E quindi uscimmo a riveder le stelle. Lettera ad Emis Killa

“Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? non avete ancora fede?” (mt 4, 36 – 40)

Caro Emis Killa,

k2ho ascoltato con attenzione e stupore la tua “lettera dall’inferno”. Non penso sia stato un caso che l’abbia sentita proprio oggi, mentre, nelle nostre chiese risuona un ritornello simile al tuo: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?” (mt 4,38).
In questo episodio, chi cerca di svegliare il sonno di Dio non è un rapper del XXI secolo ma i discepoli di Gesù, impauriti dalle onde infuriate che minacciavano non solo la loro barca, ma anche le loro vite.
Anche i discepoli, in fondo, si sentivano un po’ nell’inferno (nella loro cultura il mare era il simbolo della cattiveria, del peccato, del dolore, del male) nella loro richiesta di aiuto sembrano riecheggiare le tue parole:
“Caro Dio, mi scuso se sono sparito
E’ che, ultimamente, lo avevi fatto anche te
Non sono qui per litigare ma siamo sinceri
io ti ho cercato in ogni dove,
tu invece dov’eri”.

A volte, il male sembra impadronirsi della nostra vita, delle nostre relazioni sino a toglierci anche le persone più care.
Hai ragione, sono tanti quelli che, con le loro preghiere, scrivono lettere dall’inferno: “La gente scrive preghiere ma forse non ami leggere”.

Ce ne sono tanti anche nella Bibbia, mi vengono in mente alcune preghiere:
“O Dio, ascolta il mio grido, sii attento alla mia preghiera” (sal 61)
”Porgi l’orecchio, Signore, e rispondimi, perché io sono povero e bisognoso” (sal 86);
“Signore, ascolta la mia preghiera, porgi orecchio alle mie suppliche; nella tua fedeltà e nella tua giustizia, rispondimi” (sal 143).

Alcuni testi biblici sembrano proprio simili ai tuoi:
“Anche quando grido e chiamo aiuto, egli chiude l’accesso alla mia preghiera…ti sei avvolto in una nuvola, perché la preghiera non potesse raggiungerti” (lam 3,44).
“Signore, abbassa i tuoi cieli e scendi” (sal 144)
“Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!” (mt 27,40).

Nella Bibbia c’è un uomo, Giobbe, che allarga le fronde del suo dolore e della sua preghiera fino a renderla quasi una maledizione:
“Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «È stato concepito un uomo!». Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce… Quel giorno lo possieda il buio non si aggiunga ai giorni dell’anno, non entri nel conto dei mesi. E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e perché due mammelle, per allattarmi?” (Giobbe 3,3-4.11-12).
Sono parole forti, che raccolgono il dolore di un uomo a cui, un po’ alla volta, la storia e il male hanno tolto tutto ciò che gli era più caro.

Ti scrivo queste cose innanzitutto perché, ascoltando la tua canzone, non ho voluto pensare a te come a qualcuno che canticchia alcune frasi ad effetto per attirare attenzione o vendere canzoni.
Ho visto nelle tue, non solo le mie, ma anche le sofferenze di tanti che, a volte, come te, come me, come altri si sentono un po’ nell’inferno.
Però di tutte le parole, mi ha colpito il ritmo e l’incalzare del ritornello “Mio Dio”. Due parole che sembrano due braccia muscolose mentre si dimenano tra le onde per raggiungere la riva.

Nel capitolo 38 del libro di Giobbe, Dio risponde alle lettere del suo profeta, che, ancora una volta, si trova in mezzo ad un uragano, e gli dice: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde?».
Dio sembra ricordargli che il mare (o il male, la cattiveria, l’ingiustizia, ecc.) ha un limite, non è un oceano sconfinato, né può essere l’ultima parola sull’uomo.
È vero, a volte, il male è come un bimbo appena uscito dal grembo, agitato al punto da non riuscire a trattenerlo. A volte le sue onde si infrangono con violenza sugli scogli della nostra vita. Ma Dio ha messo un limite al male “fin qui giungerai e non oltre!”.
Il male esiste, ma non è tutta la nostra realtà.
La generalizzazione del male può indurre a giudizi sommari, a condanne senza processi, a identificazioni senza volti (“faccio buone azioni, ma nonostante questo sul mio conto girano cattive voci”).
Non ti nascondo che una delle cose che più mi rattrista è sentire uomini e donne che si disprezzano l’un l’altro usando la loro nazionalità (albanesi, rumeni, marocchini, ecc), dimenticando le storie gloriose dei popoli.
Il male ha un limite, non è tutta la nostra vita.

Mentre ti scrivo mi vengono alla mente gli enormi blocchi di cemento che proteggono le nostre belle coste dalla violenza delle onde, in essi mi sembra di intravedere quanti scelgono il bene, quanti pongono resistenza al male e la volontà di chi non si stanca di cercare il bene. Queste “pietre di scarto” che nessuno vede, di cui pochi parlano sono lì a proteggere l’umanità dalla furia del dolore, della sofferenza e della solitudine.
Sono massi di cemento, non estranei alla violenza, proprio perché sono i primi ad esserne colpiti!

In questi giorni abbiamo ricordato il compleanno di un amico a cui, come me, non piaceva festeggiare molto i suoi compleanni!
Ora lui non è qui con noi perché le onde violente di una malattia lo hanno portato con sé. In questi mesi anche noi abbiamo scritto tante lettere a Dio e ci è sembrato vedere Gesù nella nostra barca che quasi dormisse. Pensavamo non ci stesse ascoltando, invece ci stava indicando come restare nella barca della vita quando il mare è in tempesta. Cioè? Con lo stesso atteggiamento del bambino che si sente al sicuro quando è tra le braccia di suo padre. Gesù che dorme nella barca colpita dai venti mi richiama alla mente i volti sicuri di quei bambini stretti tra le braccia dei loro genitori mentre corrono per cercare rifugio o protezione sulle nostre coste.
Dall’inferno si può uscire, perché non siamo nati per restarci. Basta solo fidarsi e lasciare che le nostre lettere arrivino in cielo e non restino invischiate nei nostri dolori o nei sensi di colpa.
Giobbe aveva maledetto il giorno in cui era nato, perché da allora egli aveva iniziato a soffrire.
In questi giorni, in modi diversi, abbiamo benedetto Dio per il giorno in cui Gianfranco è nato e per avercelo donato.

Caro Emis Killa,
non sappiamo mai dove il dolore ci porta.
Sono certo che continuerai a cercare Dio quando sei nei guai, e che, prima o poi, riprenderai un dialogo forse mai interrotto. Il libro di Giobbe e la sua storia si concludono con una frase emblematica che può essere un augurio per entrambi: “Ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (42,5).

Grazie perché mi hai permesso di entrare nei sentimenti e nel dolore che solo un artista riesce ad esprimere tessendo musica e parole. Vorrei salutarti con le ultime parole con le quali Dante termina il suo viaggio nell’inferno “…e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Grazie per la tua lettera… che dall’inferno ci fa desiderare il paradiso!

d. Mimmo Giannuzzi


P.S.: mentre ti scrivevo ero in treno e un ragazzo, spiando i miei fogli, ha letto “Caro Emis Killa…”. Mi ha interrotto dicendomi: “lo conosci? Ma non sei troppo… ehm…vecchio?”. Non ho potuto spiegare nulla perché stava scendendo dal treno…ora continuo il mio viaggio sorridendo!

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