L’ultima cena di Gesù avviene nell’”anàgìon”: è il piano superiore della casa dove si accedeva tramite le scale. Secondo l’uso degli antichi Romani era una stanza piuttosto grande e serviva per la cena alla quale prendevano parte i familiari e gli ospiti. Il cenacolo è il luogo dell’ultima cena (Lc 22,12; Mc 14,15) che non avviene in un tempio ma in una casa, in una sala addobbata con tappeti, pronta per accogliere il Maestro. Vogliamo salire anche noi, questa sera, al piano superiore della nostra casa, immaginando che le scale del sagrato della chiesa, siano le stesse che hanno condotto i discepoli a Gerusalemme per cenare con Gesù.
L’evangelista Giovanni ci aiuta a comprendere il senso di questa cena con le parole: “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Perciò, l’ultima cena è una questione d’amore.
Sappiamo quanto il mistero dell’amore sia complesso (fino a che punto bisogna amare? Quali sono le forme dell’amore?) e quanto siano differenti i modi, tempi e forme con le quali esso si declina. L’amore è un mosaico di cui possiamo cogliere alcuni tasselli e che contempleremo pienamente quando ci uniremo alla sorgente dell’Amore stesso.
Questa sera vorrei rileggere la lavanda dei piedi e l’Eucaristia a partire da una delle forme dell’amore, quella coniugale: L’AMORE TRA GLI SPOSI.
È questo il motivo per cui ho invitato, per la lavanda dei piedi, alcune coppie: ho chiesto ai mariti, dopo aver lavato loro i piedi, di lavarli alle loro mogli. Questa scelta è per me innanzitutto un gesto di gratitudine. Se ho imparato qualcosa sull’amore è anche grazie a tante coppie che ho conosciuto dentro e fuori la Comunità parrocchiale. Perciò, in questi giorni, mi sono chiesto in che maniera l’amore coniugale possa raccontarci qualcosa della lavanda dei piedi e dell’Eucaristia, e, viceversa, in che modo possa essere arricchito da questi gesti.
Innanzitutto, l’amore coniugale ci richiama L’INTIMITÀ.
Lavare i piedi di una persona non è forse un gesto di intimità? L’amore tra gli sposi ci insegna che per amare davvero una persona non possiamo accontentarci di ciò che appare e, viceversa, che per lasciarci amare pienamente da qualcuno, dobbiamo permettergli di entrare nel nostro cuore. Di conseguenza, ogni forma di evasione, superficialità o fuga dalla responsabilità è una mancanza di amore. Lavando i piedi ci impegniamo a prendere tra le nostre mani la fatica, il cammino, la storia, i duroni e la polvere che segnano la nostra vita. Non è possibile per gli sposi amarsi senza essere disposti a lavarsi i piedi reciprocamente, ad amarsi “dalla testa ai piedi”, superando la paura di mostrare all’altro le proprie fatiche, fallimenti o dolori. Quanto cammino dobbiamo fare per amarci dalla testa (cioè dall’immagine che ci siamo fatti dell’altro o che vogliamo mostrare all’altro) fino ai piedi (cioè fino alla libertà di essere noi stessi senza temere di non essere compresi, perdonati o di essere giudicati)!
L’amore coniugale ci insegna ad amarci nell’intimo senza annullare l’individualità o interiorità. Mi piace pensare a questa forma di amore come ad una solitudine abitata, in cui come scrive il poeta austriaco Rainer Maria Rilke: “ciascuno nomina l’altro guardiano della propria solitudine dimostrando in questo modo la massima fiducia”.
C’è una seconda caratterista dell’amore coniugale: L’UNICITÀ. I coniugi si dicono l’un l’altro, come la volpe al piccolo principe: “Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. Unicità dell’amore ci insegna ad amare gli altri superando la logica della quantità in cui spesso cadiamo quando parliamo dei poveri, degli ammalati, dei disoccupati riducendoli a statistiche o indagini. Dire che il 3,6% degli abitanti della nostra città sono sostenuti dalle Caritas parrocchiali è differente dal conoscere i nomi, i volti, le abitazioni, le storie delle 761 persone accolte dalle nostre comunità. Quanto mi piacerebbe chiedere a chi parla di poveri se ne hanno mai visto uno, se conoscono i loro nomi e le loro storie, se sono mai andati a casa loro o ne hanno ospitato uno in casa! Se prima non laviamo i piedi come possiamo profumarli con l’olio della carità? L’amore coniugale ci aiuta ad uscire dall’anonimato e dall’indifferenza. Tu sei per me unica al mondo! Restando nell’immagine del piede, potremmo dire che quest’amore è come la scarpetta di Cenerentola! Può andare bene solo a lei, è fatta per lei, per proteggerla, per sostenerla, per camminare insieme. Quando perdiamo il gusto dell’unicità, sentiamo il bisogno di nasconderci dietro un ruolo, un compito o un abito. Ogni volta che smettiamo d’amare, generalizziamo.
L’ultima riflessione vorrei prenderla da una immagine della lavanda dei piedi dipinta da un sacerdote tedesco: Sieger Köder. In questo quadro è evidente il volto smarrito di Pietro che tenta di non lasciarsi lavare i piedi da Gesù che è completamente riversato sul discepolo (è l’immagine della Kenosi, dell’abbassamento di Cristo sull’umanità). Ciò che mi colpisce di questo quadro è, però, il volto di Cristo che è possibile intravedere solo riflesso nel catino dell’acqua. Che grande insegnamento per noi! Possiamo vedere il volto di Gesù solo se riempiamo di acqua il catino della lavanda dei piedi, se il catino rimane vuoto facciamo fatica a riconoscerne il volto. Senza l’Eucaristia e il servizio ai poveri, senza la carità – come Narciso – rischiamo di vedere nel fondo del catino il nostro volto, confondendolo con quello di Dio.
Così è nell’amore coniugale! L’uno riconosce nei piedi dell’altro il volto di Gesù. È il mistero grande del sacramento che rende l’amore coniugale un matrimonio, icona dell’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa. L’ultima caratteristica di questo amore è, perciò, l’essere RIFLETTENTE. L’amore è per noi cristiani un riflesso dell’amore di Gesù. Un riflesso del suo volto sui nostri piedi. Perciò l’amore degli sposi rimanda sempre oltre, non può chiudersi in un semplice appoggiarsi l’uno sull’altro. Attraverso il loro amore i coniugi ci raccontano una storia, un progetto, un senso che si svela nel tempo. A tal proposito scrive Papa Francesco: “C’è un punto in cui l’amore della coppia raggiunge la massima liberazione e diventa uno spazio di sana autonomia: quando ognuno scopre che l’altro non è suo, ma ha un proprietario molto più importante, il suo unico Signore… Lo spazio esclusivo che ciascuno dei coniugi riserva al suo rapporto personale con Dio, non solo permette di sanare le ferite della convivenza, ma anche di trovare nell’amore di Dio il senso della propria esistenza” (AL 320).
Sappiamo che nella tradizione il termine “Coenaculum” è attribuito non solo al luogo dell’ultima cena (Lc 22,12; Mc 14,15), ma è lo stesso luogo della discesa dello Spirito santo sugli apostoli nella Pentecoste (At 1,13). È, insomma, IL LUOGO IN CUI NASCE LA CHIESA.
Ecco perché non mi sembra fuori luogo rileggere la lavanda dei piedi alla luce dell’amore coniugale e, in esso, cogliere un insegnamento per tutta la chiesa. Ce lo ricorda anche san Paolo quando scrive: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5,31-32).
La Chiesa è chiamata ad amare il suo Signore come una sposa. L’Eucarestia è per noi il banchetto di nozze in cui amiamo Dio con un amore coniugale: intimo, unico e riflettente.
I silenzi durante la messa, il metterci in ginocchio durante e dinanzi all’Eucaristia, la genuflessione e l’adorazione eucaristica ci rimandano costantemente allo spazio di solitudine e comunione che è la nostra INTIMITÀ. Così il nostro cuore diventa il cenacolo in cui lo Spirito santo crea “l’intimità con Dio” (Basilio Magno, Sullo Spirito santo), rendendoci suoi “familiari” (Ef 2,19). Nell’ Eucarestia la nostra solitudine è abitata da Dio non solo nel momento della comunione ma in tutta la nostra vita, perché come ci ricorda S. Agostino: “Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti” (Discorso 228/b).
Nella comunione Eucaristica facciamo l’esperienza di una amore UNICO. Ognuno di noi riceve personalmente l’Eucaristia nelle proprie mani che diventano il riflesso della propria unicità. E, rispondendo all’invito di Gesù “prendete e mangiate”, presentiamo al ministro le mani segnate dalle nostre impronte, scavate dal tempo e dal lavoro che ci modella. Ricordando il monito di S. Cirillo (IV sec. A. C), accogliamo Gesù sulle nostre mani poste davanti al sacerdote come un trono, e prepariamo il nostro cuore all’incontro con Lui. Mi piace pensare a questo gesto del presbitero, come ad un riflesso della lavanda dei piedi. Ancora una volta Gesù si china su di noi, non sui nostri piedi, ma nelle nostre mani. Sentiamo tutti la nostra indegnità e, come Pietro, vorremmo dire: “Signore, tu lavi i piedi a me?” (Gv 13,6). Ma lasciamoci amare da Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,6). Lasciamoci perdonare, accostandoci al sacramento della confessione, lasciamoci educare, leggendo e ascoltando la Parola di Dio, lasciamoci toccare facendolo entrare nella nostra storia, perché per Dio siamo unici e irripetibili. Non scappiamo dalla sua Parola che, ancora oggi, ci chiede “Adamo, dove sei?” (Gn 3,9).
L’amore eucaristico è riflettente, cioè, nell’Eucaristia, come nel catino dell’ultima cena, riusciamo ad intravedere il volto di Cristo. Questo riflesso assume un duplice aspetto: innanzitutto è per noi un continuo richiamo al banchetto di nozze con il Signore: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Perciò, ogni volta che ci accostiamo alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, Gesù ci trasforma interiormente offrendoci l’orizzonte del cammino della nostra vita. Nel calice, come nel catino, vediamo il riflesso l’amore di Dio che guida la storia e la spinge verso la sua pienezza. Abbiamo bisogno che il Signore, ci lavi i piedi con l’Eucaristia, risanandoli dalle fatiche quotidiane, massaggiandoli con l’olio della speranza, medicandoli con la sua misericordia. Dovremmo meditare più spesso quanto ci ricorda Papa Francesco, facendo riferimento alla tradizione della Chiesa: “L’eucarestia non è un premio per i buoni, è una medicina per i deboli”. Così scriveva S. Ambrogio: “Chi ha una ferita, cerca la medicina. La nostra ferita è l’essere soggetti al peccato: la medicina è il celeste e venerabile sacramento. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Se lo ricevi ogni giorno, per te ogni giorno è quell’oggi! Se oggi Cristo è tuo, egli risorge per te ogni giorno” (De Sacramentis 5,24-26 passim). Ancora una volta Gesù sembra dirci, come a Pietro: “ricorda che non sei tu che dai la vita a me, ma io la dono a te, perché tu possa vivere!”.
L’ultimo aspetto del riflesso dell’Eucaristia è il catino della lavanda dei piedi. Come possiamo separare questi due aspetti!? È impossibile. L’Eucaristia trova la sua sorgente nella passione e morte di Gesù, è il memoriale della sua umanità crocifissa, è la contemplazione della povertà redenta. La fragilità del pane e del vino, sono per noi il richiamo del mistero della incarnazione del Signore che continua ad essere presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue. Ce lo ha ricordato Papa Francesco nel suo messaggio per la prima giornata dei poveri: “Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58)”. L’acqua, in cui si riflette il volto di Cristo, è sporcata dalle nostre povertà e fragilità, dalle nostre ferite e piccolezze. L’amore coniugale ci ricorda che nessuno di noi è un supereroe isolato, ma che abbiamo sempre bisogno l’uno dell’altro. Ci amiamo non nonostante le nostre fragilità, ma a partire dalle nostre debolezze e in esse riconosciamo il volto di Cristo.

Miei cari fratelli e sorelle,
questa sera il Signore mi dà la gioia di esprimere nel gesto della lavanda dei piedi, la gratitudine per l’amore coniugale che, attraverso il sacramento, le coppie cristiane donano a tutta la Comunità. È bello essere sostenuti dall’amore di coppie che cercano Dio nell’Eucaristia e nella comunità.
La vostra presenza nella messa domenicale, il vostro impegno nell’educazione dei figli, la testimonianza della fedeltà alle promesse matrimoniali, la solidarietà familiare che esprimete nel servizio ai poveri è per me un grande dono e insegnamento. La parrocchia è una “famiglia di famiglie” in cui si ritrovano adulti, anziani e giovani, ragazzi e bambini. È una famiglia in cui tutti siamo chiamati ad essere fratelli e sorelle, in cui tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro: della preghiera reciproca, come della carità fraterna. Non fateci mancare mai il dono del vostro amore coniugale! Non accontentatevi di appoggiarvi l’uno all’altro! Non lasciatevi assorbire unicamente dalle faccende domestiche. Abbiamo bisogno di coppie che sappiano osare nella preghiera comune, nel dono del tempo e della vita, nel perdono reciproco.
Tra di noi ci sono persone non sposate, giovani, vedove o vedovi, separati/e o conviventi, persone il cui coniuge non condivide il cammino di fede. Ognuno porta con sé le proprie esperienze e ricchezze. Aiutateci a ritornare a Dio con un amore più sponsale. Insegnateci ad accogliere e custodire l’intimità, a non violarla con il pettegolezzo e il giudizio. Ricordateci l’unicità dell’amore di Dio, attraverso l’accoglienza e il perdono reciproco. Siate per noi un riflesso dell’amore di Dio nella preghiera eucaristica e nel servizio dei poveri. Aiutateci a riscaldare con il focolare domestico le mura della nostra comunità. Portateci nella sala superiore dell’amore dove possiamo gustare il pane della carità.

Don Mimmo Giannuzzi

Leave a reply