Don Giovanni: uomo del Concilio

Ad un anno dalla scomparsa di don Giovanni Tritto, pubblichiamo questo articolo apparso sul numero di gennaio 2015 della rivista Theotokos

tritto-giannuzzi-pacielloCon il sorgere della modernità, la Chiesa ha voluto celebrare il Concilio Vaticano II (1962-1965) con l’intento di “aggiornare” l’esperienza cristiana ai tempi contemporanei.

Tra le domande circolate durante il Concilio, sono emerse anche quelle sulla identità e ministero del presbitero.
Gli anni conciliari sono stati, per tutta la Chiesa, anni di discussione, confronto, cambiamento. In questi tempi, anche nella nostra Città, non sono mancati sacerdoti che, con intelligenza e spiritualità, hanno accompagnato la riflessione e la realizzazione delle indicazioni del Concilio.
Nel 1962 don Giovanni Tritto aveva 38 anni ed era sacerdote da 15 anni. Certamente la sua identità presbiterale stava assumendo i caratteri della maturità, ma una nuova freschezza, un nuovo spirito lo aveva coinvolto e interrogato. Che tipo di sacerdote richiedono i tempi nuovi? quale ministero gli viene chiesto?
Spesso con don Giovanni ci siamo soffermati a chiacchierare su quei tempi, così affascinanti e nuovi e, come un nipote che interroga il nonno sui tempi passati, mi piaceva ascoltare racconti, domande, impressioni.
Ho iniziato il mio ministero di parroco affianco a don Giovanni nei primi anni di sacerdozio, quando le domande sull’identità del presbitero si incalzano assieme a scelte e stili di vita.
Chi è il sacerdote? cosa dovrebbe fare in questi tempi nuovi? Superficialmente potrebbe sembrare che queste due domande (quella dell’essere e del servizio) seppur intrecciate, siano separate. Questa separazione viene marcata dalle richieste di “cose da fare” che, da subito, interpellano la vita del prete: messe, certificati, consigli, aiuti economici, benedizioni, sacramenti, incontri, ecc..
scansione0020Ogni richiesta potrebbe tracciare, in fondo, un “tipo” di prete: il sacerdote dedito alle cose sacre, il presbitero impegnato nella predicazione, il prete a fianco dei più bisognosi, il leader di comunità, il burocrate e legale rappresentante, ecc…
L’inizio del mio ministero in parrocchia è coinciso con la conclusione del servizio di parroco di don Giovanni e con una nuova fase della sua vita. Poteva sembrare che il punto d’arrivo del suo ministero di parroco avrebbe portato al termine il suo servizio nella Comunità, e spesso mi sono state rivolte le domande: “ma la vita del presbitero coincide solo con ciò che fa? Cosa succede quando gli viene tolto o cambiato un incarico? O quando, a causa della malattia o della vecchiaia, non riesce a fare ciò che faceva da giovane? Chi è, in quel momento, il sacerdote? In altri termini, il prete va in pensione?”.
Se pensassimo al presbitero come un uomo che svolge un compito, assume un ruolo, realizza progetti, allora, potremmo rispondere di sì. Così, il sacerdote, dopo aver svolto il suo ministero, giunto alla vecchiaia, può ritirarsi a vita privata e dedicarsi ad altro. Ma il ministero presbiterale è un mistero che coinvolge tutta la vita del sacerdote, non solo ciò che egli fa.
Per questo motivo mi piace ricordare don Giovanni non soltanto per ciò che egli ha fatto, quanto per ciò che è stato per la nostra Comunità parrocchiale, per la nostra Città e per me. Attraverso le maglie più o meno fitte dell’impegno di ogni sacerdote è possibile cogliere il dono di Dio, i talenti che gli ha affidato per poter guidare e accompagnare il popolo di Dio. Proverò ad abbozzare alcuni tratti della sua ricca personalità.

Uomo della Parola
Innanzitutto mi sembra di cogliere nel ministero di don Giovanni la consapevolezza di aver ricevuto un mandato, un compito che non nasce da una propria velleità o capacità. La vocazione sacerdotale è la percezione constante di aver ricevuto una chiamata e una missione a cui dedicare tutta la vita. L’obbedienza a questa chiamata è la radice della libertà creativa di ogni presbitero.
“La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17 ) queste parole di Paolo, riscoperte dal Concilio, sono state un continuo richiamo nella vita e nel ministero di don Giovanni, particolarmente quando ha trovato, negli ultimi anni del suo ministero, nel cammino neocatecumenale un percorso di fede che gli assicurasse un ascolto costante della Parola. Da questa sorgente egli attingeva per vivere il primo compito del presbitero: annunciare la Parola.
La predicazione, la catechesi, la direzione spirituale hanno trovato nell’ascolto delle Scritture la necessaria origine e, nella preghiera, il luogo ideale perché la Parola trovasse un terreno accogliente. Così come il Concilio ricorda: il compito dei presbiteri “non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità” (PO 4).

Uomo della comunione
23 agosto 2006 S. AgostinoIl ministero del presbitero è innestato necessariamente nel ministero del Vescovo di cui è il primo collaboratore nell’edificazione della chiesa.
Nei ministeri affidati dai vescovi a don Giovanni è evidente non solo la stima nei suoi confronti, ma anche la profonda comunione. Certamente la formazione e il servizio tra i giovani Azione Cattolica (di cui il papà è stato uno dei primi presidenti) ha contribuito a far maturare in lui un sensus ecclesiae e l’amore per la Chiesa Locale e la parrocchia.
Anche il “passaggio di testimone” tra don Giovanni e me, avvenuto nel 2000 e confermato nel 2002, è avvenuto nella consapevolezza di un comune impegno: quello di essere a servizio della comunione nella Parrocchia. In dodici anni di comune servizio alla Chiesa e alla parrocchia abbiamo vissuto una comunione presbiterale invidiabile, non solo perché non c’è mai stato uno screzio o una incomprensione, ma perché era chiaro il comune impegno: lavorare per la stessa vigna del Signore, seppur con compiti e modi diversi.
Per la nostra Comunità e per me, don Giovanni ha continuato il suo ministero di Parroco al di là delle nomine o incarichi, perché ha continuato a svolgere il ministero proprio del parroco: costruire la comunione nella Comunità. Ci è sembrato di realizzare l’invito conciliare: i presbiteri “più anziani devono veramente trattare come fratelli i più giovani, aiutandoli nelle prime attività e responsabilità del ministero, sforzandosi di comprendere la loro mentalità, anche se differente, e guardando con simpatia le loro iniziative. I giovani, a loro volta, abbiano rispetto per l’età e l’esperienza degli anziani, sappiano studiare assieme ad essi i problemi riguardanti la cura d’anime e collaborino volentieri” (PO 8).

Uomo dalle virtù umane
copertinaIl ministero del presbitero non appiattisce o disincarna l’umanità, piuttosto indirizza i doni di ciascuno verso un orizzonte più ampio. Il Concilio stesso ha invitato i presbiteri a non trascurare quelle virtù molto apprezzate nella società umana: “la bontà, la sincerità, la fermezza d’animo e la costanza, la continua cura per la giustizia, la gentilezza” (PO 3).
La passione per l’arte, la raffinatezza nei modi e nel linguaggio, l’amorevolezza nell’approccio e la discrezione nella relazione sono alcune delle qualità umane e delle virtù che, come talenti preziosi, don Giovanni ha impiegato nell’annuncio del Vangelo.
Mentre, in questo numero speciale, vogliamo ricordare il servizio e le opere compiute da don Giovanni, ci auguriamo che, tra le righe, ognuno possa cogliere i tratti salienti di una personalità ricca e vivace, che ha dato testimonianza della bellezza del ministero del sacerdote in una Comunità che crede, spera e ama Cristo.


Don Mimmo Giannuzzi

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