa riempie di pace il nostro cuore”.

In questi giorni ci siamo accorti che è difficile tacere quando si è insultati, non parlare quando si è tentati nel giudizio, rispondere con il perdono quando siamo colpiti.

 

  • Come possono cambiare le nostre parole?

Abbiamo ascoltato il profeta Ezechiele: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26).

Al tempo di Ezechiele il popolo era in esilio, lontano dalla terra promessa, schiavo di altre culture e società. La tentazione di uniformarsi ad altri popoli era forte. Il cuore del popolo si era indurito, stavano scegliendo altri dei, erano sconsolati e senza speranza.

La condizione di Israele assomiglia alla nostra: non è difficile sentirsi una minoranza nella nostra società, specialmente quando emergono i temi della vita, della famiglia, della sessualità. A volte potremmo sentirci “fuori luogo” quando le regole del gioco, negli ambienti di lavoro o nelle nostre famiglie, sono solo quelle del successo a tutti i costi, dell’arrivismo o degli interessi privati.

E così mentre gli ideali si frantumano e i valori si spengono, l’entusiasmo cede il passo al compromesso, e, vivendo alla giornata, entriamo nel coro di chi si lamenta continuamente, mormora o giudica rendendo il cuore sempre più duro come la pietra.

  • Il cuore duro

Il cuore duro è il cuore che non lascia trapelare nulla, che resiste a tutto e a tutti. Il cuore duro è il cuore introverso (verso se stesso), corazzato dagli altri, preoccupato solo di sé.

Il cuore duro è anche il cuore sterile. Cosa può nascere da una pietra? Nulla! Essa è compatta, in lei non entra nulla e non esce nulla, essa non genera e non produce.

Il cuore diventa duro per tanti motivi: a volte per una ferita o una delusione ricevuta, altre volte per l’abitudine e la routine giornaliera, o per l’orgoglio e la presunzione.

Come sulla superficie terrestre, anche sul nostro cuore – col tempo – si generano strati di terra che lo rendono sempre più spesso.

È ciò che avviene tra amici o amiche: prima una incomprensione, una piccola gelosia, un sospetto, poi una parola fuori posto, un pettegolezzo e, infine, la delusione.

Può avvenire tra gli sposi: una ferita tenuta per noi, per la paura di sentirci dire che abbiamo torto o per il timore di dover ricominciare a litigare. Poi, una discussione, una lite, il rancore e la rabbia: parole dette senza pensarci molto, silenzio o desiderio di fuggire in un mondo che non c’è… e tanti strati iniziano a inspessire il nostro cuore.

Può succedere tra fratelli o parenti: una incomprensione del passato, un saluto negato, uno sguardo sospettoso lasciano in noi un dubbio, un torto subito dieci, venti, trenta anni fa; poi, una eredità da dividere, un dovere da compiere, una ingiustizia subita o una vendetta finalmente ripagata. E così il nostro cuore diventa sempre più duro.

Può succedere nelle nostre parrocchie: l’entusiasmo iniziale cede il passo alle logiche della simpatia o antipatia, il servizio al potere, l’abitudine alla prepotenza.

E un po’ alla volta, il cuore diventa rigido: i suoni della liturgia trovano corazze indelebili, gli inviti al perdono giustificazioni da azzeccagarbugli, l’Eucaristia non più vincolo di carità ma vuota abitudine settimanale o – peggio – quotidiana.

Il cuore diventa duro quando cediamo il passo all’idolatria che è il male di ogni tempo, la tentazione di ogni credente. Un po’ alla volta, ci facciamo un nostro dio (l’orgoglio, l’egoismo, il denaro, il potere) offrendogli uno spazio per il culto: il nostro cuore.

 

  • L’annuncio pasquale: la tenerezza

La pasqua, però, ci annuncia una novità: è possibile rialzarci, ricominciare, riprendere in mano la nostra vita, trovare un nuovo entusiasmo e, in noi, parole nuove per ripartire.

Nella Pasqua, Cristo opera un espianto d’organi, una nuova creazione, come quella di Eva: Dio ci toglie il cuore di pietra per darci un cuore “tenero”, un cuore pieno di tenerezza!

La tenerezza è la novità della pasqua.

Di tenerezza ci parla il cero che si lascia consumare dal fuoco nuovo, con tenerezza ci unge l’olio del crisma e ci feconda l’acqua del battesimo, di tenerezza e dolcezza di riempiono le Scritture, il pane e il vino nuovo dell’Eucaristia.

L’incontro con il Risorto rende il nostro cuore capace di tenerezza.

Nella lingua latina “capax” (capace) deriva dal verbo càpere (contenere). È capace, perciò, chi sa contenere, tenere dentro di sé.

È capace di tenerezza, perciò, chi sa tenere dentro di sé la tenerezza, chi ne è pieno, chi ne è abitato. La tenerezza è, quindi, la disponibilità ad essere plasmato, costruito, fatto: è l’atteggiamento della creta nelle mani del vasaio.

 

  • Dio è tenerezza.

La Pasqua ci annuncia che Dio è tenerezza. Quando Dio entra nel nostro cuore, prende la forma della nostra vita, non distrugge, non aggredisce, non ci piega – con violenza – alla sua volontà.

Dio è tenero come una madre che fa spazio nel suo grembo perché il figlio possa venire alla luce.

Dio è tenero come un padre che vigila, accompagna, attende il ritorno del figlio.

La tenerezza di Dio si esprime nel dono di se stesso, nel dono dello Spirito. A Lui in un’antica preghiera ci rivolgiamo, chiedendo: “lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato”. In queste sei invocazioni ritroviamo la declinazione della tenerezza di Dio.

Dio è tenerezza perché lava, bagna, sana, piega, scalda, drizza.

La sua tenerezza è interiore, è una azione nel cuore, prima che essere un azione del cuore, essa non è, perciò, da confondersi con la mielosità, la dolcezza superficiale o stucchevole.

Il dono della Pasqua è il dono dello Spirito santo, dell’amore tenero tra il Padre e il Figlio. Lo Spirito che Gesù emise sulla croce, viene donato in abbondanza a tutta la Chiesa, come agli apostoli nel cenacolo.

 

  • La tenerezza: il nuovo linguaggio dei credenti

Se lo Spirito è in noi, allora, la tenerezza diventa il linguaggio pasquale, il nuovo linguaggio dei credenti.

La tenerezza è la parola che può sostituire le nostre parole sprecate.

La tenerezza è il nuovo linguaggio del cuore.

Non c’è posto nel cuore dei credenti per parole che siano sporche, aride, sanguinose, rigide, gelide, sviate.

Il linguaggio della Pasqua è lo stesso dello Spirito. Le nostre parole sono da Lui purificate, rinfrescate, risanate, intenerite, scaldate e raddrizzate.

 

La tenerezza è il nuovo linguaggio delle coppie cristiane, che cercano nel sacramento del matrimonio il luogo in cui scambiarsi parole d’amore.

Care coppie cristiane, voi sapete cosa vuol dire plasmare il proprio cuore sul cuore dell’altro, cosa significa avere un cuore tenero, capace di far spazio alla vita di un altro: non cedete alla tentazione dell’egoismo, della fuga, dell’abbandono. Dio rende nuovi i nostri cuori e ci insegna come ricominciare.

La tenerezza è il linguaggio delle nostre famiglie.

Care famiglie, non cedete alla tentazione di irrigidirvi su opinioni del passato, su torti subiti, su conti fatti male. A quante occasioni di tenerezza e affetto abbiamo rinunciato per un pezzo di terra, per un saluto negato, per un piccolo torto subito. Un cuore tenero è un cuore che sa perdonare: non rinunciate a perdonare! Il male porta sempre male e quello tra le famiglie è un male che si diffonde da generazione in generazione.

La tenerezza è il linguaggio dei giovani.

I giovani sanno cos’è la tenerezza perché vivono le stagioni più belle dell’amore. Sono pronti a fare qualsiasi cosa quando si innamorano, il loro cuore è capace di pazzie, di voli pindarici, di sogni lontani.

Cari giovani, non rinunciate ai linguaggi della tenerezza, bruciando le tappe della vita. Non rinunciate a lasciarvi plasmare, educare, consigliare irrigidendovi nella presunzione di fare tutto da soli. Non rinunciate alla tenerezza dei sogni, né all’amore di Dio che, dei sogni è quello più bello.

La tenerezza è il linguaggio dei nonni quando scelgono di spogliarsi della corazza del tempo per far posto alla fragilità del cuore.

Abbiamo bisogno dei nonni e degli anziani, anche quando sono fragili, perché ci ricordano che la tenerezza è un segno di maturità e saggezza, non di debolezza.

 

  • La tenerezza è il linguaggio della Chiesa.

Miei cari fratelli e sorelle, cari amici,

ogniqualvolta celebro il triduo pasquale mi chiedo perché proprio io, perché il Signore ha chiamato proprio me a questo ministero della cui indegnità sono sempre più consapevole.

In questa pasqua forse ho capito qualcosa, forse non c’era un altro modo per rendere il mio cuore più tenero. Da voi – in questi anni – sto imparando il linguaggio della tenerezza: dai sorrisi dei bambini, quelli più semplici e più deboli, dai messaggi dei più giovani, dall’impegno di chi inizia una vita matrimoniale o un lavoro nuovo, dai genitori, miei coetanei, dalle donne che si mettono a servizio della chiesa con costanza e gratuità, dalla generosità di tanti uomini, dalle confidenze e dalla misericordia di malati e anziani.

Miei cari, con stanchiamoci di declinare i linguaggi della tenerezza: questa è la musica dei nostri cori, il canto delle nostre liturgie, la parola che accompagna ogni gesto di carità, è la catechesi più bella che possiamo raccontare ai nostri bambini e giovani.

Ancora una volta, il Risorto dice alla sua Chiesa “non abbiate paura”, non temete la tenerezza anche se vi fa sembrare più deboli, non fuggite dalla tenerezza anche se vi fa sentire nudi, non nascondetevi alla tenerezza anche se vi rende più fragili.

A volte mi chiedono “cosa fate in parrocchia?” mi piacerebbe rispondere “non rinunciamo ad amarci per nessun motivo”.

 

La tenerezza è il linguaggio della preghiera. Senza la preghiera il nostro cuore resta di pietra, le nostre relazioni si consumano nell’abitudine, la nostra mente si congela nel ricordo del male subito.

Ora chiederemo il dono dello Spirito con una invocazione che mi piacerebbe pregare ogni giorno in questi cinquanta giorni di pasqua, sapendo che lo faremo insieme gli uni per gli altri, perché il Signore ci doni un cuore nuovo.

 

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.

 

Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto.

 

O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.

 

Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato.

 

Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. Amen.

 

 

 don Mimmo Giannuzzi, Pasqua 2014

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