“HAI MOLTIPLICATO LA GIOIA, AUMENTATO LA LETIZIA” (IS 9,2)

image-12Questo messaggio viene rivolto dal Profeta al popolo di Israele circa 700 anni prima della nascita di Gesù. È un invito alla gioia rivolto ad un popolo che vive in una condizione di oscurità e smarrimento: “Il popolo che camminava nelle tenebre”.
L’immagine delle tenebre è usata da Isaia per descrivere la schiavitù, la miseria e la povertà del suo popolo. Una condizione che oggi chiameremmo “sociale” poiché non riguarda solo alcuni: tutto il popolo camminava nelle tenebre! Il re e i sacerdoti, gli uomini e le donne, gli schiavi e i potenti sono immersi in una terra tenebrosa.
Cosa rende così buio il cammino del popolo, cosa ne disorienta il percorso?
I versetti seguenti ci descrivono un popolo oppresso da un giogo, da una sbarra posta sulle spalle e minacciato dal bastone del suo aguzzino. Tutto questo è accompagnato dal rimbombare dei passi dei soldati e dalla visione dei mantelli intrisi di sangue.
Le tenebre, perciò, richiamano alla nostra mente due condizioni che alienano il cammino del popolo: LA SCHIAVITÙ E LA GUERRA.
Due condizioni, queste, che ancora oggi descrivono il malessere sociale in cui, a volte, camminano i popoli.
Pensiamo alla schiavitù della finanza che pesa come un giogo sulle nostre Nazioni, al debito pubblico che rende impossibile qualsiasi tentativo di ripresa delle Nazioni più povere, alla schiavitù delle mode, dei luoghi comuni, del “così fan tutti”. Alla schiavitù del peccato, delle violenze, della trasgressione o del piacere fine a se stesso. Alla schiavitù del gioco che arricchisce lo Stato con più di 84 miliardi di euro all’anno e aumenta a più di 800.000 il numero delle persone e famiglie dipendenti dal gioco.
Le tenebre della schiavitù si confondono con quelle della guerra. Anche in questo caso, respiriamo, come un’aria malsana, il clima di tensione, violenza e guerra che caratterizza i rapporti tra gli stati e i popoli, le relazioni familiari e sociali. “C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria” – cantava Giorgio Gaber.
A questo proposito, Isaia è chiaro: NON CI PUÒ ESSERE LUCE, CALORE, SPERANZA IN UNA SOCIETÀ CHE SCEGLIE DI RESTARE SOTTO IL GIOGO DELLA SCHIAVITÙ E DELLA VIOLENZA.
Questo primo messaggio vogliamo portarlo con noi nel giorno di Natale.
Un annuncio non scontato per la nostra società. Perché la tentazione di rispondere al male con il male, l’illusione di sconfiggere la schiavitù con altre oppressioni è sempre dietro le porte della nostra vita.
Isaia, andando contro corrente, si rivolge ai capi della sua nazione e annuncia loro che non possono garantire la pace sociale confidando nella schiavitù e nella violenza.
In Italia, nel silenzio generale, si continuerà a spendere per le armi almeno 23,4 miliardi di euro all’anno: 64 milioni al giorno, lo 0,7% in più rispetto al 2016. Alle spese dello Stato potremmo aggiungere quelle dei cittadini che fanno dell’Italia il Paese più litigioso d’Europa o del mondo per il numero di cause e litigi condominiali, nel mondo del lavoro o nelle famiglie. La violenza nelle parole, nei modi, negli atteggiamenti crea un aria pesante, fatta di sospetto, di sfiducia e paura.
Non è raro neanche nelle nostre parrocchie, nei nostri gruppi, nelle relazioni tra le persone cogliere atteggiamenti e parole di violenza, toni di voce alti, perdoni e saluti negati per sempre. La violenza non è solo l’atto criminale di chi usa le armi per colpire qualcuno. Essa è, piuttosto, uno stile di vita fatto di esclusione, indifferenza, narcisismo, sospetto, calunnia, emarginazione.
A volte potremmo cantare anche tra noi le parole di Gaber: “C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria”. Una sorta di permalosità esasperata, di sguardo sospettoso, di paura nel proporre e sfiducia nell’accogliere. Ogni idea, novità, iniziativa viene setacciata dal sospetto e dalla paura, piuttosto che dalla gioia di conoscere, accogliere, crescere e imparare, magari, insieme.
Certo, non possiamo meravigliarci se ciò avviene anche in una chiesa. In fondo, il clima relazionale e sociale che respiriamo lo portiamo ovunque. Le tenebre sono fuori e dentro la comunità.
Ma è sufficiente l’analisi?
Isaia invita il suo popolo a sollevare lo sguardo e ad accogliere un annuncio: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”.
Non è difficile per noi cristiani leggere in questa profezia l’annuncio della nascita di Gesù. “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore” dicono gli angeli ai pastori.
Ma questo non è solo la notizia di un parto, la comunicazione di un evento avvento nel tempo.
È, piuttosto, l’annuncio di un cambiamento, di un rinnovamento, di una luce che smuove le tenebre, che rompe le schiavitù e brucia i segni della violenza. È l’annuncio di una rivoluzione, di un cambiamento di mentalità, di una liberazione.
Le parole degli angeli chiedono anche a noi se siamo disposti ad ascoltare questo annuncio o preferiamo cantare le “ninnananna” perché questo bambino non faccia chiasso e continui a dormire, lasciandoci camminare nelle tenebre.
Chi è, allora, questo bambino?
Isaia gli attribuisce quattro titoli (Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace) e ci dice che il popolo potrà uscire dalle tenebre solo se cercherà in questo bambino la luce che può illuminare il cammino.
Innanzitutto se sarà disposto a lasciarsi guidare da lui, CONSIGLIERE MIRABILE. Non possiamo negare che, spesso, i mezzi di comunicazione, le mode, gli stili di vita sono i nostri consiglieri; che, a volte non riusciamo a fare scelte vere, controcorrente, perché abbiamo paura del giudizio altrui, perché è difficile andare contro corrente, perché i luoghi comuni sui politici, i preti, gli insegnanti, gli altri ci proteggono dalla scomodità delle scelte impegnative.
Ricordiamo le parole dell’apocalisse: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. (Ap. 3,17-20).
Chi è il consigliere della nostra vita? chi ascoltiamo anche a costo di rinunciare a ciò che è più comodo e immediato? Quanto l’ascolto del Vangelo, delle parole di Gesù orienta le nostre relazioni e le nostre scelte?
Questo bambino sarà un DIO POTENTE. Cosa vuol dire? che noi crediamo che questo bambino può cambiare il mondo. Noi crediamo che nel vangelo c’è una forza rinnovatrice, che non ci sono politiche, idee, tattiche che possono cambiare il mondo come il Vangelo. Se non crediamo che questo sia possibile, allora chiediamoci almeno perché oggi siamo qui! Per noi Dio è potente! È capace di fare ciò che noi non riusciamo a fare. È capace di cambiare il mondo a partire da noi stessi: “nulla è impossibile a Dio”.
PADRE PER SEMPRE. Gesù è per noi un padre per sempre. La sua paternità si esprime nella misericordia, nella tenerezza, nella cura che riversa – per sempre – nei nostri cuori. Una paternità che non è proporzionata alla nostra fedeltà, ai nostri impegni o successi. Per sempre.
Gesù, infine, è il PRINCIPE DELLA PACE. Isaia ci dice che questo bambino ci condurrà fuori dalle tenebre, spezzerà le catene della schiavitù, distruggerà i segni della guerra attraverso le armi della pace.
Il profeta annuncia l’inizio di una rivoluzione, di un passaggio, di una trasformazione che è guidata da un bambino che sarà principe della pace, una pace che durerà per sempre.
Miei cari fratelli,
quanto bisogno di pace sentiamo nel cuore, quanta pace vorremmo nelle nostre famiglie, quanta pace chiediamo alla nostra città e alla nostra comunità!
Oggi ci viene annunciato che tutto questo è possibile perché il nostro Dio è potente.
Ci viene detto che tutto questo è realizzabile perché non vaghiamo nelle tenebre del relativismo, né in quelle del vuoto. Abbiamo un Consigliere mirabile!
Oggi ci viene donata una luce che moltiplica le nostre gioie.
La gioia del Natale è una gioia sovrabbondante, straripante, vera.
È una gioia che nasce da un dono: il dono di Gesù e che rende la nostra vita un dono per gli altri.
Lasciamoci illuminare da questa luce, mettiamo da parte le armi delle tenebre, apriamo la porta alla novità che ci viene dall’annuncio del Natale.
Abbiamo iniziato l’Avvento accogliendo nella nostra parrocchia due giovani rifugiati;
tanti bambini – con le loro famiglie – hanno potuto accogliere nelle loro case l’immagine di Gesù;
in questi mesi – aprendo le porte della nostra canonica – abbiamo potuto assicurare un tetto a chi aveva bisogno;
abbiamo gioito nel vedere i nostri bambini e ragazzi cantare e recitare insieme;
abbiamo potuto toccare con mano quanto bene è possibile fare se ognuno dona all’altro un po’ del suo tempo, della sua creatività, delle sue risorse.
Nel vedere tanto bene, ho sentito quanto mai vere nel mio cuore le parole che Paolo scrive ai Tessalonicesi: “chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!” (1Tes 1,19-20).
È vero che ci sono le tenebre, ma è altrettanto vero che c’è una luce che illumina le nostre case, come in questo presepe. Non lasciamoci scoraggiare dall’aria, a volte, sospettosa e sfiduciata. È vero, “C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria”, ma è altrettanto vero che la mirra e l’incenso offerti dai Magi a Cristo lasciano un segno nella nostra vita e ci chiedono di essere “il profumo di Cristo” (2cor 2,15).
Preghiamo perciò il Signore perché il profumo di questo giorno ci aiuti ad essere uomini e donne nuove, capaci di portare un aria nuova negli ambienti in cui viviamo, un aria nuova nella nostra parrocchia dove l’invito a “gareggiare nello stimarci a vicenda” (cf Rm 12,9) sia lo stile di ogni parola e atteggiamento.
Tutto questo moltiplicherà la gioia e aumenterà la letizia!

Don Mimmo Giannuzzi

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