Messa Crismale in Cattedrale

Omelia di S. E. Mons. Paciello  

 
Carissimi Confratelli,
la solenne convocazione della Messa Crismale è per noi e per tutto il popolo di Dio un’occasione preziosa per elevare coralmente e in unità un inno di gloria a Cristo, “a Colui che ci ama e ci ha liberati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il Suo Dio e Padre” (cfr Ap 1,6).

Ogni anno la Santa Madre Chiesa ci fa entrare nel Triduo Pasquale dopo a-verci chiamati a stare in disparte con Cristo:
    per fare memoria del giorno in cui Egli comunicò, non solo agli aposto-li, ma anche a noi, il suo sacerdozio;
    per farci rivivere il giorno della nostra ordinazione presbiterale; non sul piano emotivo ma in una rinnovata presa di coscienza delle promesse fatte al Signore e per confermarle con più lucida consapevolezza e ferma volontà.

Nel giorno della nostra ordinazione, prima che il Vescovo imponesse le mani sul nostro capo e invocasse il dono dello Spirito, ci siamo impegnati con lim-pida sincerità e condivisa convinzione:
–  di voler vivere il nostro sacerdozio in intima comunione con Gesù, cioè di avere come prima aspirazione il vivere in unione con Lui; di affondare nell’intimità con Gesù le radici della nostra azione pastorale; di essere inseparabili da Lui; di camminare alla Sua presenza;
–   di rinunciare a noi stessi e ai nostri progetti, per donarci totalmente al popolo di Dio; di voler essere sacerdoti per gli altri e degli altri, perché un sacerdozio a servizio dei propri progetti di studio, di carriera, di hobby è quanto di più insensato si possa pensare. Siamo stati resi sa-cramento di Cristo, non idoli di noi stessi;
–   di adempiere al di sopra di tutto e con grande responsabilità il mini-stero della Parola, sull’esempio di Gesù, perché il mondo non può fare a meno di Lui e del suo Vangelo;
–  di essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio per mezzo della Santis-sima Eucaristia e delle altre azioni liturgiche. L’Eucaristia è la sorgente insostituibile e inesauribile della Chiesa-comunione. La fedeltà e l’efficacia del nostro ministero eucaristico è tutta nella edificazione della comunione nella Chiesa Diocesana;
–   di essere fedeli ai doveri sacerdotali di spirito di servizio, di castità, di gratuità, di comunione pastorale e fraterna, di obbedienza al Vescovo.
Memori di questi impegni seri, presi col Signore e davanti alla Chiesa, ma anche coscienti della fragile argilla della nostra umanità, nell’orazione ab-biamo chiesto al Padre di darci il Suo Spirito per “essere testimoni nel mondo dell’opera di salvezza del Cristo, del cui sacerdozio ci ha resi partecipi”.

Vi confesso, cari confratelli, che la parola che mi risuona fortemente nel cuo-re in questa Messa Crismale è quella che Gesù confidò agli apostoli la sera della cena: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,15).
Sento intensamente l’attualità di questa confidenza del Signore, non solo perché anche per me potrebbe essere l’ultima Pasqua che celebro con voi, ma soprattutto perché questa è la Pasqua dell’Anno Eucaristico.

Nel giorno dell’ordinazione abbiamo promesso ufficialmente al Vescovo e al popolo di Dio di “essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio per mezzo della Santissima Eucaristia”.
L’Anno Eucaristico deve aiutarci, con tutti i sussidi, le iniziative, le occasioni di formazione, di aggiornamento che ci offre, ad entrare sempre più piena-mente nei divini misteri che celebriamo ogni giorno.

“Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi”.
Che cosa si nasconde in questa confidenza di Gesù?
Certamente, il bisogno umano di sentire vicini i discepoli, prima della grande solitudine, del tradimento, prima del rinnegamento e della condanna, prima delle torture, delle umiliazioni e della croce.
Ma questo desiderio veniva da molto lontano, da prima delle nozze di Cana; era un desiderio intimamente legato alla sua “ora”; era un’attesa iniziata con l’“Eccomi, manda me” detto dal Verbo al progetto di salvezza del Padre.
Era la realizzazione di un appuntamento da lungo bramato, per rivelare e dare i grandi doni del sacerdozio e dell’Eucaristia; per aprire il suo cuore e mostrare ai discepoli e a noi l’abisso infinito del suo amore di figlio di Dio che si fa servo fino all’effusione del sangue.

Ma i Vangeli, quasi per metterci in guardia dal pericolo facile di celebrare i divini misteri con superficialità e senza la necessaria comprensione, non hanno difficoltà ad ammettere che la prima Eucaristia in cui era fisicamente presente Cristo sacerdote e vittima, non è stata molto edificante.
Il cuore dei discepoli era troppo angusto e impreparato a ricevere i doni im-mensi che Gesù aveva riservato per quell’ora.
Gli apostoli pensavano che stavano facendo il solito rito della consumazione dell’agnello con erbe amare e pane azzimo, per ricordare un evento lontano nel tempo, la Pasqua ebraica; un evento che non li coinvolgeva; la ripetizione di una tradizione che si doveva tramandare.
Non sanno, ignorano che stanno passando dal simbolo alla realtà, dalla promessa alla salvezza, dall’antico al nuovo, dalle alleanze in figura alla nuo-va ed eterna alleanza.
Sono impreparati a prendere coscienza che da passivi spettatori diventano sacerdoti del Dio altissimo; strumenti vivi della presenza della persona stes-sa di Cristo; celebranti del suo sacrificio pasquale; eredi, custodi e ammini-stratori di tesori di grazia; portatori di salvezza al mondo; costruttori di co-munione, fondamento visibile di unità; mura e fondamento della verità e della santità della Chiesa; testimoni dell’amore di Dio davanti a tutti gli uomini; annunciatori coerenti di un Vangelo di cui nessuno può fare a meno.
I comportamenti poco esemplari della sera della cena e dei giorni della pas-sione saranno cancellati dall’incontro col Risorto, la sera di Pasqua, e dallo Spirito di Pentecoste; cioè, solo quando entrano pienamente nel cuore del mistero, gli apostoli diventano capaci di testimonianza, di fedeltà, di coraggio fino all’effusione del sangue.

Essere fedeli dispensatori dei divini misteri significa innanzitutto essere “fe-deli all’Eucaristia, cioè celebrarla con una partecipazione personale piena; viverla in modo integrale, con la consapevolezza che Cristo ora, qui in me e per mezzo mio è presente; con me e per me si offre; nella mia persona e col mio ministero offre il suo amore e la sua obbedienza al Padre e spezza se stesso per la salvezza degli uomini di oggi, per la remissione dei peccati di oggi; dà al Padre ogni onore e gloria per mezzo della mia voce e del mio cuo-re.
Essere fedeli dispensatori dei divini misteri, non significa moltiplicare messe e distribuire comunioni, ma diventare uomini eucaristici, animati dalle virtù eucaristiche del cuore di Cristo: donare gratuitamente se stessi, spezzarsi per creare comunione, vivere per amare, obbedire per salvare.

Essere dispensatori fedeli della Santissima Eucaristia significa permettere a Cristo di celebrare in noi il suo mistero pasquale di morte e risurrezione; fargli vivere in noi l’attesa della Sua Ora, e l’ardente desiderio di donarsi per fondare nell’unità i suoi discepoli.
Essere fedeli dispensatori della Santissima Eucaristia significa, allora, mo-strare la presenza del Cristo non solo nel segno del pane e del vino, ma an-che nella propria paternità spirituale, nell’umiltà, nello zelo apostolico, nella sollecitudine pastorale, nel cercare le pecore disperse, nell’accogliere il prodigo che ritorna.
“Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi”. Cari confratelli, i Do-dici presenti nel cenacolo oggi siamo noi. Il desiderio di Cristo di entrare in comunione con noi, di essere in noi, di trasparire attraverso noi, di vivere la Pasqua in noi, dopo venti secoli, non è venuto meno.
Che cosa abbiamo nel cuore noi, oggi qui, mentre siamo a mensa con Lui?
Quando andremo via da questa Cattedrale, come ogni giorno quando uscia-mo dalle chiese dove abbiamo celebrato, Cristo continua ad essere bestem-miato, tradito, ignorato, contraddetto, cacciato fuori dalle mura della Città santa, non solo dalle Istituzioni laiciste, ma anche dalle famiglie dissacrate, dalle comunità dove non ci si ama, dai luoghi dove si maltratta il fratello, o ci si allontana per tradire.
In questo momento, mentre siamo seduti a mensa con Cristo, noi, i Dodici di oggi, quali sentimenti abbiamo nel cuore?
Al termine di questa cena pasquale, quando usciremo fuori in quale gruppo di discepoli ci ritroveremo? Con Giovanni accanto a Maria fin presso la croce, a condividere fino alla fine il martirio suo e di Suo Figlio?
Nei panni di Pietro in un momento di fragile viltà e di salutare pentimento?
Nel gruppo di quanti si sono allontanati e nascosti nell’ombra?
Con quanti condividono la delusione di Giuda circa le aspettative riposte nel Maestro?
Se non prendiamo coscienza del rapporto che c’è tra Gesù e noi, suoi com-mensali abituali, non potremo mai essere “fedeli dispensatori dei misteri di Cristo per mezzo della Santissima Eucaristia”.
Non potremo mai rendere pasquali le nostre comunità; non potremo pro-muovere, rinnovare la vita ecclesiale secondo gli insegnamenti del Concilio e le indicazioni del Sinodo, se noi, dispensatori dei divini misteri, non siamo “fedeli” agli impegni che abbiamo preso con Cristo nel giorno della nostra ordinazione presbiterale.
Mentre Cristo, cinto di grembiule, è inginocchiato ai nostri piedi, sentiamoci invitati a uscire dal castello di posizioni individuali in cui forse ci siamo ar-roccati nei confronti del Vescovo, dei Confratelli, del Popolo di Dio.
Il prete non è un eremita, un solitario: appartiene al presbiterio in forza del carattere sacramentale; è membro del corpo sacerdotale il cui capo è il Cri-sto, visibile e presente nel Vescovo; è un dono fatto alla Chiesa, che non si appartiene più.
Per vivere un sacerdozio felice, non si può fare a meno di un rapporto filiale di obbedienza e di comunione, di confidenza, di collaborazione, di fraternità e di reciproco aiuto con il Vescovo e con i Confratelli.
Separarsi dal presbiterio è negare la propria identità, rendere più difficile il lavoro degli altri presbiteri, danneggiare indirettamente i giovani, le famiglie, i ragazzi, i malati, il cammino della Diocesi, l’annunzio del Vangelo. San Gregorio Magno, nelle Omelie sui Vangeli scrive: “Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli” (PL 76,1097)
Cari Confratelli, l’Anno del Sinodo, per il nostro Presbiterio e per la nostra Chiesa è stato come uno stare alla Mensa della Parola; l’Anno Eucaristico è come essere seduti alla Mensa Eucaristica.
Sinodo e Anno Eucaristico sono un unico banchetto Pasquale nel quale Cri-sto continua a ripetere, particolarmente per noi, l’appello a partecipare in pienezza al mistero pasquale, decidendoci, se è necessario, a riconoscere come Pietro, le nostre stoltezze, per potergli confessare con Pietro rinato “Si-gnore”, Tu sai che ti amo”.
Carissimi, siamo tutti consapevoli di quanto sia critico il tempo che stiamo attraversando sotto l’aspetto economico, lavorativo, sociale, politico, morale, educativo.
È questa vera e propria crisi culturale culturale che fa ripetere a Cristo, e a me indegno suo servo, il desiderio di rendere autenticamente e pienamente pasquali le nostre eucaristie.
Non abbiamo né motivo né diritto di essere Chiesa in crisi, di metterci in a-rea di parcheggio, di creare climi di smantellamento o di passiva attesa di un Messia.
Dobbiamo e possiamo essere Chiesa e Presbiterio in cammino, con le volontà obbedienti, le braccia operose, il cuore aperto all’unità e alla comunione, lo spirito rivolto alla missione.
La Diocesi non è il Vescovo che va o che viene, ma la Chiesa Locale, in tutte le sue componenti, che ogni giorno, al Cristo risorto e glorioso che la Chiama alla fedeltà e all’amore, risponde, come Maria di Nazaret, con gioia e prontezza: “Eccomi”.

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