La rivoluzione del Pontefice della tradizione

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato, lo scorso 11 febbraio, che avrebbe lasciato il pontificato dalle 20,00 del 28 febbraio. Lo ha fatto personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. E poi, concludendo il suo discorso, ha aggiunto: «Anche in futuro vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Si tratta di un concetto che negli anni di pontificato ha ripetuto spesso: «Il cuore della Chiesa non è dove si progetta, si amministra, si governa, ma è dove si prega».

Dunque, il suo servizio alla Chiesa non solo continua ma, nella prospettiva di fede, diventa ancor più rilevante: se non ha scelto un eremo lontano – magari nella sua Baviera o in quella Montecassino cui aveva pensato papa Wojtyla come estremo rifugio – è forse per testimoniare, anche con la vicinanza fisica alla tomba di Pietro, quanto voglia restare accanto a quella Chiesa cui vuole donarsi sino all’ultimo. Né è casuale, ovviamente, l’aver privilegiato mura impregnate di preghiera come quelle di un monastero di clausura.

Ed è proprio in questa prospettiva religiosa che vi è, forse, risposta a un altro interrogativo: non era più «cristiano» seguire l’esempio del beato Wojtyla, cioè la resistenza eroica sino alla fine, piuttosto che quello del pur santo Celestino V? Grazie a Dio, molte sono le storie personali, molti i temperamenti, i destini, i carismi, i modi per interpretare e vivere il Vangelo. Grande, checché ne pensi chi non la conosce dall’interno, grande è la libertà cattolica. Vittorio Messori, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera ha ricordato le tante volte in cui, l’allora cardinale gli ripeteva, nei colloqui che hanno avuto negli anni, che chi si preoccupa troppo della situazione difficile della Chiesa mostra di non avere capito che essa è di Cristo, è il corpo stesso di Cristo. A Lui, dunque, tocca dirigerla e, se necessario, salvarla. «Noi – diceva ancora Ratzinger – siamo soltanto, parola di Vangelo, dei servi, per giunta inutili. Non prendiamoci troppo sul serio, siamo unicamente strumenti e, in più, spesso inefficaci. Non arrovelliamoci, dunque, per le sorti della Chiesa: facciamo fino in fondo il nostro dovere, al resto deve pensare Lui».

C’è anche – conclude Messori – forse soprattutto, questa umiltà, nella decisione di passare la mano: lo strumento sta per esaurirsi, il Padrone della messe (come ama chiamarlo, con termine evangelico) ha bisogno di nuovi operai, che vengano dunque, purché consapevoli essi pure di essere solo dei sottoposti. Quanto ai vecchi ormai estenuati, diano il lavoro più prezioso: l’offerta della sofferenza e l’impegno più efficace. Quello della preghiera inesausta, attendendo la chiamata alla Casa definitiva.

Ogni altra considerazione e riflessione correrebbe il rischio di risultare presuntuosa e indegna della grandezza del gesto del Santo Padre. Ci piace allora, in questa circostanza, ricordare il suo ministero, tra le altre, con le parole dell’omelia tenuta dal Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, nella messa si ringraziamento per Benedetto XVI:

«Sono ancora vivissime, in noi, la grande sorpresa e la forte emozione prodotte dall’imprevisto annuncio col quale il Santo Padre l’11 febbraio – memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes – annunciava alla Chiesa e al mondo la Sua decisione di rinunciare, dopo aver molto riflettuto e pregato, al ministero petrino. Un gesto che – come ben sappiamo – si è ripetuto pochissime volte nel corso della bimillenaria storia della Chiesa e, già, questa semplice constatazione risulta oltremodo eloquente. Assistiamo ma – come Chiesa – in realtà sentiamo di partecipare, ossia d’essere personalmente coinvolti, ad un evento – lo ribadisco – epocale.

E’ un evento che la fede ci chiede di leggere a partire dalla certezza che la Chiesa è, anche quando questo non ci risulta di immediata comprensione, nelle mani sagge e onnipotenti di Dio. Dio, infatti, è sempre Padre, anche quando ci chiede di percorrere strade nuove, inesplorate e, non di rado, irte d’insidie.

Il gesto di Benedetto XVI segna, proprio nella sua inattesa drammaticità, una frattura col passato e una novità nei confronti di un futuro che scorgiamo difficoltoso da interpretare e – se rimaniamo alle sole risorse umane – inestricabile e, addirittura, impenetrabile. Benedetto XVI ha compiuto un gesto, ad un tempo, umile e coraggioso, consapevole e – come Lui stesso ha sottolineato con forza – libero, al di là di ogni condizionamento umano; un gesto, quindi, che esprime quello che il Santo Padre, oggi, ritiene essere il bene della Chiesa. Possiamo, allora, parlare di un gesto che va al di là del Suo personale stato d’animo e delle sue valutazioni soggettive o di comodo. Certamente non è stata una decisione facile; in essa tutto, infatti, è stato soppesato, con scrupolo, di fronte a Dio.

Il Signore si è servito e si servirà proprio di questo gesto – che in sé può sembrare di resa, di fragilità e di debolezza – per irrompere, nella vita della Sua Chiesa, con la forza della Sua grazia che tutto sana, rinnova e rigenera. E’ un gesto, quello di Benedetto XVI, che interpella profondamente la Chiesa a tutti i livelli. Perché oggi la Chiesa – nella sua componente umana, non in quella divina che è sempre santa – appare provata e bisognosa di una vera purificazione.

Il nostro carissimo e – come abbiamo visto in questi giorni – amato papa Benedetto XVI, col gesto della rinuncia, in realtà intende consegnare la Chiesa, in modo totale, nelle mani del Signore perché Lui operi dove gli uomini non riescono. Questo gesto si manifesta sempre più come atto di fede umile e coraggiosa a servizio della Chiesa.

E qui viene alla mente quanto l’apostolo Paolo scrive nella seconda lettera ai Corinzi, a proposito della forza di Dio che si manifesta nella debolezza e nella fragilità del discepolo credente: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 9b-10).

Mi sembra proprio che, tramite questa scelta, il Signore abbia voluto intervenire in modo più visibile, quasi in maniera palpabile, nella storia della Chiesa che innanzitutto – non dimentichiamolo – è sua. Anzi, è la sua sposa. Mi sembra, così, che il Signore, attraverso la rinuncia al ministero petrino da parte del Santo Padre, abbia voluto – in modo eloquente e inusuale – indicare alla sua Chiesa il primato di Dio. La Chiesa, fatta di uomini, non è degli uomini ma di Dio.

La rinuncia al ministero petrino – nell’intenzione di Benedetto XVI – mi pare indicare, con forza, la necessità di una ripartenza, di un nuovo inizio. Se traduciamo il gesto in termini di vita ecclesiale si tratta della richiesta di una profonda, vera e reale purificazione, di affidarsi alla grazia del momento presente che ci ha visitato in una forma inattesa e drammatica, come soltanto Dio sa fare. Anche attraverso questo gesto siamo invitati a cogliere la cura particolare che Gesù – unico e vero sposo della Chiesa – ha nei confronti della sua sposa.

Il suo vicario Benedetto XVI, rinunciando al ministero dell’apostolo Pietro, compie – lo ripeto – un atto di umiltà, di coraggio e di libertà, ma, nello stesso tempo, un atto di magistero e di governo. Con questo gesto, infatti, è come se abbia detto: nulla di meno era possibile! Nulla di meno era possibile perché tutti compiano quanto è in loro potere affinché la Chiesa torni ad essere il “sì” fecondo detto al suo Signore crocifisso e glorioso.

Penso che, col gesto drammatico della rinuncia al ministero di successore dell’apostolo Pietro, Benedetto XVI si sia idealmente posto sulla “soglia”, quasi a significare il vecchio che giunge a termine e il nuovo che s’intravede. D’altra parte, sia come teologo sia come pastore, Joseph Ratzinger-Benedetto XVI è ritornato spesso sul tema della Chiesa come una “compagnia” sempre da riformare ed amava parlare della “restaurazione” come di un ritorno all’originale progetto evangelico. È significativo, quindi, che la provvidenza di Dio si sia servita di questo suo gesto che per la sua drammaticità traumatica – per trovare un precedente dobbiamo tornare indietro di 600 anni – può avere in sé la forza di chiudere e di aprire una pagina nuova nel flusso continuo della storia della Chiesa.

È un pontificato, quello di Benedetto XVI, che rimarrà e inciderà. Non solo: attraverso tale gesto – e grazie alla libertà e all’umiltà di chi lo ha compiuto – esprime come la guida ultima della Chiesa appartenga a Dio che – come abbiamo ricordato all’inizio, citando proprio un pensiero di Benedetto XVI – “ama compiere le sue opere con mezzi poveri. Chiede però di mettergli a disposizione una fede generosa”.

Il nostro grazie affettuoso e riconoscente va all’amato Benedetto XVI che, appena eletto, alla guida della Chiesa di Roma, si era presentato come “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore” e come tale si è comportato, in tutto il suo pontificato, confondendo quanti si sono mostrati, nei suoi confronti, incapaci non dico di giudizi benevoli o generosi ma almeno obiettivi e sereni.

I tanti che l’hanno amato avranno la gioia e la consolazione di sentirlo ancora con loro, dedicato – come lui stesso ha confidato – alla preghiera, al silenzio e alla contemplazione del volto del Signore.

Grazie, carissimo e amato Santo Padre!»

Vito Caroli

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