“Le donne al sepolcro” Omelia di Pasqua

I quattro evangelisti ci dicono che l’annuncio pasquale è affidato ad alcune donne: erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo (Lc 24). Sembra che il Signore per annunciare al mondo la sua risurrezione abbia scelto alcuni testimoni privilegiati e una grammatica particolare.

Già, penso non sia fuori luogo dire che la grammatica femminile sia la lingua originale dell’annuncio di Pasqua.

In fondo, anche la liturgia pasquale porta con sé una sensibilità tutta femminile:

–          ci richiama il grembo battesimale in cui siamo nati;

–          è arricchita di fiori, canti, tappeti, luci così come una donna preparerebbe una casa per accogliere un ospite o per festeggiare il ritorno di un figlio.

–          ci invita a ricordare (a riportare nel cuore) la Parola, così come spesso ci capita di sentire in donne che amano richiamare costantemente al cuore e alla mente, episodi, eventi e incontri importanti.

Mi ha sempre stupito questa scelta preferenziale del Maestro verso le donne e mi son chiesto se in questa scelta Gesù non voglia dire qualcosa alla sua Chiesa. In fondo, nessun evangelista ha potuto omettere questo particolare, non avrebbero potuto annunciare la resurrezione senza passare da questo punto fondamentale: le donne al sepolcro.

Cosa hanno da dire queste donne alla chiesa?

Mi piacerebbe cogliere due messaggi.

Certamente nella cultura ebraica al tempo di Gesù, la donna non era considerata al pari di un uomo. Un talmud ebraico recita: “La nascita di una bambina è un evento infelice” (Baba Bathra, 16b). Così come ad essa non era riconosciuta una funzione pubblica. Ancora è scritto: “Non è mai una buona cosa parlare troppo a lungo con le donne, inclusa la propria moglie” (Aboth, 1.5). Sappiamo che in un tribunale ebraico la testimonianza delle donne non era credibile. Purtroppo non siamo ancora molto distanti da questa mentalità se pensiamo al ruolo della donna oggi nel mondo del lavoro,  nella vita sociale o ecclesiale.

Ma come mai, allora, Gesù affida proprio ad alcune donne il messaggio fondamentale di tutta la fede cristiana?

In questa opzione preferenziale ci sembra di poter cogliere una dinamica della fede: l’annuncio del Vangelo passa attraverso i vicoli della fragilità e della incredulità.

Gesù affida il suo messaggio a donne poco credibili per status sociale, a donne impoverite dalla loro condizione, a donne che non possono poggiare la credibilità del messaggio che portano sulle loro forze, sulla potenza delle loro opere, sulla certezza della loro parola.

Il messaggio della risurrezione viene affidato a persone deboli per ricordare alla Chiesa che la forza della Parola non è nelle capacità di coloro che l’annunziano, ma nella Parola stessa!

Il messaggio di Gesù è forte per se stesso! Non abbiamo bisogno di riflettori, di consensi sociali, dell’appoggio dei potenti, del benestare dei sondaggi!

Questa sera abbiamo ascoltato alcune letture dell’Antico Testamento.

Esse ci hanno ricordato l’opera della Parola di Dio in Israele: è Dio che ha chiamato Abramo, ha condotto Israele fuori dall’Egitto, è Dio che lo ha rialzato e salvato. Ce lo ha ricordato il profeta Ezechiele “Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. […] vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”.

Le donne del vangelo ci annunciano questa prima, fondamentale esperienza della fede: credere nella forza, nella potenza della Parola di Dio. Essa ci precede, e conferma con le sue opere, le nostre parole.

Perciò, cosa vuol dire credere? Queste donne ci dicono innanzitutto che credere vuol dire fidarsi di Dio, della sua promessa, della sua opera.

Un secondo punto: il linguaggio femminile

Dobbiamo riconoscere che nella storia siamo un po’ come Pietro che, ricevuto il messaggio delle donne, “tuttavia si alzò e corse al sepolcro”. Già, agli apostoli quelle parole “parvero come un vaneggiamento e non credevano a esse”.

Non so se faccio una forzatura biblica, ma mi piace pensare che Gesù abbia voluto affidare alla grammatica femminile l’annuncio della risurrezione, perché esse sarebbero state più capaci di raccontare ciò che era successo.

Non tanto perché la religione è una “questione di donne”, ma perché loro avrebbero saputo raccontare meglio cosa stava avvenendo nella storia, forse perché la risurrezione prima che essere una questione di “testa” è una questione di cuore!

Mi piacerebbe provare a raccontare così la risurrezione, non tanto come una dimostrazione, una filosofia o un pensiero.

–          Mi piacerebbe imparare dalle donne a parlare di Gesù con la tenerezza con cui sono capaci accogliere la vita che nasce e cresce;

–          mi piacerebbe gioire per la risurrezione di Cristo come si gioisce per la nascita di un figlio, dimenticando i dolori del parto;

–          sarebbe bello poter raccontare la nascita della Chiesa non come l’inizio di una organizzazione o una istituzione, ma come una comunità in cui sentiamo l’altro come parte di noi stessi.

Questo annuncio affidato alle donne ci invita a rivedere non tanto i contenuti, quanto i modi con cui trasmettiamo l’esperienza fondamentale della nostra fede. Penso che le donne potrebbero insegnarci cosa voglia dire prenderci cura delle cose che ci sono state affidate.

Dobbiamo riconoscere che, a volte, facciamo fatica a leggere questo “vangelo femminile” raccontatoci da Luca.

La grammatica femminile con cui le donne annunciano il vangelo della risurrezione ci interroga sui modi con cui annunciamo il Vangelo, viviamo la nostra appartenenza alla chiesa, partecipiamo alla liturgia e alla carità.

Perciò, mi sono chiesto cosa ho imparato in questi anni dalle donne che ho incontrato nel mio cammino di fede, cosa mi hanno insegnato, come hanno arricchito la mia umanità, in che maniera Dio mi ha parlato, come è passato nella mia esistenza?

Ho fatto un lungo elenco di persone che in questi anni ho conosciuto, apprezzato, ascoltato.

Mi è venuta alla mente la delicatezza con cui alcune donne annunciano il vangelo, accompagnano i ragazzi e i giovani nel loro cammino di fede; la gratuità e la generosità con cui altre si mettono a servizio dei più poveri e deboli; la generosità con cui alcune si prendono cura della chiesa come della loro casa; la maternità che traspare dal modo con cui ci si prende cura, ci si protegge e ci si ascolta… tante donne si prendono cura di noi, della nostra comunità dall’economia alla catechesi, dal Centro “granelli di senape” ai gruppi parrocchiali, dalla carità al canto.. ma tante ancora pregano, sostengono con la carità silenziosa, accompagnano con la testimonianza della fede.

Cosa ho imparato da loro? Penso di potere sintetizzare tre aspetti:

–          ho imparato cosa vuol dire prendersi cura dell’altro, la costanza, l’attenzione ai piccoli particolari, la ricerca della bellezza anche nelle cose quotidiane;

–          ho imparato che non si ragiona solo con la testa ma anche con il cuore, che non è vero solo ciò che si pensa, ma anche ciò che si sente; ciò che si intuisce non pensando più a se stessi;

–          ho imparato i gesti dell’amore, il valore delle lacrime, la tenacia nelle relazioni.

Perciò questa sera vorrei provare a parlare di Dio non con la mia ragione di uomo, con i miei ragionamenti o le mie conseguenze pratiche, mi piacerebbe comunicarvi non solo un coerente teorema della vita spirituale o portarvi uno splendido organigramma della vita comunitaria.

Vorrei, perciò, tentare di balbettare qualche parola su Dio a partire dal mio cuore, dalle persone che in quest’anno ho incontrato, dalle relazioni che ho vissuto e dalle paure o speranze che porto in me.

Vorrei dirvi che sono felice non perché mi sento realizzato o perché ho un ruolo ecclesiale o sociale che – a dire il vero – mi sta anche stretto.

–          Sono felice non perché non ho problemi, fatiche o dolori; né sono felice perché mi sento sistemato o arrivato;

–          Sono felice perché Dio non si stanca di passare nella mia vita, non si stanca della mia testa dura o delle mie lamentele;

–          Sono felice perché vedo che è Dio che si prende cura di questa comunità, e che, ogni volta che penso di aver fatto una cosa buona, Lui mi lascia sempre dietro seminando lungo la strada cose meravigliose;

–          Sono felice perché credo nella Provvidenza di Dio anche quando penso che non ci siano vie d’uscite, anche quando sperimento il limite delle mie forze, anche quando sono stanco o penso di avere sbagliato strada;

–          Sono felice perché vedo tanti giovani diventare adulti nella fede, tanti ragazzi assumersi delle responsabilità, vedo adulti che spendere il proprio tempo, le proprie energie, le proprie risorse per il Vangelo;

–          Sono felice perché vedo che non mancano nella nostra comunità gesti e opere di carità;

–          Sono felice perché non sono solo nella mia vita di uomo, di battezzato e di prete;

–          Sono felice anche quando sono triste, sono spento, sono peccatore, sono disorientato o demoralizzato;

–          Sono felice perché so che Cristo è risorto e la morte non è l’ultima parola sulla mia vita;

–          Sono felice perché so che questa gioia è anche la vostra gioia: è la nostra gioia!

–          Sono felice perché credo che Dio stia passando, anche questa notte, nella nostra vita lasciandoci un segno.

Don Mimmo Giannuzzi

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