Omelia Mercoledì delle Ceneri

Carissimi,

questo giorno apre le porte alla Quaresima con un segno: le ceneri.

Un simbolo che viene esplicitato e compreso attraverso le parole che lo accompagnano: “Convertitevi, e credete al Vangelo”. Questo invito, preferito al monito “ricòrdati che sei polvere, e in polvere tornerai”, ci aiuta a dare il giusto significato al rito che stiamo per celebrare: esso piuttosto che ricordare la caducità, la fragilità del corpo umano è per noi uno sprone a cambiare vita, a convertirci, cambiare rotta. Il coprirsi il capo con le ceneri riassume, così, l’antico significato biblico del riconoscere il proprio peccato e di esprimere, con un gesto, la mortificazione del cuore.

Le parole “convertiti e credi” si annodano tra di loro aiutandoci a comprende il valore della fede, assumendo un significato particolare e conferendo alla fede cristiana un valore proprio. Come due ante di uno stesso mobile il convertirsi e il credere ci aprono le porte della fede.

Cosa vuol dire avere fede?

In questo Anno della Fede anche la Liturgia del mercoledì delle ceneri assume un valore particolare: interpella la nostra fede.

Tutto il tempo di Quaresima ci ricorda che credere vuol dire non solo sapere, conoscere, aderire ad una verità ma anche scegliere, decidere, cambiare. In questo senso la fede coinvolge tutte le facoltà umane: la ragione, la libertà, la volontà, gli affetti, i sentimenti… la vita intera. La fede è un dono che chiama, che ha da dire qualcosa alla nostra vita. Essa si presenta alla nostra coscienza come una voce di Dio, una parola che interpella, domanda, interroga, propone.

Pensando all’itinerario da offrire alla Comunità in questa Quaresima, ho voluto tracciare per ognuno di noi un esame di coscienza sulla nostra fede.

Cos’è un esame di coscienza?

L’esame di coscienza è un incontro personale con Dio. Nel nostro intimo facciamo spazio a Lui, alla sua Parola, alla sua presenza. Se l’esame di coscienza ci trova soli, abbandonati ai nostri pensieri o con qualche ricordo, non può che alimentare solo i nostri sensi di colpa e lasciarci così come ci ha trovati.

Se nella nostra coscienza, invece, facciamo spazio a Dio, mettiamo da parte le nostre ragioni, non diamo spazio alle nostre giustificazioni, accettiamo di restare nudi dinanzi a Lui, comprendiamo il senso del peccato e la bellezza del perdono.

Vogliamo, dunque, esaminare la nostra fede, non da soli, ma lasciandoci portare per mano dalla Parola di Dio, aprendo ad essa le porte del nostro cuore. Perciò il nostro esame sulla fede partirà dalla Parola che abbiamo ascoltato (Mt 6, 1 – 18) e aprirà tre porte indicate dal Vangelo: l’elemosina – la preghiera – il digiuno.

1. L’elemosina

Il Vangelo di Matteo ci presenta come prima opera della fede l’elemosina, cioè la condivisione della nostra vita. Il termine “elemosina” traduce l’atteggiamento della misericordia con il quale la S. Scrittura tratteggia il volto di Dio e il comportamento con cui siamo chiamati a vivere il Vangelo. Nella parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37) troviamo l’icona di colui che ha “compassione” e che si prende cura di chi incontra sul proprio cammino.

Vogliamo accogliere questa prima provocazione di Gesù interrogando la nostra fede su alcune dimensioni:

–          Fare l’elemosina è, per se stesso, un atto di fede. Quando facciamo l’elemosina decidiamo di fidarci di colui a cui diamo qualcosa. Potremmo dire che ciò che si oppone all’elemosina non è tanto l’avarizia o l’avidità, quanto il sospetto, la sfiducia. La sfiducia chiude le porte del cuore! Certo non dobbiamo essere ingenui, né assecondare sistemi di vita che portano all’assistenzialismo, ma non possiamo escludere dalla nostra fede l’esperienza del dono;

–          fare l’elemosina interroga la nostra fede in Dio perché ci permette di riconoscere nell’altro sempre il volto di un fratello. Non è un semplice dare, ma riconoscere un legame che ci unisce. Ogni volta che viviamo il dono delle nostre cose ci interroghiamo sull’altro e sulle relazione vogliamo vivere con lui;

–          siamo in un tempo economico difficile in cui potremmo essere tentati di vedere nell’accumulo, nel pensare a se stessi, nell’egoismo una via di uscita per la nostra sopravvivenza. Questo tempo mette in crisi non tanto le nostre risorse, quanto la nostra solidarietà! È il tempo in cui la ricerca del bene comune deve necessariamente essere prioritaria perché vi sia una via d’uscita per tutti! Oggi potremmo pensare di essere meno ricchi dimenticando, invece, che abbiamo il dono del tempo, della vita, dell’intelligenza, dell’affetto, dell’ascolto da condividere con gli altri!

–          L’elemosina mette in crisi la nostra fede ponendoci alcune domande: chi è il Dio in cui credi? Cos’è per te la Provvidenza di Dio? Quanto sei disposto a perdere di te stesso per il bene di tutti? Fare l’elemosina vuol dire percepire la nostra vita come un dono. Essa ci porta pian piano al dono completo di noi stessi, ad amare l’altro così come l’ha amato Gesù.

2. La preghiera

La nostra fede passa attraverso la preghiera. Essa è il luogo del nostro incontro con Dio. Il vangelo ci mette in guardia da una preghiera esteriore, vanitosa, quasi fosse un’eco di noi stessi. Contemporaneamente ci ricorda la necessità di un incontro con Dio che sia caratterizzato dall’intimità: “chiudi la porta”.

Gesù tratteggia, così, l’immagine di Dio: nel segreto l’uomo incontra Dio come un Padre:

–          nella preghiera innanzitutto impariamo a ri-conoscere noi stessi. Quando preghiamo “entriamo nella nostra stanza”: è evidente che Gesù non ci indica un luogo fisico ma una dimensione della nostra vita, quella dell’interiorità. La preghiera ci conduce pian piano in noi stessi, nei luoghi a volte disabitati e profondi, a volte solitari, della nostra esistenza;

–          nella preghiera impariamo a riconoscere il volto di Dio. Gesù ci dice che impariamo a riconoscere la paternità di Dio attraverso una relazione con Lui. In una preghiera frettolosa, fatta per dovere, improvvisata, difficilmente possiamo riconoscere l’amore di Dio.

–          Dal modo di pregare, perciò, verifichiamo la nostra fede: di chi ci fidiamo davvero? Dedichiamo il nostro tempo alla preghiera o viviamo come se tutto dipendesse da noi? La preghiera comunitaria e la celebrazione dei sacramenti non si contrappongono alla preghiera personale: quando preghiamo insieme siamo tutti orientati a Cristo, nel nostro cuore non c’è spazio per il giudizio, la lite, il sospetto. Perciò nella preghiera impariamo ad amare.

3. il digiuno

La pratica del digiuno sostiene la nostra fede nella dimensione della conversione. Il digiunare ci ricorda che il dono della fede è la perla preziosa, il tesoro nascosto per cui vale la pena perdere tutto il resto. Credere, perciò, vuol dire scegliere una strada piuttosto che l’altra, percorrere un sentiero rinunciando, con gioia, a tutti gli altri possibili. In questo tempo in cui tutto è possibile, Dio entra nel nostro cuore, la sua Parola raggiunge la nostra coscienza facendo risuonare in noi una certezza: c’è una luce, una via d’uscita per l’uomo!

Il digiuno interroga la nostra vita di fede:

–          non c’è fede senza conversione, senza disponibilità a lasciare da parte un idolo a cui leghiamo la nostra libertà. Il nostro Dio è un Dio “geloso”, ci chiede di rinunciare a piccoli “dei” a cui, a volte, leghiamo la nostra libertà, il nostro tempo o le nostre scelte. In questo periodo di Quaresima lasciamoci guidare dalla Parola di Dio perché illumini la nostra mente nel riconoscere gli idoli da mettere da parte per vivere in pienezza il primo comandamento: “non avrai altri dei all’infuori di me”;

–          non c’è fede senza libertà. Il digiuno ci ricorda che la fede cristiana educa la libertà con l’esercizio delle proprie scelte. Sappiamo bene che l’uomo dominato dall’impulso, dall’istinto, dai bisogni, dalla fretta non è libero. Il digiuno ci chiede di scegliere, di esercitare la nostra libertà nella ricerca del bene e della verità. Ci interroghiamo sull’uso della nostra libertà, sulla nostra capacità di rinunciare ad un piccolo interesse, al piacere di una chiacchiera, alla lusinga di un complimento per metterci a servizio dell’altro, per ascoltarne i suoi bisogni, per riconoscerne la sua dignità;

–          non c’è digiuno senza fedeltà. La rinuncia fatta per amore ci aiuta a declinare la grammatica della fedeltà. L’invito alla conversione non è un appello del passato, un desiderio recondito, né un gesto compiuto una volta per sempre. Ogni giorno siamo chiamati a seguire il Signore. Perciò la Quaresima ci chiede di esercitarci nel digiuno con fedeltà, con esercizio, con metodo;

In questi quaranta giorni scegliamo in quale ambito della nostra vita digiunare, rinunciando ad una cosa possibile, chiara, concreta e senza perdere di vista l’obiettivo che desideriamo raggiungere. Sappiamo bene che non è l’eroismo, ma l’amore verso Dio e verso gli altri a rendere ragione al nostro digiuno. Ogni venerdì ci asterremo dal mangiare la carne, in alcuni giorni (mercoledì delle ceneri e venerdì santo) digiuneremo, con l’obiettivo che questo digiuno ci aiuti a pregare di più e a vivere una carità concreta.

La Quaresima ci invita a passare attraverso le porte dell’elemosina, della preghiera e del digiuno: apriamo le porte del nostro cuore perché il seme della Parola piantato nel nostro battesimo possa giungere a maturazione.

Mercoledì delle ceneri 2013

don Mimmo

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