IMG_20170413_195638Il giovedì santo ci ritroviamo per compiere uno dei riti più antichi nella storia della Chiesa: la lavanda dei piedi; un rito che non ha bisogno di troppi orpelli o parole ma che, con una semplice brocca e un catino, resta uno dei più eloquenti gesti di Gesù.
Ci chiediamo, ancora una volta: che senso ha per noi oggi ripetere la lavanda dei piedi?
L’apostolo Giovanni cipresenta il contesto in cui leggere questo gesto: quello della relazione tra il Maestro e il discepolo. Questo legame unisce in un modo unico il Signore con i suoi discepoli, una relazione che è descritta con le parole: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).
“Sino alla fine”, “sino all’estremo” è l’espansione, la qualità dell’amore del Maestro verso il discepolo. Quasi Giovanni ci ricorda che il discepolato è “questione di cuore”. Non è possibile, perciò, collocarci altrove per comprendere questo gesto di Gesù. Il suo amore è un amore estremo, come quei gesti folli che fanno gli amanti per conquistare la persona che amano; come il grido delle “mamme coraggio” che non hanno paura di sfidare le armi minacciose della camorra; come l’amore di Maria che per anni ha lottato per riconquistare l’amore di suo marito o di Antonio ed Elisa che lottano, da anni, accanto al loro bambino consumato dalla malattia, come nonno Fabio o nonno Alberto che, da più di quattro anni, restano accanto alle loro mogli rese assenti e silenziose da una malattia degenerativa che le tiene legate ad un respiratore o le ha rese incapaci di comunicare. Un amore tenace e riconoscente come quello di Angela, Teresa, Francesco che, ogni giorno, si prendono cura dei loro genitori irrigiditi o incoscienti o indeboliti dall’età che avanza.
I nomi sono stati inventati, ma le loro storie no. Sono storie di persone che abitano nel nostro Paese, nella nostra parrocchia e ci aiutano a comprendere che cos’è quest’amore estremo, sino alla fine.

È questo un amore che rende insignificanti i gesti detti “estremi” di chi gioca con la vita per provare un piacere o una emozione; o di chi spreca tempo e denaro dietro piaceri che svuotano l’esistenza come il gioco, la droga o l’alcool.
“Li amò sino all’estremo, sino alla fine”. Mi piace leggere così l’amore che Dio ha per me, per te, per noi. Un amore quasi folle che rompe i cieli, che sa attendere, che è capace di percorrere vie impervie e nuove per cercare una sola pecora smarrita, che si consuma e non si stanca.
È questo il contesto in cui Giovanni ci colloca questa sera, il punto di vista da cui l’apostolo ci invita a guardare due gesti uniti dall’amore: la lavanda dei piedi e l’Eucaristia.
Questa sera c’è un eccesso di amore nell’aria!
È a partire da questo sguardoche desidero soffermarmi con voi su una parola che risuona in me come un monito e un invito: è laparola “esempio”.
“Vi ho dato un esempio” (Gv 13,15) dice il Maestro, elevando un rito di accoglienza, di ospitalità a gesto esemplare per tutta la chiesa.
Non vi nascondo che questa parola mi mette molto in discussione. Se non ci fosse stata in questo episodio, ci avrebbe esonerati dal doverci sentire così tanto coinvolti.
Ma questa parola è lì come un macigno lungo la strada, un incrocio da cui non possiamo esimerci.
Perché la parola “esempio” mi pesa così tanto?
Innanzitutto perché mi colloca in una relazione nuova con il Signore. Mi dice che l’amore estremo di cui mi fa dono è un amore che mi coinvolge, chiede di lasciarmi amare non come vorrei io ma come vuole lui. Mi ricorda che non posso accontentarmi delle mezze misure, delle scelte fatte a metà, di uno stile di vita che mette tutto in ordine tranne me stesso. Mi ricorda che o scelgo di essere discepolo come vuole Gesù, o mi tiro fuori dalla relazione con Lui: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (13,8).
Lui ci ha dato l’esempio, ci ha detto in quale misura siamo chiamati a vivere l’amore, ognuno con la propria vocazione o stato di vita.
Ci ha detto che l’amore diventa luminoso attraverso il dono di sé: Lui è la luce, e sappiamo che una candela non può fare luce se lo stoppino e la cera non si lasciano consumare: la Pasqua senza la passione e la morte di Gesù è impossibile. Così come l’amore senza il servizio non fa luce. In questo senso ascoltiamo la domanda del Maestro: Capite quello che ho fatto per voi? (13,12)
La parola esempio mi pesa tanto, anche per un altro motivo:
Perché mi dice che la prima predica che sono chiamato a fare è con la mia vita. Gesù vuole da noi che siamo persone e comunità esemplari: “siate perfetti come il Padre mio” (Mt 5,48). La parola greca “upodeigma” (esempio) viene tradotta anche come modello (da questo vocabolo deriva il termine paradigma). Gesù è il paradigma, il modello su cui ritagliare la nostra vita cristiana. Tutto ciò che non è conforme a Lui va tagliato, gettato via e bruciato come i tralci che non servono o gli alberi che non producono frutti (cf. Gv 15,6. Mt 3,10).
Perciò la parola esempio mi interroga, innanzitutto,sul valore che do al mio discepolato, quanto sono disposto a tagliare, a mettere da parte atteggiamenti, parole, gesti che non sono conformi al vangelo. Come possiamo essere un esempio per gli altri se noi per primi non facciamo ciò che dice il Maestro?
La parola esempio ci invita a mantenere sempre alta e radicale la proposta cristiana, non come una ideologia, una idea da propagandare o uno slogan da difendere. Al contrario, ci chiede di partire dalla consapevolezza che la misura alta della vita cristiana ci richiama la bellezza della vetta. Ci dice che prima di proporre l’impegno del cammino siamo chiamati a contemplare e a far innamorare della grandezza del traguardo.
La vita cristiana è bella perché è impegnativa; perché, anche se sbagliamo, cadiamo e ci stanchiamo, il Vangelo ci risolleva e ci invita a rimetterci in cammino. Così la misericordia di Dio ci viene incontro non per lasciarci dove ci ha trovati, ma per risollevarci e trovare in Lui un motivo per camminare.
Infine, la parola “esempio” mi mette in discussione come adulto, educatore, pastore di questa comunità:mi invita a non accontentarmi, a non lasciar correre sul vangelo, a non cercare plausi o consensi, a non misurare il mio servizio sulle condivisioni, quanto sulla gioia di seminare, ovunque e sempre, il seme della Parola di Dio.
Il 24 febbraio mi colpì un twitter in cui Papa Francesco scriveva: “non sottovalutiamo il valore dell’esempio perché ha più forza di mille parole, di mille “likes” o retweets, di mille video su youtube”.
Gesù ci ha detto “vi ho dato l’esempio”, quasi a ricordarci che non possiamo essere d’esempio se guardiamo i nostri interessi, se cerchiamo ricompense, se pensiamo ai nostri bisogni e interessi.
Un padre o una madre smettono di essere d’esempio se, piuttosto che guardare ai valori della vita, ai significati delle azioni, al benessere dell’intera famiglia, cercano solo il proprio piacere, la propria gratificazione o ricompensa. I genitori non danno l’esempio se sono disposti a fare sconti sul bene, sui valori, sulle virtù piuttosto che a proporre sacrifici sul male, sui vizi, sui capricci.
Un lavoratore cristiano smette di essere d’esempio se si accontenta di andare a lavoro solo per il profitto, rinunciando al valore del lavorare insieme, del sostegno dell’altro, dell’accoglienza e collaborazione.
Un giovane studente non è più d’esempio se si accontenta di studiare per un esame, di cercare solo amici che lo gratificano, di dominare sugli altri o utilizzarli per se stessi. Non è di esempio se smette di sognare, di credere con entusiasmo, fatica e amore nel Vangelo e nelle cose che fa e dice.
Un catechista, un educatore, un genitore non può accontentarsi di chiedere ai bambini o agli adolescenti di pregare, di partecipare alla vita della comunità, di essere attenti o silenziosi e, contemporaneamente, chiacchierare durante le messe, sedersi negli ultimi banchi, sentirsi esonerato da fare il proprio cammino di fede, preferire i toni di voce alti al confronto e al dialogo. Non possiamo chiedere a qualcuno di non gridare, alzando la voce!
Un adulto, un nonno non può accontentarsi di riempire i pomeriggi di tv spazzatura, di programmi pieni di pettegolezzi e poi chiedere ai ragazzi o nipoti di essere più responsabili. Dagli adulti ci si aspetta un esempio di vita piuttosto che un appiattimento su dinamiche o parole adolescenziali.
Gesù, questa sera, ci consegna una strada per il rinnovamento delle nostre Comunità, per celebrare la pasqua a partire da noi stessi, per rendere più significativa la testimonianza della fede: è la strada dell’esempio.
Un esempio che siamo chiamati a donarci reciprocamente:“se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).
L’esempio non è una strategia di marketing della fede, una tattica per annunciare il Vangelo: è il linguaggio con il quale siamo chiamati a dialogare tra noi. È il modo con il quale i coniugi si raccontano il Vangelo, i catechisti parlano di Gesù, i fedeli, partecipando a messa, si salutano e si accolgono reciprocamente, i giovani sperimentano le profondità e altezze della fede, gli adulti perfezionano e convertono la propria vita. Non possiamo pretendere amore se non diamo amore!
Quale esempio ci diamo reciprocamente?
Da questa domanda mi piacerebbe ripartire con voi questa sera. So che è una domanda dura, provocatoria, che vorremmo dribblare pretendendo da altri ciò che dovremmo fare noi stessi e che, forse, è più facile uscire dal cenacolo, come ha fatto Giuda, piuttosto che restarci, pur consapevoli delle proprie e altrui fragilità, come ha fatto Pietro.

Carissimi,
questa sera lasciamoci lavare i piedi da Gesù, lasciamo che sia Lui a darci l’esempio, a riscaldare il nostro cuore, a indicarci la strada da cui partire per il rinnovamento del nostro cuore e della nostra comunità. Oggi facciamo memoria di quella Cena che, ogni giorno, celebriamo e che ci lega a Cristo in una maniere unica attraverso il Sacramento dell’Eucaristia. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice non solo partecipiamo alla vita di Cristo ma sentiamo risuonare nel nostro cuore le sue parole “fate questo in memoria di me”.
Oggi celebriamo anche l’istituzione del sacerdozio ministeriale.
Se dovessi pensare a questi anni di ministero non potrei fare memoria di quanti mi hanno dato l’esempio nella preghiera, nella carità, nel servizio, nel perdono, nell’accoglienza. Un presbitero senza una Comunità sarebbe privato non solo dei piedi da lavare, ma anche di qualcuno che gli insegna a lavare i piedi reggendo la brocca e il catino.
La liturgia tra poco mi chiederà di compiere un gesto di cui sono chiamato a darvi sempre l’esempio. Perciò, questa sera vi chiedo di pregare anche per me, perché il mio sguardo sia sempre fisso sui piedi di chi ha bisogno, i miei interessi non siano altri se non servire chi mi chiede aiuto, la mia attenzione non sia rivolta ad altro se non al catino nella cui acqua si riflette il volto di Cristo.

Don Mimmo Giannuzzi

Leave a reply