La leggerezza della fede-Omelia Pasqua 2016

LA LEGGEREZZA DELLA FEDE
Pasqua 2016

chagall-cantico-dei-cantici-4“In quei giorni, il Signore disse a Mosè: Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino” (Es 14,15). Questo invito del Signore è preceduto dalla lamentela del popolo di Israele, impaurito dalla prossimità dell’esercito egiziano: “È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: “Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?” (Es. 14,11-12).
Mosè incoraggia il popolo invitandolo a non aver paura, ma le sue sollecitazioni sembrano non sortire effetto. Probabilmente, un po’ di fiducia la stava perdendo anche lui e, così, si unisce al coro di coloro che gridano verso il Signore. E qui l’invito di Dio: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino” (Es 14,15).

Ho sentito questo invito rivolto a me: Perché gridi verso di me? Riprendi il cammino!
L’invito a rimettersi con fiducia in cammino è ritornato diverse volte in questa veglia:
– nella preghiera di benedizione del fuoco: “fa’ che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo”;
– nel canto al cero pasquale, quando il cantore ci ha ricordato che questa è la notte in cui il Signore opera prodigi;
– nella parola di Dio dove Isaia ci ha invitato ad andare incontro al Signore: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino” (Is 55,6).
– E, infine, nel Vangelo dove, al cammino verso il sepolcro appesantito dalla sfiducia e dalla paura delle donne, viene contrapposta l’agile corsa di Pietro.

Cos’è la Pasqua per noi battezzati?
Fare nostro l’invito di Dio a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino” (Es 14,15), riprendere il cammino con un cuore libero e leggero.
È su questa leggerezza del cuore che vorrei riflettere con voi.
Il cuore leggero è quello di cui profetizza Ezechiele: “vi darò un cuore nuovo toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26).
Mi sembra questa una condizione necessaria per riprendere il cammino: alleggerirlo dal peso delle nostre lamentele e durezze! Quante volte i nostri discorsi assomigliano a quelli degli israeliti dove il “stavamo meglio quando stavamo peggio” diventa il ritornello per giustificare i nostri comportamenti e le nostre pigrizie.
È molto facile, in questi tempi, unirsi al coro di chi anticipa sconfitte senza imbracciare le armi per la battaglia.
Ma il libro dell’Esodo sembra dirci che non c’è posto per la lamentela e la pesantezza neanche nella preghiera: “perché gridi verso di me?”.
L’invito alla leggerezza ha richiamato alla mia mente una delle sei lezioni richieste dall’università di Harvard ad Italo Calvino nel 1984. Una delle parole scelte da Calvino è, appunto, “leggerezza”.Di essa dice: “Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica […] Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”.

In questo senso mi piacerebbe riflettere con voi sulla leggerezza della fede.
La leggerezza della fede non è, certamente, vivere sulla superficie della storia, né – come ci ricordava don Antonio nell’omelia del venerdì santo – restare indifferenti dinanzi alle domande che il Vangelo e la storia ci pongono.
La leggerezza della fede è avere uno sguardo-altro, uno sguardo a partire dall’annuncio primordiale della Pasqua di Gesù. Se non abbiamo da annunciare la Pasqua non abbiamo da dire niente né a noi stessi, né al mondo. Senza la Pasqua le nostre catechesi sono afone, senza voce, senza melodia.

La leggerezza della fede pasquale ci interpella personalmente e comunitariamente:
Siamo leggeri perché siamo stati alleggeriti. La Pasqua ci annuncia la liberazione dal peso del peccato: “l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato”. Ogni Pasqua ci dice che possiamo ripartire, che il Signore ha “resettato” il nostro peccato, che siamo di nuovo al punto di partenza! Che non c’è spazio nella nostra mente e sulle nostre labbra per la parola “ormai”.
La Pasqua è l’annuncio che chiede la fede! L’annuncio è: l’amore è più forte dell’odio, il bene del male, la misericordia del peccato, Dio di Satana! Quest’annuncio interpella la nostra libertà: tu ci credi? Se ci credi, lascia tutto ciò che appesantisce il tuo cuore (l’odio, il rancore, l’invidia, la maldicenza, la noia, l’apatia, il peccato) e guarda la tua vita da un’altra prospettiva, da un altro punto di partenza!

Inoltre, la leggerezza della fede ci dice che siamo chiamati a essere comunità leggere! Cioè, comunità non appesantite dai macigni delle cose da fare o delle attese nei confronti degli altri, dai giudizi implacabili e immobilizzanti, dalla sconfitta del nostro egoismo. Proviamo a coniugare la leggerezza della fede con l’annuncio della Parola, la liturgia e la carità.
1. Innanzitutto essa ci chiede di snellire i nostri annunci.
Cos’è essenziale nell’annuncio della fede? Se una persona che non ha mai sentito parlare di Gesù (e oggi ce ne sono più di quanti noi pensiamo) ci dovesse dire: parlami della tua fede, del tuo Maestro, cosa gli diremmo?
I nostri itinerari di catechesi, forse sono ancora intrisi di morale. Insegniamo prima i comandamenti e poi chi è colui che ci salva dal peccato! Obblighiamo ad andare a messa la domenica ma non ci preoccupiamo di insegnare a pregare, né chiediamo di imparare a farlo.
Una fede leggera non è l’annuncio di un perdono senza penitenza, di una grazia senza conversione (cf. Bohneffer, sequela). Al contrario, è l’annuncio di una Parola che ti interpella, ti cambia la vita, ti incontra lì dove nessuno ha avuto il permesso di entrare. È l’annuncio di una Parola che ti fascia le ferite con la misericordia e ti solleva con la consolazione e, subito dopo, ti invita a camminare con un cuore nuovo.
2. La leggerezza della fede interroga la nostra vita cristiana nella ricerca delle cose essenziali. Rende leggere le nostre relazioni, a volte, appesantite dal ricordo di una parola, forse detta per caso, da un ricordo che, come un macigno, resta legato ad una persona, da un gesto che abbiamo annodato al dito dei nostri risentimenti.
A volte, preferiamo appesantire il passo della nostra esistenza con i pesi dei perdoni negati piuttosto che alleggerire il nostro cuore con la freschezza della misericordia. Risolvere una questione vuol dire non trattenerla nel proprio pensiero, nel proprio cuore. Leggevo, tempo fa, una favola zen.
Si racconta di due monaci, uno anziano e uno giovane. Sono di ritorno da un viaggio e per raggiungere il loro monastero devono attraversare un ruscello.Giunti al ruscello notano che una giovane donna è in difficoltà, perciò il monaco anziano si avvicina, la prende tra le braccia e la porta al di là del fiume. I due continuano il cammino, ma il giovane monaco, ritiene inaccettabile quanto fatto dal vecchio monaco e continua il suo cammino rimuginando dentro di sé. Giunti al monastero il novizio rimprovera aspramente l’anziano dicendogli che per i monaci è vietato avere contatti con le donne. L’anziano monaco risponde: “io ho lasciato quella giovane donna dall’altra parte del ruscello mentre tu la stai ancora portando dentro”. La leggerezza è la capacità di lasciare andare le cose, non trattenerle nel cuore o nella mente.
3. La leggerezza della fede ci fa vedere l’altro nella pienezza e nella brillantezza del suo volto, rafforza la nostra pazienza e rende le nostre parole non macigni di cui non conosciamo il peso, ma spinte, sollecitazioni, incoraggiamenti nel fare il bene.
Come possiamo vivere la leggerezza del nostro cuore?
1. Non rimandare mai il perdono, sia quello di Dio che quello dei fratelli. Ogni volta che rimandiamo il perdono da chiedere a Dio attraverso la confessione o quello ai fratelli attraverso il dialogo costruttivo, rendiamo il male un macigno che rende il nostro cuore e la nostra vita più pesanti.
2. Cercare il bene piuttosto che il male. Quando scegliamo di pensare, vedere o parlare sempre del male rischiamo di assomigliare a ciò che pensiamo, vediamo o diciamo. Gesù, nei vangeli, non nasconde la sua insoddisfazione verso coloro che mormoravano o si lamentavano (Gv 6,61: Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza?; Lc 5,30: I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani..; Lc 15,2: I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”; Lc 19,7: Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”; Mt 20,11: Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone…).
3. Chi sceglie di seguire Gesù, anche se è stanco e oppresso, trova in Lui la leggerezza perché sa che “il suo giogo è dolce e il suo peso leggero” (Mt 11,30).
4. Chiedere al Signore il buonumore. La leggerezza della fede ci chiede un po’ di buonumore, ci invita ad un sorriso in più, a parole di incoraggiamento, a segni concreti di speranza. Vorrei concludere questa riflessione pregando con voi la nota preghiera del buon umore attribuita a San Tommaso Moro:

Signore, donami una buona digestione
e anche qualcosa da digerire.
Donami la salute del corpo
e il buon umore necessario per mantenerla.
Donami, Signore, un’anima semplice
che sappia far tesoro
di tutto ciò che è buono
e non si spaventi alla vista del male
ma piuttosto trovi sempre il modo
di rimettere le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri, i lamenti
e non permettere che mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo ingombrante
che si chiama «io».
Dammi, Signore, il senso del buon umore.
Concedimi la grazia
di comprendere uno scherzo
per scoprire nella vita un po’ di gioia
e farne parte anche agli altri. Amen.

Don Mimmo Giannuzzi, Pasqua 2016

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