Cosa resterà di questa Pasqua?

Carissimi fratelli e sorelle,
in questi giorni, con la liturgia del giovedì santo, siamo entrati con Cristo nel cenacolo, abbiamo partecipato alla sua morte, abbiamo accolto la sua luce, ascoltato la sua Parola, rinnovato le nostre promesse battesimali e vissuto la comunione sacramentale nel suo corpo e nel suo sangue. Come in tutte le esperienze più belle, anche oggi, potremmo chiederci: cosa resterà di tutto questo?
Questa domanda viene rafforzata dalla consapevolezza che celebriamo i divini misteri quasi “sostando nell’attesa della venuta del Signore” (cf. Messale Romano).
Nel cammino della nostra vita, attraverso i divini misteri, il Signore ci nutre, ci sostiene, ci accompagna. Ma la bellezza delle nostre liturgie, non ci distrae dalle domande profonde dalla nostra vita, anzi le amplifica. Così ritorniamo a chiederci: cosa sono le nostre liturgie? Fughe dalla realtà? Luoghi di riparo dalle difficoltà? Cosa resta delle messe che celebriamo, dei sacramenti che viviamo? È possibile che Gesù abbia lasciato come dono per la sua Chiesa solo un rito, una cerimonia, una celebrazione?
Durante la celebrazione dei divini misteri, Gesù si rende presente in mezzo a noi nei segni della sua Parola, del popolo celebrante, dei sacerdoti, e in modo unico, nel suo corpo e nel suo sangue. Terminata la messa, la voce smette di parlare, i ministri dell’altare e il popolo si disperdono, i segni del pane e del vino non ci sono più o sono conservati per l’adorazione e la comunione agli ammalati.
 
Cosa resta di tutto questo?
Tra i doni che il Signore conserva in noi vi è uno straordinario: è il dono della comunione ecclesiale.
La comunione che riceviamo nell’Eucaristia ha un elemento qualificante particolare: è comunione ecclesiale! Nel nostro spirito si realizza ciò che avviene nella nostra carne: diventiamo ciò che mangiamo!
Mangiando il corpo di Cristo, noi diventiamo il suo corpo, la chiesa.
Questa comunione possiamo rileggerla nell’inno di lode, nella dossologia che conclude la preghiera eucaristica: “per Cristo, con Cristo e in Cristo”. A questo breve inno che racchiude in un unico dono, l’offerta di Cristo e la nostra offerta, il popolo risponde: Amen. Questa triplice invocazione ci ricorda che tutta la nostra vita è racchiusa e significata nel grande dono di Cristo al Padre, nello Spirito.
Perciò desideriamo rileggere il dono della comunione ecclesiale attraverso questo breve inno: per Cristo, con Cristo e in Cristo.
 
Innanzitutto, siamo Chiesa per Cristo.
Nella Pasqua del Signore abbiamo la consapevolezza che la comunione rotta con il peccato viene risanata solo attraverso il mistero della morte e risurrezione di Gesù.
Siamo consapevoli che diventiamo comunità solo per mezzo di Cristo.
Senza di Lui non ci conosciamo davvero, non possiamo creare vincoli e legami che ci uniscono nella carità.
Senza la preghiera comunitaria, reciproca, condivisa e, senza un cammino di fede personale, continuo, radicale e senza la mortificazione di noi stessi e l’ascolto obbediente della Parola di Dio non ci può essere una comunità cristiana, una fraternità nella fede.
La comunione tra noi cresce, si fortifica, si rafforza solo quando ognuno, personalmente sceglie di incontrare l’altro per mezzo di Gesù.
La Chiesa, perciò, è innanzitutto un dono che ci viene da Cristo. È un dono, un regalo, una cosa preziosa che non possiamo rifiutare, mettere da parte, relativizzare con superficialità.
La Chiesa è il dono di Cristo attraverso il quale incontriamo Lui, impariamo ad amarlo e a riconoscerlo. È un dono confezionato da Lui, voluto da Lui, offerto da Lui.
Il dono della Chiesa è stato preparato nell’Antico Testamento attraverso il cammino del popolo di Israele (LG 9); nel suo esodo, nelle profezie si realizza la Parola di Dio: “un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio” (1 Pt 2,10).
Perciò non possiamo pensare che l’opera della Chiesa possa essere tale senza Cristo: è per lui che siamo noi stessi, per mezzo suo che diventiamo noi stessi.
 
Siamo Chiesa con Cristo
Perciò la comunione tra di noi è “con Cristo”. Come i discepoli di Emmaus, Lui si fa nostro compagno di viaggio. Quanto più cresce la nostra comunione con Gesù, tanto più cresce la comunione con gli altri, e, viceversa, quanto più siamo disposti a vivere tra di noi i linguaggi dell’amore (accoglienza, servizio, perdono), tanto più cresce la comunione con Cristo.
Amiamo Cristo Capo e Corpo; non possiamo separare il Signore dalla sua sposa, è impensabile amare Gesù senza amare la comunità in cui il Signore si manifesta e si fa riconoscere.
Non possiamo pensare di stare con lui senza stare con gli altri, né possiamo pensare di stare bene con gli altri senza stare con Lui.
La comunione è ciò che rende vere le nostre liturgie, più armoniosi i nostri canti, più gratuiti i nostri servizi.
La comunione con Cristo, capo e corpo, non è un idea, un sogno, una fantasia, essa è innanzitutto un grazia, un dono di Dio.
In una bellissima opera, il teologo protestante D. Bonhoeffer scrive: “Chi si costruisce un’immagine ideale di comunione, pretende la realizzazione di questa da Dio, dagli altri e da se stesso. Nella comunità cristiana avanza esigenze sue, istituisce una propria legge e giudica in base ad essa i fratelli e perfino Dio. Si impone con durezza, quasi un rimprovero vivente nel gruppo dei fratelli. Fa come se spettasse a lui solo creare la comunione cristiana, come se fosse il suo ideale a legare insieme gli uomini. Ciò che non va secondo il suo volere, è preso da lui come un fallimento. Quando il suo ideale fallisce, pensa che si tratti della rovina della comunità. E così diventa prima accusatore dei fratelli, poi accusatore di Dio e infine si riduce a disperato accusatore di se stesso” (La vita comune, 22-23).
A volte, ci avviciniamo alle nostre comunità, ai gruppi parrocchiali, ad alcune esperienze di fede portando con noi un ideale di chiesa, di fraternità, di comunità, pensando che la comunione ecclesiale possa fondarsi sulle dinamiche della vita affettiva o su un’idea di fraternità che, ovviamente, pone noi stessi al centro della comunione.
Per grazia di Dio questa idea presto si frantuma, si infrange sulle rocce della diversità, si sbriciola sugli spigoli delle nostre esigenze, si imbatte nella delusione di una vita comune che non risponde a noi stessi.
Questo “disinganno” della fede può manifestarsi in due atteggiamenti.
–       Il primo, più immediato, istintivo: quello dell’amarezza, della separazione, dell’abbandono, della fuga. Diventiamo, un po’ alla volta, profeti di sventura, maestri di difetti altrui, cercatori instancabili di isole di pace. Senza volerlo cerchiamo una perfezione che, in fondo, non ci appartiene. Questa strada lascia nel nostro cuore un’amarezza che non comunica la gioia della resurrezione, non ci fa vedere i cieli nuovi e la terra nuova, e mentre ci aspettiamo che altri predichino il paradiso, noi restiamo legati alle logiche terrene della separazione e della lamentela.
–       Il secondo atteggiamento, è l’atteggiamento pasquale della comunione.
Il Vangelo di Marco non ha dubbi: l’annuncio pasquale passa attraverso la chiesa. L’evangelista non separa la pasqua di Cristo dalla comunità dei discepoli: saranno loro a dare il via a questa corsa di speranza e amore.
L’annuncio primordiale viene consegnato dalle mani profumate di alcune donne, consapevoli delle loro debolezze (“chi ci rotolerà la pietra?”) ad una comunità di uomini intimoriti e impauriti per la morte del loro maestro.
La strada della comunione non mette a tacere la nostra intelligenza, non rassegna la nostra volontà, non spegne la speranza, né soffoca la carità.
Spesso ricordo a me stesso quanto Bonhoeffer scrive. In particolare, mi ha sempre accompagnato una sua riflessione rivolta ai pastori e ai “fedeli zelanti”, a proposito della tentazione di lamentarsi della propria comunità: “Un pastore non deve lamentarsi della sua comunità, tanto meno davanti agli uomini, ma neppure davanti a Dio; essa non gli è affidata perché se ne faccia accusatore davanti a Dio e agli uomini. Chi perde la fiducia nella comunità cristiana in cui si trova, e si lamenta di essa, prima di tutto esamini se stesso, e si chieda se Dio non voglia semplicemente distruggere il suo ideale; se è così, ringrazi Dio di averlo posto in questa situazione di disagio. Se invece le cose stanno diversamente, si guardi comunque dal farsi accusatore della comunità di Dio; accusi piuttosto se stesso per la propria incredulità, chieda a Dio di fargli conoscere la propria mancanza e il proprio peccato specifico, preghi di non rendersi colpevole nei confronti dei fratelli, nella conoscenza della propria colpa interceda per i fratelli, faccia ciò che gli è stato assegnato e ringrazi Dio. […]La fraternità cristiana non è un ideale che noi dobbiamo realizzare, ma una realtà creata da Dio in Cristo, a cui ci è dato di poter partecipare. Quanto più chiara diventa la nostra consapevolezza che il fondamento, la forza e la promessa di tutta la nostra comunione consistono solo in Gesù Cristo, tanto più si rasserena il nostro modo di considerare la comunione, di pregare e di sperare per essa” (La vita comune, 24-25).
 
Perciò siamo Chiesa in Cristo
La strada della comunione è la via crucis che abbiamo percorso in questi quaranta giorni, ma è anche la via lucis che vivremo nei cinquanta giorni di Pentecoste.
È la via della mortificazione, del digiuno, del servizio, ma è anche la via dell’incontro, della gioia, dell’abbraccio.
È la strada della rinuncia a se stessi, dell’umiltà e dell’obbedienza, ma è anche la via della condivisione, dell’annuncio, della speranza.
In questa strada non siamo soli perché la nostra comunione è con il Risorto.
Questa strada è Cristo stesso, “via, verità e vita”.
In questo tempo di incertezze e timori, potremmo anche noi, come i discepoli, lasciarci trasportare dalla tentazione di chiuderci nelle nostre solitudini, di accontentarci della vita, di fare un passo indietro nella ricerca dell’altro.
In questo tempo in cui sappiamo che essere cristiani sul serio non è facile, sappiamo che la paura di “uscire allo scoperto” o il timore di rimanere da soli, potrebbe indurci ad indietreggiare nell’impegno, a scoraggiarci nella testimonianza, a confidare in noi stessi piuttosto che nella potenza dell’amore di Dio.
Ai discepoli intimoriti, un giovane rivolge una parola: “non abbiate paura”. Marco non parla di un angelo, come fa Matteo, ma di un giovane.
 
Chi è questo giovane?
Potrebbe essere Cristo: Cristo risorto è giovane, porta con se la bellezza della primavera, la novità della vita, la pienezza di ogni speranza racchiusa nella giovinezza. La parola di Cristo è sempre giovane, alimenta la giovinezza della nostra vita.
Potrebbe essere la Chiesa: ricordiamo le parole che Papa Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato:  “la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva – essa è viva, perché Cristo è vivo, perché egli è veramente risorto”. Quindi, questo giovane potrebbe essere ciascuno di noi in Cristo.
Potrebbero essere i giovani della nostra comunità: i ragazzi che frequentano i cammini nell’Agesci o nell’Azione Cattolica, i giovani educatori del Centro, gli adolescenti o i giovani che frequentano le nostre messe domenicali, che fanno esperienze di servizio nella catechesi e nei gruppi parrocchiali, i giovani che si ritrovano negli incontri di “incroci di sguardi” o sulle pagine del nostro sito; i fidanzati o le famiglie giovani.
Ma questo giovane non è muto, non è come il giovane di cui ci ha parlato Marco pochi giorni fa nel racconto della passione: “tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un giovane, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo” (Mc 14,50-51).
Questo giovane, immagine dei discepoli, fugge muto, impaurito, nudo.
Il giovane che annuncia il risorto, invece, ha per noi una parola: “non aver paura”.
Questa parola è rivolta, ancora una volta, a noi: “non aver paura della mia parola, non temere di perdere la vita, non aver paura di amare Dio con tutto te stesso”.
Questa parola ci incoraggia nella strada della comunione: “non aver paura di riconoscerti bisognoso dell’amore degli altri, non temere il giudizio, non aver paura di amare l’altro come te stesso”.
Quando la nostra esperienza di comunione è vissuta per Cristo, con Cristo e in Cristo, comprendiamo che ogni altra relazione (in famiglia, nella Città, tra gli amici) non può che essere vissuta alla stessa maniera e con lo stesso significato.
 
Cosa resta di tutto questo?
La nostra vita per Cristo, con Cristo e in Cristo. A Lui rivolgiamo la nostra preghiera:

 

Gesù, pane vivo disceso dal cielo
Cosa resterà di questo incontro con te?
Non il profumo dell’incenso,
né le parole di un canto,
né il sapore del pane.
Di questo incontro resterà l’amore.
Un amore che viene dell’alto,
un anelito di comunione che siamo chiamati a portare nel mondo
un bisogno d’amore che desideriamo costruire.
Di questo incontro resta la tua chiesa.
Una comunità fatta di persone diverse
Una fraternità costruita attorno all’altare
Una convivialità fatta di volti e storie.
Manda, o Signore, il tuo Spirito
Che spalanchi le porte del mio cuore
Riempia la mia casa con il profumo della carità e del perdono
Mi faccia uscire dalle mie piccolezze con i vasi pieni di servizio e umiltà.
Fa che cresca in me la consapevolezza che
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per essere noi stessi.
Ci sono necessari coloro che annunciano la tua Parola
ci incoraggiano con la testimonianza
ci interrogano con le loro domande
ci esortano, ci ringraziano, ci perdonano
ci stanno accanto nel silenzio
ci chiedono qualcosa con la loro voce o la loro vita
Grazie, Gesù per il tuo corpo presente nell’Eucaristia
Grazie per il tuo corpo che è la Chiesa
Fa che dell’uno e dell’altro non smettiamo mai di aver fame.
 
Don Domenico Giannuzzi, Pasqua 2012.

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