Comunità cristiana ed educazione

Se ne parla un po’ ovunque: sui quotidiani del vasto pubblico, su riviste d’ogni caratura, in televisione; se ne parla a livello politico, scolastico, nella comunità cristiana: siamo all’“emergenza educativa”, espressione dai contorni inquietanti, generica e precisa insieme. L’educazione chiama in causa tutti: la famiglia, la scuola, la politica, gli operatori dello sport, della comunicazione, delle aggregazioni giovanili, la comunità cristiana. Siamo tutti imbarcati nel vortice di una sfida planetaria. Educare, d’altro canto, significa amare i giovani e i ragazzi di questo tempo con intelligenza evangelica.

Parlare di “emergenza educativa” significa tentare di andare alle radici di un diffuso disagio che affligge l’ultima generazione. Quasi a dire: è ora di svegliarsi! Siamo alla deriva. Siamo davanti ad una generazione senza padri e senza madri, e per questo senza futuro.

I nuovi adolescenti sembrano avere le fattezze di un mondo che ignora le radici: la stessa famiglia è ritenuta un reperto del passato. Dire “emergenza educativa” significa avvertire l’urgenza di correre ai ripari di fronte al fenomeno “droga” che lambisce ormai la soglia della pre-adolescenza; di fronte al fenomeno “violenza” che distrugge gli affetti più sani della famiglia, della scuola; di fronte al fenomeno “bullismo” che non sembra risparmiare neppure la scuola e corrode le stagioni più delicate dell’età evolutiva. Insomma, sembra di entrare nel turbine di un ciclone, che riempie di confusione, soprattutto le tre comunità naturalmente educative: la famiglia, la scuola e la comunità cristiana.

A fronte di questo smarrimento epocale che intimidisce l’autorevolezza dei tre soggetti-simbolo del processo maturativo della persona, le nuove “agenzie” educative delle reti telematiche sembrano eludere il problema e continuano a “giocare” con le nuove generazioni esibendo immagini false o pseudo-valori che creano bisogni e deviano dalla direzione di una vera realizzazione umana. E così l’emergenza educativa cresce tra queste due figure: tra una comunità spiazzata e debole e la gaia incoscienza dei media che soffia violenta nelle vele della cultura del vuoto. Non possiamo, tuttavia, semplicemente lamentare l’esistenza del problema. Quando facciamo un’analisi accurata della crisi odierna evocandone le diverse facce – dei valori, della vita, della famiglia, della scuola, della politica – si arriva spesso al dunque, all’origine di tutte le crisi: quella dell’educare. Si ripete, ad esempio, che il paese “Italia” è attraversato da una diffusa crisi sociale. Ma questa non si chiama crisi politica o economica, è invece qualcosa da cui dipendono la politica e l’economia: l’“educazione”.

Il singolare destino del verbo “educare” e del corrispondente sostantivo “educazione” sono sulla bocca di tutti e sembrano avere orizzonti planetari, in compagnia di altre parole come pace, giustizia, fame e altre ancora. Non manca peraltro di sorprendere il diffuso clima di sfiducia nei confronti dell’educazione”: l’impressione che se ne ricava sembra rivelare una svolta epocale, una rottura violenta con i valori di una tradizione diventata estranea.

Si intravede una sorta di partenza ex novo nel mare aperto, in balia delle onde, senza direzione. Forse tutti ne percepiamo la delicatezza, le difficoltà e i rischi; forse in molti avvertiamo che educare è difficile: perché educare significa mettersi al passo della libertà dell’altro – figlio, alunno, bambino, giovane, adulto – e non è facile accompagnare l’altro in un contesto culturale in cui la libertà vuole essere assoluta, senza l’ombra di qualcuno che corregga o limiti il ventaglio delle scelte. Educazione e libertà sembrano divaricare a forbice. L’educatore sembra intimidito, incerto e l’educando è geloso della sua libertà. È più gratificante sedere davanti ad un computer, obbediente ai comandi, che non farsi compagni di viaggio di un figlio in crescita su un percorso educativo. Ne sanno qualcosa molti genitori. Tuttavia non manca in molti la consapevolezza che l’educazione sia un’arte, che mira allo sviluppo totale della persona umana, non riducibile ad alcune attività formative come l’istruzione, l’allenamento, l’assistenza, la prevenzione, la socializzazione. Il significato forte dell’educazione mira alla totalità della persona, al suo mondo interiore, là dove si innestano le vere motivazioni dell’agire umano; alla sua immagine coerente e non di facciata.

La sfida non consiste solo nell’educazione cristiana dei ragazzi e dei giovani, accompagnandone i passi sui tornanti degli anni verdi. È soprattutto un appello alla comunità perché promuova “una nuova attenzione agli adulti” già implicita nel protagonismo intangibile della famiglia [Cei, “Rigenerati per una speranza viva” (1 Pt 1, 3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo – Nota 33 pastorale dopo il IV convegno ecclesiale nazionale 2007, n 17].

Alla famiglia tocca ricomporre l’intesa tra i soggetti educativi attorno ad un progetto credibile. Ma nell’attuale emergenza, purtroppo la famiglia è debole, è frenata dai venti contrari. Pertanto il coordinamento dei soggetti educativi passa soprattutto alla comunità cristiana, che possiede i mezzi e in particolare ha la patente di “comunità educante” che si avvale della testimonianza dei suoi membri; e non di meno è in possesso di particolari strumenti pedagogici per mettere in atto un coerente progetto al servizio della promozione umana e della formazione cristiana. Non si può prescindere però una chiara e coraggiosa conversione pastorale: la comunità non può ignorare la presenza sul territorio della scuola e dell’università; non può lasciare in ombra la famiglia, né eludere la valenza pedagogica delle associazioni e dei movimenti; non può infine trascurare la forza di impatto della cultura mediatica. Una parrocchia viva sa riconoscere le risorse operative sul territorio; le promuove, le coordina, le fa interagire, le mette in rete. Non le giudica un disturbo per l’azione pastorale della comunità. Nella scuola c’è la quasi totalità dei ragazzi e dei giovani. Nelle associazioni e movimenti si intessono relazioni forti, che mancano in certi contesti parrocchiali soprattutto urbani.

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