Comunità cristiana, perdono e giustizia

Qualche anno fa mi imbattevo nella lettura del giornale Avvenire e, in particolare, di un articolo che aveva destato la mia curiosità e che ancora conservo. La mia attenzione era stata catturata dal messaggio del Papa per l’imminente giornata della pace, a cominciare dal motto che lo riassumeva «senza giustizia non c’è pace, senza perdono non c’è giustizia».

Un cristiano può rinunciare alla difesa di se’ ma non alla difesa dei deboli, di persone innocenti e inermi che vengono oppresse, aggredite o perseguitate. Un cristiano può avere dubbi anche gravi sul modo in cui fermare efficacemente la violenza e le tante ingiustizie del mondo. Eppure per lui il tentativo di arginare il male, nella misura in cui è possibile farlo con mezzi umani e quindi in modo certamente imperfetto, non solo è legittimo, ma può essere addirittura un dovere. È del tutto infondata la contrapposizione fra una giustizia fredda e disumana ed un perdono ricco di calore e umanità: essi sono invece due facce della stessa medaglia, perché non si può fondare la pace sulla sopraffazione dei deboli, né si può considerare pace l’assenza di conflitto e il silenzio delle armi quando il più forte ha messo a tacere l’inerme. Certo l’introduzione nella civiltà umana del perdono cristiano non è cosa banale.

A causa del peccato, anche dopo secoli e millenni riemerge sempre in ciascuno di noi la vecchia, barbara legge: occhio per occhio! D’altra parte non possiamo dirci cristiani se non sappiamo perdonare. Il perdono è sostanza stessa del messaggio evangelico e aspetto costitutivo della nostra vocazione. In questo senso alcuni importanti principi di chiara impronta cristiana – la responsabilità penale è personale, e perfino un’azione di forza deve tendere al ricupero di chi sbaglia – sono stati recepiti più di cinquant’anni fa nella Costituzione Italiana e in altre carte europee. Ma è importante che anche la nostra Comunità li faccia suoi, non solo perché vengano attuati dove già sono riconosciuti, ma perché diventino patrimonio anche dei non pochi ambiti – vicini a noi – in cui sono sconosciuti.

Giovanni Paolo II lo ripeteva con chiarezza in questo messaggio: la semplice e attraente matematica della vendetta – occhio per occhio – è alla base di una spirale di violenza che finisce col colpire sempre nuovi innocenti, portando all’ostilità di tutti contro tutti, non alla giustizia e alla pace. Sebbene il perdono annunciato con pienezza da Gesù possa apparire paradossale, alla lunga esso risulta efficace anche nel curare le ferite sociali: nel perdonare, dice il Papa, vi è in realtà una certa “ragionevolezza”. Quando ero bambino, avevo letto una frase di Kennedy di simile tenore, che non ho mai più dimenticato: conviene sempre lasciare un’onorevole via di scampo all’avversario. Offrire una via d’uscita è al tempo stesso un atto di amore e un gesto prudente, lungimirante e ragionevole: lo spirito di riconciliazione è destinato a produrre, nel lungo periodo, frutti positivi. Del resto, dice il Papa, l’autentica giustizia è agli antipodi della vendetta: non è mai una gustosa rivalsa dei buoni contro i cattivi, un regolamento di conti tra vittima e colpevole, quanto il tentativo della comunità, imperfetto eppure necessario, di difendere i deboli e la possibilità di una vita comune ordinata ed equa.

In questa prospettiva il perdono non consiste in un buonismo sdolcinato. È invece l’impegno a superare, anzitutto con la volontà del cuore, a livello personale, e poi anche comunitario, i limiti di dolorosi, ma a volte inevitabili interventi. La consapevolezza che tutti abbiamo in qualche misura contribuito al male, che la nostra giustizia è sempre finita (summum ius, summa iniuria) deve fare da bussola al nostro agire. E’ possibile conciliare giustizia e pace, giustizia e perdono! Una giustizia aperta alla riconciliazione resta un ideale a cui ogni generazione deve tendere sapendo di non poterlo mai riassumere in una formula definitiva.

 

Vito Caroli

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