Oggi, vi do una buona notizia!

OGGI, VI DO UNA BUONA NOTIZIA!

Non è facile, di questi tempi, ascoltare buone notizie né dai telegiornali, né dalla gente. Certamente stiamo vivendo un periodo difficile, fatto di prove e ristrettezze.

Ma è possibile che in giro non ci siano buone notizie?

Me lo sono chiesto dopo aver ascoltato il racconto della Pentecoste, quando i discepoli di Gesù escono dalla stanza e incominciano ad annunciare il Vangelo in una lingua comprensibile a tutti. Chi di noi non vorrebbe ricevere una buona notizia? O sentirsi dire da qualcuno “stai bene”? O che chi è attorno a noi si accorgesse dei gesti di affetto e attenzione che riversiamo nei suoi confronti?
In questi giorni ho invitato i ragazzi che hanno ricevuto la prima comunione a chiedere ai propri genitori tre regali:
1. Un po’ di tempo per giocare
2. Un po’ di tempo per raccontare qualcosa di Dio
3. Un po’ di tempo per dire, in modo nuovo, parole scontate: “noi”, “il tuo nome”, “bravo”.

A pensarci bene, qui c’è già una buona notizia: tutti abbiamo un po’ di tempo!
Forse non abbiamo tanti soldi, tanta salute, tanta cultura, ma tutti abbiamo un po’ di tempo! Ci basterebbe un po’ di tempo per giocare con chi ci è accanto, per raccontare le cose più profonde e importanti della nostra vita, per relazionarci con un linguaggio nuovo.
Ogni giorno ci vengono donati 1440 minuti: all’inizio ci basterà sceglierne solo 15 o 30 e donarli senza pretendere di essere ricambiati. Potremmo regalarli a chi abita in casa o lavora con noi: 15 minuti per “giocare”, cioè per fare qualcosa che apparentemente non è utile, non produce nulla, non arricchisce.

Mettiamoci alla prova!
Sarebbe bello se dedicassimo un po’ del nostro tempo anche a raccontare qualcosa di Dio o di noi stessi.
Lo so, non è facile aprire il nostro cuore agli altri. A volte, preferiamo accontentarci di luoghi comuni, di frasi fatte o pensieri scontati. “Raccontare Dio” vuol dire anche avere la capacità di vedere il bene e il bello che sono dentro e fuori di noi.
Che ne dite se provassimo a raccontarci le buone notizie che troviamo attorno a noi? Quelle che sembrano ovvie, di cui non parla nessuno e di cui sentiamo la mancanza quando non ci sono?
ho una buona notiziaAll’ingresso della Chiesa ho collocato una cassetta della posta su cui è scritto “Ho una buona notizia”. Che ne dite se provassimo a raccogliere le buone notizie che riconosciamo attorno a noi? Potremmo esporle, in forma anonima, sulla bacheca, pubblicarle sulla rivista Theotokos, farle circolare tra di noi. In fondo che Comunità cristiana saremmo se non avessimo buone notizie da raccontare? Se non provassimo a tradurre il Vangelo (buona notizia) con un linguaggio comprensibile? A riconoscere il bene attorno a noi?

Mettiamoci alla prova!

Le buone notizie passano anche attraverso i nostri linguaggi. Vi consegno tre parole che profumano di Spirito Santo: “noi”, “il tuo nome”, “bravo”.
“Noi”: è una parola rivoluzionaria. Infatti, ci chiede di pensare al plurale, di anteporre l’altro all’io. Così l’altro non è più tu, ma noi. Proviamo ad esercitarci in casa: siamo capaci di dire sempre “i nostri figli”, piuttosto che i miei o, peggio, i tuoi? Nostra madre/padre, piuttosto che tua madre/padre? Così come la nostra camera, la nostra macchina, la nostra casa?
Esercitiamoci in parrocchia: la nostra Comunità, i nostri canti, la nostra Messa, la nostra caritas, i nostri giovani, i nostri ammalati, le nostre opere…
Esercitiamoci nella Città: le nostre strade, le nostre case, i nostri spazi, le nostre scuole, ecc.
“Il tuo nome”: il nome è una cosa importante. Dare un nome alle cose vuol dire riconoscerle, darle dignità, farle uscire dall’anonimato. Quando a qualcuno cambiamo, stravolgiamo o affibbiamo un nome è come se lo ammazzassimo un po’, gli togliessimo la dignità. Purtroppo siamo abituati da bambini a darci un “soprannome”, ad usare la parola “cosa, quello, ehi, ecc.” per indicare qualcuno o qualcosa. Sentirsi chiamare per nome è come ricevere una carezza sul volto, essere riconosciuti e apprezzati per ciò che siamo.
“Bravo”: da ragazzo mi infastidiva, a scuola, sentirmi dire “può fare di più”.
Sapevo che era vero, ma se mi avessero detto “bravo” per ciò che avevo fatto, probabilmente avrei dato di più. Questo atteggiamento ci accompagna nei nostri giudizi. È difficile sentire qualcuno che dica “bene”, “bello”, “bravo”, senza che poi aggiunga… “però”. Dire bravo a qualcuno non vuol dire chiudere gli occhi all’errore o, peggio, al male. Penso voglia dire, innanzitutto, riconoscere un punto di partenza, un dono, una capacità.
Queste tre parole mi sembrano il linguaggio “nuovo” che i discepoli di Gesù sono chiamati a riconoscere fuori dalla chiesa, come un mistero in cui si rivela l’opera di Dio.
Mettiamoci alla prova!

Miei cari,
ho pensato di scrivervi questa lettera, per raccontarvi un po’ il cammino vissuto in questo tempo di Pasqua assieme a voi e ai ragazzi che hanno ricevuto la prima comunione. Ho voluto iniziare a scrivere una buona notizia a partire da me stesso. Vorrei tanto che questa lettera fosse un timido inizio per un racconto più ricco e fecondo.

d. Mimmo

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