“Dio consola il suo popolo” (Is 49,13)

dio consola1. L’anniversario della Cattedrale

La consacrazione di una chiesa ci ricorda che nelle nostre città, oggi così frenetiche, c’è uno spazio dedicato alla preghiera, al silenzio, all’incontro con il Signore. La chiesa è, perciò, il riflesso di quella stanza interiore della nostra coscienza in cui ci ritroviamo per incontrare Dio. Per questo motivo quanto più rispettiamo in chiesa il silenzio, la preghiera, il decoro, tanto più ne riconosciamo la sacralità.
Ma la chiesa è anche il luogo in cui il popolo di Dio si ritrova per pregare insieme, per riflettere sulla vita cristiana, per sostenersi con l’esempio, l’aiuto e la testimonianza reciproca. Le mura, le suppellettili liturgiche, le decorazioni, perciò, ci raccontano la preghiera di una comunità che sperimenta in Cristo una vita fraterna che è altro dall’amicizia, dalla simpatia, dalla filantropia. Una fraternità che ritrova nello stile proposto dagli Atti degli apostoli (“avevano “un cuore solo e un’anima sola” (4,32) il senso, il programma, lo stile della nostra fraternità. Come possiamo vivere questa fraternità? Essere una cosa sola tra di noi?
Il vangelo di Matteo ci presenta una sintesi formidabile della vita cristiana: le beatitudini.
Esse sono il nostro programma di vita e, perciò, la chiave di lettura di ogni avvenimento della nostra esistenza. Sono il progetto educativo di Gesù sulla chiesa e sull’umanità, la regola di vita dei discepoli, il sogno di ogni cristiano. Sono gli otto pilastri su cui poggiamo la nostra vita ecclesiale, il modello a cui tutti i cristiani sono chiamati a ispirarsi, lo stile di ogni relazione e collaborazione dentro e fuori la chiesa.

2. Beati coloro che sono nel pianto

Vorrei fermarmi con voi, questa sera, su una beatitudine, forse quella meno citata o in cui, pensiamo di ritrovarci solo in alcune occasioni: “beati coloro che sono nel pianto perché saranno consolati”.
Il termine greco dice alla lettera “coloro che sono in lutto”, che piangono perché è venuta a mancare una relazione importante, che piangono perché si è spezzato un legame.
L’afflizione cresce quanto più è forte il legame con la persona amata. Questo termine non descrive un semplice dispiacere ma un dolore che ci tocca personalmente, che ci coinvolge fino alle lacrime. Questa beatitudine va a toccare le corde fragili del nostro cuore e il nostro rapporto con il dolore, ricordandoci che la fede non è una semplice utopia, una fuga dal mondo ma coinvolge tutte le dimensioni della nostra vita anche quelle più complesse e profonde come quelle della sofferenza.
Gli afflitti del vangelo, perciò, sono coloro che sperimentano il dolore e ne subiscono le conseguenze.
C’è una pagina del racconto del piccolo principe che parla di questo tipo di afflizione: è il racconto della partenza del piccolo principe:
“E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe “…Piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
” E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “ il colore del grano”.

Ogni volta che ci leghiamo ad una persona corriamo il rischio di piangere, di essere feriti dalla sua partenza, di doverla lasciare. A questo punto ci troviamo dinanzi ad una scelta: che fare?
Alcuni scelgono di smettere di amare, di chiudersi in se stessi, di prendere le distanze dagli altri per non correre il rischio di piangere. Quanto dolore c’è nel mondo perché scegliamo di non correre il rischio di amare.
Quanti rancori, legami spezzati, saluti negati portiamo nel cuore perché abbiamo paura di ritornare a soffrire. Così il nostro cuore si indurisce un po’ alla volta e pensiamo di consolarci da soli pensando che l’indifferenza possa essere la medicina per il nostro dolore. Ma tutto ciò non fa altro che amplificare la nostra amarezza.
E così la beatitudine della consolazione si contrappone la sofferenza dell’indifferenza: infelici coloro che sono indifferenti perché resteranno soli. Il contrario dell’afflizione, perciò, non è la gioia, la spensieratezza, l’entusiasmo ma è l’indifferenza. Quella indifferenza che ha reso duro il cuore del sacerdote e del levita i quali, scendendo da Gerusalemme, non riconoscono il volto di Cristo nel povero oppresso.
Chi sono, allora, gli affitti delle beatitudini? Sono coloro che scelgono di correre il rischio di soffrire, di continuare a creare legami, sono coloro che scelgono di amare ancora nonostante il rischio della partenza, sono coloro che non chiudono il cuore per paura di soffrire.
È chiaro, però, che il vangelo non ci vuole dire che sono beati quelli che soffrono, che piangono, che sono tristi. Ma piuttosto che sono beati quelli che sperimentano la consolazione quando sono nell’afflizione.

3. Saranno consolati

Il valore di questa beatitudine, perciò, non è nella prima parte, ma nella sua conclusione: saranno consolati. Da chi? Il vangelo di Matteo usa il cosiddetto “passivo teologico”, cioè il verbo sottintende Dio come soggetto dell’azione. Perciò la beatitudine potremmo ascoltarla in questa maniera: “beati coloro che sono in lutto, perché troveranno in Dio la loro consolazione” o, meglio, beati coloro che non hanno paura di soffrire perché amano, che non temono di lasciarsi penetrare dal rischio del dolore, perché sanno che la loro consolazione è Dio.
Questa beatitudine della consolazione la viviamo quando sperimentiamo l’afflizione e il dolore per i nostri peccati, per la nostra lontananza da Dio. Nell’atto di dolore preghiamo “mi pento e mi dolgo per i miei peccati”. L’afflizione per i nostri peccati è un segno profondo della qualità della nostra relazione con Dio.
Oggi si dice che non c’è più il senso del peccato, forse dovremmo dire che si è affievolito il senso di Dio. Se la nostra relazione con Dio è formale, occasionale, scontata, come potremmo sentirne l’afflizione quando ci allontaniamo da lui a causa del peccato? Che dolore potremmo provare verso uno che ci è indifferente?
Quando viviamo con Dio una relazione affettiva, vera, profonda non possiamo che sentirne il dolore per il peccato perché “abbiamo offeso Lui, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.
Il dolore e la sofferenza presente in noi e nel mondo a causa del peccato dell’uomo (degli interessi economici, della violenza, della guerra) non solo fanno crescere in noi una profonda partecipazione al dolore altrui ma accrescono in noi l’afflizione per l’umanità che si allontana dall’amore di Dio.
Quando sperimentiamo il dolore per il peccato fino alle lacrime, allora possiamo dire qualcosa sulla misericordia di Dio che fascia le ferite con l’olio della consolazione e il vino della speranza.
Abbiamo trascorso un anno in cui, in maniera diversa, ci siamo confrontati con l’esperienza del dolore.
Consolare vuol dire “esser con chi è solo”, stare accanto a chi soffre e piange. In questi 365 giorni non ce ne è stato un giorno in cui non abbiamo portato nel cuore il nostro caro Gianfranco, ma possiamo dire, con altrettanta certezza, che non ce ne è stato uno in cui non si siamo senti consolati dalla presenza di Dio.
Abbiamo sperimentato un dolore grande, uno strappo profondo, una sofferenza che ci ha colpito più di un dolore nella nostra stessa carne. Avremmo potuto vivere solo la prima parte di questa beatitudine: il pianto, il dolore, il lutto.
Invece, per un mistero profondo, una grazia soprannaturale abbiamo, da subito, compreso che non eravamo soli in questo nostro pellegrinaggio. Ci siamo sentiti consolati.
Il dolore non ci ha chiusi in noi stessi ma è rifiorito in relazioni nuove, in servizi verso i più poveri, in gesti di solidarietà e comunione reciproca.
Abbiamo sentito la presenza silenziosa e costante dello Spirito Consolatore che ha rinnovato i nostri legami, purificato i nostri rancori, colmato le valli delle nostre distanze.
Abbiamo sentito, con nuovo entusiasmo l’invito del profeta: “consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40, 1), “Il Signore mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, (…) a consolare tutti gli afflitti” (Is 61, 1,2).
Abbiamo sperimentato la consolazione di Dio nella relazione fraterna e nella comunità.
Questo giorno, il 26 novembre, è stato per noi non solo il giorno del pianto e del lutto, ma anche il primo passo verso una fede nuova, un amore nuovo che ci ha richiamato l’amore con cui S. Francesco ha amato i poveri: egli “sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati, e quando non poteva offrire l’aiuto, offriva il suo affetto” (FF 1142).

Gesù buon Pastore
grazie per averci donato Gianfranco,
i suoi genitori, la sua famiglia,
i suoi amici.
Grazie per il dono della Chiesa
così fragile e debole
misera e povera
ma altrettanto arricchita della tua misericordia e consolazione.
Grazie per il dono della fede
e per la luce della carità.
Ti preghiamo: non abbandonarci nell’ora della prova
e liberaci dalla tentazione di camminare da soli.
E anche se dovessimo camminare
in una valle oscura
non manchi in noi la certezza
che tu ci sei accanto. Amen

Don Mimmo Giannuzzi, 26 novembre 2015

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