È così strano pensare che la Chiesa veneri Gesù bambino, nonostante siano passati più di 2000 anni dalla sua nascita e che Lui sia morto all’età di 33 anni.
È strano parlare di Gesù bambino sapendo che, in fondo, lui bambino lo è stato come tutti noi, in un periodo della vita che è passato e che non ritorna più.
Eppure, non avvertiamo così strana questa infanzia spirituale di Gesù, questa sua fragilità, questa tenerezza del corpo e dello spirito. Né ci sembra così contradditoria la sovrapposizione del suo corpo denudato sulla croce rispetto a quello adagiato sulla mangiatoia.
Non cogliamo alcuna contraddizione tra la grotta e il sepolcro, la mangiatoia e la pietra su cui è stato adagiato il corpo di Cristo, la stella cometa e l’alba della Pasqua, Maria accanto al bambino e sotto la croce, lo stupore e la gioia dei pastori e quella di Maria di Magdala o di Pietro e Giovanni, il piedino baciato dai magi e quello profumato dalla donna nella casa di Simone il fariseo. Tutto ci parla del grande mistero di Dio che avvolge di una luce straordinaria la gloria e la fragilità di Gesù, vero Dio e vero uomo.
Il mistero dell’incarnazione di Gesù ci annuncia il viaggio di Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16), e “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). È il viaggio di Dio nella fragilità della condizione umana, un viaggio che lo ha avvicinato all’umanità in un modo così misterioso unendo in certo modo ad ogni uomo(cf. GS 22).
I pastori di Betlemme

Il vangelo di Luca ci racconta questo viaggio nella storia dell’uomo presentando, come tappa “obbligatoria” di Dio, il luogo dove vegliavano i pastori di notte.
I pastori, sconfinati nelle periferie delle città, custodivano il gregge rappacificati con la loro condizione di emarginati dalla vita sociale, pubblica e religiosa di Israele. Infondo, lo diceva anche il Talmud: “Nessuna condizione al mondo è disprezzata come quella del pastore” .
Ho capito la condizione dei pastori, il giorno in cui Lamin, un giovane del Gambia, raccontava la sua esperienza in Libia nel pascolare le pecore per un padrone. Dopo duemila anni, le cose non sono cambiate molto. I pastori erano sfruttati e malpagati dai proprietari; spesso sopravvivevano con il furto a scapito dei padroni o di altri pastori. Vivevano in aperta campagna nella sporcizia con gli animali, perciò, erano emarginati dalle città e dai villaggi. Non avevano molta credibilità nei tribunali. Se venivano accusati o assistevano a furti non potevano testimoniare poiché ritenuti ladri e bugiardi.
La condizione di fragilità dei pastori diventa per l’evangelista Luca, non solo la parabola della vicinanza di Dio alla fragilità dell’uomo ma anche la constatazione della paura dell’uomo verso le proprie e altrui fragilità.

La paura delle fragilità
La paura della fragilità, della malattia, della disabilità, della sofferenza ci allontana, esclude, mette recinti. Pensiamo ai criteri di urbanizzazione delle nostre società: quanto più è evidente il divario tra i ricchi e i poveri, tanto più ci sono zone in cui vivono gli uni o gli altri. La paura fa innalzare barriere, scavare solcati, trincerare con fili spinati.
Quando ho iniziato ad intrattenermi con alcuni ragazzi con disabilità ho riconosciuto in me una sorta di paura, una difficoltà a comunicare, un imbarazzo nella relazione. Abituato a fare discorsi, ad avere a che fare con chi si accontentava delle mie parole, mi sono trovato un giorno in silenzio, da solo, con un bambino e mi son chiesto: “e ora? Che gli dico?”. È la stessa domanda che mi son posto quando, per la prima volta, mi sono relazionato con il mistero della morte, del dolore fisico o spirituale. La fragilità fa paura. E la prima reazione che potremmo avere è scappare, allontanare, alzare barriere.
I confini strutturali evidentemente sono l’espressione di limiti sociali, culturali e anche religiosi che, a volte, innalziamo nei nostri cuori e nella nostra mente.
Quando abbiamo paura, possiamo trovare tante giustificazioni: sociali, relazionali e anche religiose. In fondo, che cosa hanno fatto i farisei o gli scribi al tempo di Gesù? Moltiplicando norme, giudizi, tradizioni hanno, un po’ alla volta, costruito piccoli muretti escludendo alcuni dalla relazione con se stessi e, anche, con Dio.

I poveri: luogo teologico
Con l’incarnazione, Gesù non solo si rivolge ai poveri ma li fa diventare il luogo teologico della sua rivelazione. Per questo motivo la scelta preferenziale per i poveri non è una questione sociologica per la quale un cristiano può anche permettersi di tirarsi fuori o di scambiarla con una ideologia da cui può anche prendere le distanze. Gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i nudi, gli ammalati, i carcerati non sono categorie sociali per le quali siamo chiamati a trovare solo risposte di carattere economico o politico, per noi cristiani sono il luogo in cui Gesù ci viene incontro, ci parla, ci converte, ci salva perché tutto quello che facciamo a uno solo di questi suoi fratelli più piccoli, l’abbiano fatto a Lui. Su questo, ci ricorda l’evangelista Matteo, saremo giudicati (cf. Mt 25,31-46).

I poveri: ci annunciano il vangelo
Perciò non possiamo capire il vangelo senza i poveri perché, come ci racconta Luca, loro sono i primi a cui il Signore lo ha rivelato e a cui ha affidato il mandato di annunciarlo agli altri. Ai poveri è affidato l’annuncio del Vangelo. Nei vangeli dell’infanzia l’annuncio dell’incarnazione non avviene attraverso un megafono su un’alta torre. Gesù evangelizza (è il verbo usato da Luca) i poveri stando con loro, diventando uno di loro.
È bello pensare che siamo quasi esentati da affaticarci nel trovare formule nuove per annunciare il Vangelo ai poveri: a loro ci pensa Gesù stesso. Noi siamo chiamati semplicemente a stare con loro, a mangiare con loro, a chiacchierare con loro.
Solo così, un po’ alla volta, cambia la nostra esperienza di umanità. Il nostro stare insieme ci aiuta a purificarci dalla logica dell’efficienza, della competitività o dell’individualismo, “costringendoci” ad assumere ritmi più lenti, tempi più allungati e gli spazi condivisi. La loro presenza ci fa accapponare la pelle quando sentiamo parlare dell’essere umano come esubero o in termini esclusivamente di efficienza produttiva o, peggio, di scarti. Quando stiamo accanto a chi è in una condizione di fragilità anche noi diventiamo più fragili, più poveri e, così, diventa anche più semplice ascoltare il Vangelo.
Una comunità blindata, chiusa, arroccata non può annunciare il vangelo!
Una sera sono stato invitato ad una festa. C’erano diversi giovani, tra questi anche un piccolo gruppo di ragazzi che frequentano una parrocchia (ahimè in disparte!). In questa sala vi erano alcuni ragazzi con disabilità, qualcuno con difficoltà economiche. Mi ha colpito la libertà e la bellezza con cui questi ragazzi stavano insieme. Mi è stato annunciato il Vangelo! Un modo di stare insieme che non ha il sapore dell’elemosina di chi guarda dall’alto, della commozione di un attimo. Ho colto uno stile dove il più povero non resta tale dopo aver ricevuto un gesto di affetto e carità.
I poveri siamo noi
Parlando dei poveri potremmo pensare che ci stiamo riferendo unicamente ad altri, magari fuori dalle porte della nostra chiesa. La povertà non è solo una condizione degli altri. C’è una povertà che appartiene a molti. Vi è una povertà in termini economici che amplifica la forbice tra coloro che diventano sempre più ricchi e chi diventa sempre più povero. Non solo nel mondo, dove 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone. Ed è dal 2015 che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%.
Assieme a questa povertà vi è una povertà più interiore: quella che nasce dal cuore, dall’isolamento, dalla insoddisfazione. Una povertà che è alimentata dal peccato, dall’egoismo, dal rancore, dalla mancanza di un orizzonte più ampio.
I pastori del presepe vegliavano nella notte attendendo l’alba. Forse la povertà più grande del nostro tempo è la constatazione che i pastori si sono addormenti con il loro gregge, mentre si lasciano defraudare della loro ricchezza più grande: la speranza. La crisi economica che ha caratterizzato il nuovo millennio non ha solo impoverito le nostre casse. Forse ha messo così al centro il denaro da farci pensare che possa essere, questo, l’unico elemento di gioia e soddisfazione per l’uomo. Una sorta di corse verso la ricchezza a tutti i costi, a discapito della giustizia, della convivenza pacifica, della solidarietà, della libertà.
L’annuncio che l’angelo fa ai pastori non è quello di un aumento del PIL, né di una vincita ad una lotteria, né di un aumento dei titoli in borsa. È l’annuncio della vicinanza di Dio. Gli angeli illuminano la notte dei pastori mostrando loro un altro mondo possibile, un altro stile di vita, un’altra strada per la felicità, una via che restituisce loro una dignità tale da provare un nuovo stupore in coloro che li ascoltavano (Lc 2,18).
Questa consapevolezza ci permette, in questo Natale, di guardare con occhi nuovi anche i giovani delle nostre comunità. Sono anche loro i nuovi poveri di questo Paese. Più che i pensionati, oggi, sono i giovani i nuovi poveri: “Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, infatti, il 46,6 per cento risulta sotto i 34 anni; in termini assoluti si tratta di 2,1 milioni di individui, e tra loro i minori sono 1,1 milioni” (Istat).
Mi piace pensare a loro come i pastori incontrati da Dio in questo giorno di Natale. Giovani che, a volte, delusi da una società che non li ascolta e valorizza, potrebbero correre il rischio di addormentarsi accanto al gregge, la risorsa che Dio ha messo nelle loro mani. Giovani stanchi di cercare, assopiti dal bisogni di ricevere tutto e subito. Giovani messi nelle periferie perché privi degli strumenti per decidere, operare e costruire. Giovani costretti ad allontanarsi dalle nostre città per trovare altrove pascoli più abbondanti.
Vogliamo guardare a loro, in questo tempo, come i privilegiati di Dio. Coloro a cui il Signore può rivolgere un messaggio nuovo per la Chiesa e per la nostra società.
Ai giovani, vorremmo annunciare, con la nostra vita che l’unica risposta alla povertà non è il denaro ma l’amore, la comunione, il dono di se stessi. L’arrivismo, la violenza (anche solo verbale), l’intolleranza non possono essere gli ingredienti per una società a misura d’uomo.

La comunione: il linguaggio dei poveri
Se dovessi cercare una parola per declinare la solidarietà, l’accoglienza, l’ospitalità dei poveri non ne troverei una migliore che “comunione”. Per noi cristiani tutto è comunione. Questo termine unisce in un grande mistero la liturgia che celebriamo con la nostra vita. S. Giacomo, come S. Paolo, nelle loro lettere ci aiutano a comprendere quanto forte sia il legame tra l’Eucaristia e la carità: “Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: “Tu siediti qui, comodamente”, e al povero dite: “Tu mettiti là, in piedi”, oppure: “Siediti qui ai piedi del mio sgabello”, non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero!” (Gc 2,2-6). Ma ancora più forti sono le parole del santo vescovo Crisostomo: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità (…) Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi”.
Durante la messa la Chiesa ci aiuta a ricordarci costantemente di chi è nel bisogno: durante la preghiera dei fedeli, nella presentazione delle offerte all’altare, nello scambio della pace, nella preghiera eucaristica. Ma è lo stesso Corpo di Cristo che mangiamo nell’Eucaristia che ci richiama non solo il lavoro, il sudore, la fatica e, a volte, le ingiustizie di cui il pane è segno, ma anche la profonda comunione che unisce gli uomini con Dio attraverso “il misterioso scambio tra la nostra povertà e la sua grandezza” (liturgia).


Don Domenico Giannuzzi

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