“E’ un dono di Dio”: il segno rivoluzionario della Chiesa


«È un dono di Dio»: sono queste le parole, semplici e disarmanti, con cui questa mattina, in un rapido quanto agognato scambio di battute, dopo essermi lasciato alle spalle una notte lunga e felicemente insonne, il nostro parroco ha placato la mia sete inguaribile di conoscenza e il desiderio di condividere l’entusiasmo, profumato di commozione ed esultanza, per l’elezione del successore di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. «È un dono di Dio» dunque.

Papa Bergoglio è il primo successore di Pietro che ha preso il nome di Francesco. Una scelta forte,

e per certi versi sorprendente. Un nome «molto espressivo dello stile di semplicità e testimonianza

evangelica» ha sottolineato padre Federico Lombardi, che ha anche ripercorso il cammino pastorale

del cardinale Bergoglio incentrato sui valori dell’umiltà, del dialogo, della dignità della persona

e del senso di comunità e di fratellanza, già evocati dalle prime parole pronunciate dalla loggia

vaticana: «Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per

l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza». Primo gesuita a salire al

soglio petrino, Jorge Mario Bergoglio ha sempre affiancato la preoccupazione per i poveri a quella

educativa. «Il dramma della nostra epoca – ha detto una volta – è che l’adolescente vive in un mondo che

a sua volta non è mai uscito dall’adolescenza». Per Papa Francesco I – che questa estate parteciperà alla

Giornata mondiale della gioventù di Rio De Janeiro, primo vero incontro con i ragazzi di tutto il mondo

– «i giovani crescono in una società che non chiede loro nulla, non li educa al sacrificio e al lavoro, non sa

più cosa sia la bellezza e la verità delle cose… Tocca alla Chiesa riaprire i sentieri della speranza».

Il nome Francesco, vivido esempio di umiltà e totale dedizione a Dio, che ha ineluttabilmente

conquistato in pochissimi istanti i fedeli di tutto il mondo, richiama lo stile e l’opera pastorale che lo

stesso Bergoglio ha portato avanti, anche nelle vesti di arcivescovo di Buenos Aires. Nella capitale

argentina ha dato nuovo impulso alla pastorale nelle favelas di Buenos Aires, cercando ogni soluzione

possibile per far sentire a casa loro, nella comunità cristiana, anche i più lontani. La Chiesa – ha ripetuto

in più occasioni – deve mostrare il volto della misericordia di Dio.

Un Papa a sorpresa, venuto dalla fine del mondo quasi con un strappo netto e deciso agli intrighi e

ai ricatti italiani della Curia e alla paralisi di governo che ha indebolito la vecchiaia di Benedetto XVI

fino alla rinuncia. Ma un Papa che evidentemente la Chiesa preparava da tempo, se è vero che già nel

2005 Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, era uno dei due candidati forti del Conclave,

sostenuto dai riformatori che poi lui stesso portò a convergere su Ratzinger, per evitare una scelta

più conservatrice. Per due volte a distanza di otto anni, dunque, due Conclavi hanno elaborato la

candidatura a Papa del cardinale argentino: tutto ciò assume un significato più profondo e importante

se si tiene conto che intanto la composizione del Sacro Collegio è cambiata per quasi il 50 per cento.

La considerazione di Bergoglio è dunque alta, forte e costante nei vertici della Chiesa universale!!

L’epilogo del pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un “segno” visibile nel Conclave. La scelta

di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale netto del

potere della curia vaticana, talmente vistoso e simbolico da diventare un gesto politico che scuote

Roma parlando al mondo. Un gesto di apertura e di speranza che pone inesorabilmente fine ad

un’epoca e spinge il Papa fuori dai Sacri Palazzi, liberandolo dal potere e restituendo ai cristiani e ai

fedeli – agli ultimi, ai più piccoli soprattutto – la speranza di ritrovarlo pastore.

Bergoglio nelle sue prime parole non ha mai voluto chiamarsi Papa – vicario di Cristo – preferendo

la dolcezza umile della figura di vescovo – di pastore – e annunciando che il vescovo di Roma e il

suo popolo cammineranno insieme: percepiamo le sue parole come la testimonianza migliore e più

genuina che il Conclave ci affida, avendo compreso il mistero dell’impotenza coraggiosa di Ratzinger,

e che viene amplificata dalle primissime mosse del nuovo Papa, sicuramente consapevole fin dal suo

apparire sulla Loggia di San Pietro della necessità di una rottura con un mondo e un modello di potere

che ha finito per imprigionare se stesso e la libertà del magistero papale. Riconosciamo, inequivocabile

e limpido, in quell’invito insistito e convinto – prima della benedizione apostolica del Pontefice ai fedeli

– alla preghiera della piazza e del mondo per il Papa, per non lasciarlo solo, per dargli quella forza che

deriva certo da Dio per chi crede, il conferimento della maestà alla comunità cristiana, una suggestione

di collegialità: mentre questa preghiera avveniva in silenzio, per la prima volta durante il rito solenne

dell’Habemus Papam, Jorge Bergoglio ha curvato la maestà papale verso la folla, nell’umiltà di un

inchino del Sommo Pontefice che sulla Loggia non si era mai visto.

Tutto questo senza titubanze e cedimenti, ma con la sicurezza spontanea di chi si sente pronto, il

sorriso di chi chiede aiuto non per timore, ma per scelta. E la prova più grande di questa umiltà

personale, unita all’ambizione del cambiamento viene dalla scelta del nome, che nessun Papa aveva

mai osato pronunciare per sé come successore di Pietro: Francesco. Un nome che è un progetto e un

vincolo per il pontificato, quasi la denuncia della necessità di un gesto estremo, un ritorno alle origini,

al Vangelo, alla missione di una Chiesa disincarnata dal potere e dalle sue liturgie.

Papa Francesco potrà essere soltanto un uomo di rottura con il viluppo di poteri infimi in cui la Chiesa

è precipitata negli ultimi anni. Potrà esserlo nel segno della preghiera come affidamento, della sobrietà

come obbligo di coerenza coi valori della fede, della povertà come scelta. Quella croce semplice, di

metallo, su una veste tutta bianca ci appariva, già da subito, la conferma di uno stile – che è sostanza

– diverso anche per il Capo della Chiesa cattolica. E’ come se il Papa, coi suoi 76 anni, sentisse di non

avere molto tempo di fronte all’irreparabile consunzione del ruolo della Chiesa, maturata attraverso

gli scandali, le lotte di potere, i corvi, i peccati di Curia contro il sesto e il settimo comandamento, la

rete di ricatti che da tutto ciò è cresciuta, avviluppando il visibile e l’invisibile della potestà vaticana e

deturpandone il volto, come dice l’ultima drammatica denuncia di Ratzinger dopo la rinuncia.

L’avvento di questo pontificato, che evidentemente ribalta l’eurocentrismo della Chiesa, si consuma

dunque nella scelta di un nome e di uno stile che è una profezia di cambiamento, come se dopo

l’immediata preghiera con la piazza per Joseph Ratzinger il nuovo pontefice avesse fretta di voltare

pagina. Il rinnovamento ha naturalmente un costo: Papa Francesco dovrà comprendere non potrà

tornare indietro rispetto alla novità che rappresenta, al mondo finito che lo ha preceduto, alle

necessità di rinnovamento dell’istituzione cristiana, al rapporto tra l’universalità della Chiesa e la

chiusura del Vaticano. Al peso, al dovere e all’obbligo che deriva dalla scelta di chiamarsi Francesco.

Incominciamo dunque questo cammino di fratellanza, amore e fiducia tra noi, Santo Padre: vogliamo

anche noi essere Chiesa che cammina con la Croce del Signore.

Vito Caroli

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