L’acqua unita al vino. Omelia di Natale

“L’ACQUA UNITA AL VINO”

Omelia di Natale 2015

gocciaDurante la Messa, il sacerdote, prima della presentazione del vino, versa una goccia d’acqua nel calice dicendo sottovoce: “L’acqua unita al vino sia il segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.
Questo gesto, di cui ci parla Giustino nel 150 d.C. e, un secolo più tardi, Crispiano di Cartagine probabilmente era presente nell’antichità quando, durante i pasti, per stemperare il vino, veniva aggiunta dell’acqua.
Entrando nel rito, questa abitudine ha assunto un valore simbolico che richiama l’incarnazione di Gesù e la nostra partecipazione alla sua vita divina. Questo gesto così semplice (chi presta attenzione a quella goccia versata nel calice del vino? Ad un gesto che rischia, a volte, di essere abitudinale?) parla di noi!
Nella sua semplicità mi interroga spesso: cosa sono io rispetto alla storia, al mondo, alla vita stessa? Penso alle parole del salmo: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (Salmo 8,5).
Eppure oggi ci ritroviamo insieme innanzitutto per celebrare la bellezza di questa piccola goccia che è l’umanità.
Cos’è l’uomo?
Mi vengono alla mente due opere d’arte: l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci e la Creazione di Adamo di Michelangelo. Nella prima opera, al centro di un cerchio perfetto, vi è il disegno di un uomo, altrettanto armonico e perfetto, mentre nella seconda – la creazione di Adamo – ammiriamo il primo uomo sospeso nella volta della Cappella Sistina con le stesse dimensioni di Dio; le sue dita si incontrano con quelle del Creatore, lasciandoci attoniti dinanzi alla bellezza di questo atto d’amore di Dio.
Ma l’uomo è davvero così grande? Così perfetto? Così onnipotente? O è piuttosto una piccola goccia nella coppa dell’universo?
Il segno dell’acqua versata nel calice ci rimanda al mistero di Dio che si fa carne e alla nostra partecipazione alla sua incarnazione. Perciò da questo gesto vogliamo cogliere tre aspetti della nostra esistenza in Cristo.

1. Una piccola goccia…
Innanzitutto questo gesto richiama alla mente la piccolezza e la fragilità dell’uomo che, forse, oggi più che mai, emerge dalla nostra storia.
Infatti, i drammi e le complessità del tempo moderno, le sconfitte delle ideologie e dello stesso sistema economico consumistico stanno sgretolando la “profezia” dell’umanesimo moderno e contemporaneo, il mito del “superuomo” (cf. Nietzsche).
L’uomo eterno, bello, forte proposto dai mass media, promesso dalla medicina, costruito dalla scienza deve fare i conti con la fragilità della natura umana. Le continue minacce a cui oggi è sottoposto l’uomo occidentale ci riconsegnano un immagine debole dell’umanità: sia delle vittime che dei carnefici!
Qual è la risposta della nostra società alla piccolezza dell’uomo? L’utilità! A volte pensiamo che sia buono e vero solamente ciò che è utile, fino a credere che se non siamo utili, efficienti, allora, non siamo nulla!
Ma se fosse davvero così, a quante cose dovremmo rinunciare: alla bellezza, alla fantasia, al gioco, alle passioni! A cosa serve un gioco tra amici? Una fiaba o un racconto? Un quadro o una preghiera? A cosa serviamo noi nel mare della vita?
A cosa serve una piccola goccia di acqua in un calice di vino? A nulla in realtà!
Il Natale ci restituisce il significato della piccolezza della vita: essa ci rimanda ad un senso che troviamo fuori di noi.
L’acqua unita al vino ci ricorda che il senso di quell’acqua, di quel dono, di quella immersione è nel vino in cui essa si lascia andare. È proprio vero: non bastiamo a noi stessi per essere felici!
Quando si ha paura della propria piccolezza ci si nasconde, si diventa duri, si pretende dagli altri ciò che noi non riusciamo a fare per noi stessi.
Gesù, con la sua incarnazione, non è perciò solo la grande coppa del vino, egli stesso sceglie di essere una piccola goccia d’acqua per indicarci la via della nostra salvezza.
Ci insegna che il valore, il senso, la gioia della vita non è in noi stessi. Così la nostra piccolezza non è più chiusa nello scoraggiamento, nella noia, nel pressapochismo. Chi si lascia ingannare dall’utilitarismo rischia di vivere alla giornata, a vivacchiare, ad accontentarci del minimo indispensabile per vivere.
Per noi cristiani riconoscere la fragilità dell’uomo non vuol dire essere irresponsabili, non dare valore alle cose, al tempo o alle persone.
Al contrario, sapere di essere fragili ci porta ad essere più attenti a noi stessi e agli altri. Perché nella fragilità dell’uomo, nella goccia d’acqua, abita Cristo stesso: “avevo fame, avevo sete, ero straniero, malato, in carcere” (cf. Mt. 25). Come la piccola goccia ci porta al calice, così i poveri ci portano a Cristo.
Di solito, quando sui pacchi scriviamo la parola “fragile” aggiungiamo “maneggiare con cura”. Ogni cosa fragile necessita che sia “maneggiata con cura”.
Perciò, se è vero che siamo fragili, non possiamo vivere come in mezzo a carri armati. La risposta più bella alla fragilità dell’uomo è prendersi cura di lui.
Purtroppo non sempre è così! Se vediamo un bambino o un anziano più fragile cosa facciamo? Gli gridiamo addosso! Sperando che, trattandolo con violenza, cambi. La fragilità dell’altro, se non è accolta e amata, può indurci a collera, rancore, trascuratezza, esclusione, giudizio.
A volte, se qualcuno non ci tratta come vorremmo, piuttosto che chiederci il perché, lo giudichiamo con durezza, lo allontaniamo con forza, lo cancelliamo.
Gesù, con la sua incarnazione, ci insegna a prenderci cura della fragilità dell’uomo. Lui l’ha amata fino a cercarla, ad abbracciarla, a metterla sulle sue spalle così come fa il pastore con la pecora più fragile e più debole.

2.La piccola goccia viene immersa nel vino

La goccia d’acqua versata nel vino è il richiamo ad un gesto d’amore che siamo chiamati a vivere ogni giorno: immergerci in Dio. Questo slancio d’amore potrebbe essere impietrito dalla paura e dalla tentazione di emergere.
La prima tentazione è quella di chi fa fatica ad avvicinarsi alla fede, guarda la vita cristiana come la processione da un marciapiede: vorrebbe parteciparvi, ma ha paura, è bloccato dalle scelte, da esperienze negative del passato, da giudizi o pregiudizi. Questa piccola goccia ci ricorda che per conoscere, fare esperienza di Cristo è necessario immergersi in Lui, avere fiducia lasciandosi trasportare dagli slanci dell’amore.
La seconda tentazione, riguarda un po’ tutti noi, ed è quella di riemergere. A volte ci stanchiamo, vorremmo riprenderci ciò che abbiamo donato a Cristo o agli altri e incominciamo a pensare che l’amore non sia un dono ma un diritto. Perché l’altro non mi ha salutato, non mi ha chiamato, non mi ha ringraziato? Così, dall’oceano dell’amore in cui ci eravamo gettati emergono le nostre ragioni, i nostri privilegi, i nostri primi posti.
Quando iniziamo a perdere l’essenziale della vita, cerchiamo l’apparenza!
Se oggi nella nostra società il peso di ciò che appare nel corpo, nel vestito, nell’immagine di sé ha un rilievo eccessivo è forse perché abbiamo perso l’essenziale. Su questo tutti dobbiamo vigilare! È una tentazione che può insinuarsi anche nelle nostre chiese, nelle nostre liturgie, nella carità, nelle opere che compiamo. E così iniziamo a “misurarci” non su ciò che siamo ma su come vogliamo apparire.
Scriveva S. Josè M. Escrivà: “Non voler essere come quella banderuola dorata del grande edificio: per quanto brilli e per quanto stia in alto, non conta nulla per la solidità della costruzione. Fossi tu come la vecchia pietra nascosta nelle fondamenta, sotto terra, dove nessuno ti veda: proprio per te la casa non crollerà”.
Il Natale ci invita a nasconderci in Cristo per portare in noi lo stesso suo sapore. La piccola goccia di acqua, immersa nel vino, nascosta in lui, porterà il suo sapore, il suo colore, il suo profumo (2 Cor 2,15), non avrà bisogno di altro per parlare di Lui.
La piccola goccia troverà se stessa e, scoprirà che la sua esistenza non è un nulla, un attimo fuggente, un vuoto ma che Dio “ci ha fatto poco meno di un dio, coronandoci di gloria e di onore” (salmo 8,6), donandoci non qualcosa, un piccolo successo, una soddisfazione ma se stesso!

3.La piccola goccia si confonde nel vino

Quando versiamo l’acqua nel vino, la goccia si dilata e si con-fonde, si fonde assieme al vino.
Nel Natale del Signore celebriamo il “il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne e noi, uniti a [Lui] in comunione mirabile, condividiamo la [sua] vita immortale” (prefazio III di Natale).
Nell’incarnazione la vita di Dio e dell’uomo si sono intimamente legate. Vi è un nuovo legame che intreccia il mistero di Dio con quello dell’umanità, “un vincolo così saldo che nulla potrà mai spezzare” (prefazio della riconciliazione I).
L’acqua unita al vino ci richiama questo “misterioso incontro tra la nostra povertà e la [sua] grandezza: noi [gli] offriamo le cose che [Egli] ci [ha] dato, e [Lui ci dona] in cambio [se] stesso” (cf. orazione sulle offerte).
Nell’Eucaristia noi riviviamo questo profondo legame con il Signore. Ci ricorda S. Cipriano: «Se qualcuno offre solo vino, il Sangue di Cristo comincia a essere senza di noi, ma se offre acqua soltanto, il popolo comincia ad essere senza Cristo» (Lettera di Cipriano di Cartagine a Cecilio).
La sproporzione tra il dono di Cristo e il nostro dono ci riempie il cuore di gratitudine: abbiamo ricevuto molto di più di quanto doniamo. E questa “eccedenza” del dono di Dio si esprime in tutta la vita cristiana: il perdono, l’elemosina, l’ascolto, il servizio… sono piccola cosa dinanzi al perdono e al dono di Dio per ciascuno di noi.
Gesù, però, assumendo la natura umana non ha chiuso la storia, ma l’ha aperta verso il futuro, verso la pienezza della vita.
Ci sono alcune opere d’arte che restano incompiute: di solito a causa della morte improvvisa dell’autore (pensiamo all’arte della fuga di Bach o alla più famosa Pietà Rondanini di Michelangelo).
Le opere incompiute hanno un loro fascino: ti chiedi come l’autore l’avrebbe conclusa, cosa aveva in mente.
Oggi ci troviamo insieme per celebrare il mistero del Natale: se siamo qui vuol dire che il Natale di Gesù non ha ancora raggiunto la sua pienezza. La sua venuta è un mistero incompiuto, è un orizzonte aperto sulla storia.
I nostri limiti ci ricordano che siamo un’opera incompiuta, che mai ci sarà un punto nella nostra vita, che nulla potrà estinguere la sete di Lui, e che, ogni giorno, torneremo a versare quella goccia d’acqua nel calice della vita.
Lo sappiamo bene: non si è credenti una volta per sempre. La nostra ricerca di Dio non è compiuta, finita, giunta al traguardo.
L’essere credente non è uno status di vita, una condizione sociale. Al contrario, il credente sperimenta costantemente la condizione di viandante. Il Natale di Gesù ci rimette in cammino alla ricerca di Lui.
Dal Natale ripartiamo consapevoli di avere ripreso il cammino alla ricerca del Maestro.
L’incompiutezza della vita, però, non va confusa con la banalità.
A volte sperimentiamo un vuoto di senso, un malessere interiore, un bisogno di cose altre e pensiamo che la risposta migliore sia la fuga dalla realtà riempiendo, così, la nostra vita con la banalità dell’alcool, del gioco, della irresponsabilità e dell’apparenza.
Il vino in cui la goccia d’acqua andrà versata è il segno dell’amore di Cristo, di un amore non scontato, né banale, mediocre o superficiale.
Immergendosi nella coppa del vino, quella goccia d’acqua sa che non può più appartenere a se stessa, andrà a confondersi con il sapore del vino stesso e con il suo destino.
Chi sceglie di vivere il Natale di Gesù non può pensare di poter restare al di fuori delle logiche del Regno. Pur consapevole delle sue debolezze, del proprio peccato, delle contraddizioni che porta nel cuore, non può che lasciarsi interrogare dalla bellezza e dalla radicalità della vita divina. Non gli basta sapere che altri fanno altrimenti, non si accontenta del “così fan tutti”, non si sazia delle solite regole del gioco.

Miei cari,
ho voluto condividere con voi, in questo giorno, alcuni pensieri ed emozioni che suscitano in me un gesto così semplice e così quotidiano. Come una piccola goccia d’acqua immersa nell’amore di Cristo così vorrei che fosse la mia vita, così piccola, così debole, così fragile.

Gesù buon pastore
Non ti stanchi di cercare chi è perduto
Non ti arrendi dinanzi ai nascondigli in cui ci rifugiamo
Non ti scoraggi per i nostri rifiuti e le nostre continue cadute.

Cos’è la nostra vita se non una piccola goccia?
Dove potremmo andare lontani da Te?
Dove potremmo trovare il senso della vita se non in Te?

Come una piccola goccia d’acqua
Ci immergiamo nel calice del tuo amore
Ci nascondiamo nel tuo cuore
Ci lasciamo sommergere dalla sovrabbondanza della tua misericordia

Aiutaci a non avere una idea troppo alta di noi stessi (Rm 12,16)
A riconoscerti presente nella culla delle nostre fragilità
Ad accoglierti assieme alle nostre povertà
A riconoscerti in tutte quelle piccole gocce
dell’umanità debole, povera e abbandonata.

Immersi in TE, allora,
potremmo portare ovunque
il sapore, il profumo, il colore
della misericordia
e tutto sarà gioia. Amen

(don Mimmo Giannuzzi)

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