Comunità cristiana e lavoro

1 maggio 3-2Il sistema economico odierno si sta progressivamente trasformando – nella direzione di una sempre
maggiore flessibilità – per adeguarsi alle esigenze del mercato globale. Questi cambiamenti, che
sono frutto di scelte umane, si riflettono profondamente sul vissuto delle persone e sulla struttura
della società. È impossibile infatti disgiungere le vicende economiche dalla realtà di uomini e donne
che lavorano per realizzare la propria crescita, valorizzare la propria personalità e contribuire allo
sviluppo dell’intera umanità.

La rivoluzione che sta caratterizzando il mercato del lavoro si traduce, di fatto, nel passaggio da una
prevalenza di contratti a tempo indeterminato ad una significativa pratica di contratti di lavoro a
tempo determinato. Se questa nuova forma di organizzazione economica sembra rispondere meglio
alle esigenze della competizione globale e alle differenti necessità dei singoli lavoratori, i vantaggi però
non sono per tutti. Non è sempre facile adeguarsi al diverso modo di lavorare e renderlo compatibile
con la propria vita, cercando allo stesso tempo di crescere in professionalità e intraprendenza.
L’opportunità offerta da un ingresso lavorativo flessibile, spesso, si trasforma in una condizione di
precarietà tale da riversare sul giovane lavoratore le esigenze di una pressante versatilità nel cambio
di orari, luoghi, attività e nell’assunzione di sempre nuovi rischi.

Rischio e cambiamento diventano i valori primi dell’affannosa ricerca di un “posto migliore”. Se
rischiare per assumersi la responsabilità della propria vita è il segreto per crescere, è anche vero che
il rischio per essere tale, e non follia, deve godere di alcune sicurezze. Ad interrogare la nostra Chiesa
sono le conseguenze della mobilità, della precarietà e del rischio sulla formazione del carattere dei
giovani e sulle loro scelte professionali, affettive e sociali. Le nostra comunità avverte la necessità di
conoscere più da vicino la dimensione lavorativa in cui i giovani si trovano a vivere ed operare, per
elaborare risposte efficaci alle loro domande esistenziali.

A più di trent’anni dall’Enciclica Laborem exercens (1981) di Giovanni Paolo II – beatificato, per una
felice coincidenza il giorno della Festa del lavoro – è utile considerare la relazione lavoro-comunità
lì evocata: il lavoro infatti è un indicatore fondamentale del grado di civiltà della comunità umana. È
necessario che il lavoro sia un’esperienza che costruisce – e non distrugge – le relazioni e la vita della
comunità; che alimenti la coesione sociale e i legami, rispettando anche i tempi della comunità. D’altra
parte è la comunità stessa, con le differenti responsabilità (politici, attori economici, lavoratori e tutti
noi quando siamo consumatori, azionisti, ecc.) che deve generare un lavoro degno dell’uomo: si può
dire infatti che la civiltà di una società si misura dalla quantità e dalla qualità del lavoro che riesce a
generare e a mantenere.

Una comunità avrà realistiche prospettive di sviluppo umano integrale se considera il lavoro come
un bene comune, e non una merce o una variabile dipendente da sacrificare a vantaggio di altri
beni (profitti, rendite azionarie e finanziarie, ecc.). Se il lavoro è un bene comune, tutti se ne devono
prendere cura, e l’obiettivo deve rimanere quello che sia un bene per tutti – cioè senza sacche
insopportabili di disoccupazione – e per tutto l’uomo, rispettoso cioè di ogni sua dimensione.

Per una verifica su quanto il lavoro sia considerato oggi un bene comune, può risultare utile attirare
l’attenzione su alcuni aspetti specifici, che interpellano diverse responsabilità etiche, anche della
comunità ecclesiale. Oggi non si può prescindere dalla realtà della globalizzazione per leggere questi
fenomeni: non c’è dubbio che il mondo stia vivendo una sorta di riequilibrio globale della ricchezza,

che chiede ai paesi ricchi una rivisitazione del proprio benessere, affinché altri paesi possano uscire
dalla miseria. È necessario affrontare con decisione questo fenomeno mondiale, individuando vie
strategiche per tutti (giovani, donne, immigrati, ecc.): è però eticamente doveroso evitare che a pagare,
all’interno dei paesi ricchi, siano solo coloro che già sono svantaggiati. La globalizzazione, ricordava
papa Benedetto XVI, è un fatto positivo, a patto che sia a misura di comunità e di persona.

La crisi ha provocato altri fenomeni pesanti per cui aziende, anche sane, vengono sottoposte ad una
pressione insostenibile: artifici burocratici, economici, legali per ritardare i pagamenti; pressioni
da parte di spregiudicati finanziatori che approfittano della difficoltà economica e finanziaria per
strangolare le imprese; ritardi dei pagamenti da parte della stessa Pubblica amministrazione;
l’usura e i tentacoli della criminalità organizzata che hanno approfittato di tutto questo anche nel
nostro territorio. Tutti fenomeni che, quando si combinano con l’incertezza del diritto, divengono
insopportabili. Questi aspetti, che richiamano coloro che hanno responsabilità politiche ed economiche
a trovare le soluzioni tecniche, hanno soprattutto una radice di natura morale ed etica. Alcuni
fenomeni sono da considerare veri e propri peccati sociali, che minano la vita della comunità. Ma si
tratta, più ampiamente, anche della natura e della qualità delle relazioni economiche, che sono pur
sempre relazioni umane. Le diverse situazioni il più delle volte non sono determinate da un anonimo
sistema: sono invece frutto di scelte personali, più o meno eticamente ispirate.

Guardando al mondo del lavoro, risalta in modo chiaro quanto bisogno di politica ci sia oggi: affinché
il lavoro e l’economia siano a misura di comunità è necessario che la politica sia acuta, coerente,
eticamente impeccabile, dalle visioni ampie e non schiacciata sul problema del consenso immediato.
Deve essere servizio al bene comune, anche al bene comune “lavoro”. Occorre oggi domandarsi: è
sufficiente che la politica si limiti a fornire una mera regolazione dei fini individuali per evitare la
distruzione del corpo sociale? La storia di questi ultimi anni ci sta dicendo che questa visione minimale
della politica è insufficiente a costruire comunità dove le persone possano vivere bene. In altre parole,
dobbiamo ammettere che non possiamo non darci dei fini comuni: uno di questi è la tutela del lavoro,
che passa anche attraverso la capacità della politica di favorire l’innovazione sociale ed economica.

La carenza di considerazione del lavoro come bene comune è confermata dal fatto che oggi è difficile
aggregare le persone, in particolare i giovani, attorno al “bene” lavoro. Sembra quasi che il lavoro
non sia considerato né un bene comune, né un indicatore del benessere della comunità, ma piuttosto
una merce da vendere al minor prezzo possibile per battere la concorrenza. E l’attività economica
d’impresa non un luogo di relazioni umane, ma una foresta nella quale difendersi da belve feroci.
Certamente oggi il lavoro chiede ai giovani un dinamismo grande (capacità di cambiare, di uscire
anche dal proprio territorio per misurarsi e formarsi altrove, ecc.), ma è anche vero che è importante
non perdere di vista la dimensione comunitaria che il lavoro e l’economia, per loro natura, portano
con sé. In tutto questo è necessario un grande sforzo educativo, a tutti i livelli, anche della comunità
cristiana. Affinché il lavoro venga sempre considerato un bene comune è necessario che se ne parli,
che si sviluppino maggiormente una cultura e un’antropologia del lavoro.

La comunità cristiana, su questo, può ancora giocare un ruolo non piccolo. La beatificazione di
Giovanni Paolo II ci rimanda a quanto questo grande Papa ha detto sul lavoro, evidenziandone le
due dimensioni, oggettiva e soggettiva (cioè la dimensione materiale e tecnica e quella personale
ed esistenziale). Le comunità cristiane possono essere luogo che irradia una visione alta del lavoro,
promuovendo la riflessione e la condivisione su ciò che il lavoro è per l’uomo e per la vita del mondo. È
importante che i cristiani parlino della vita lavorativa tra loro, nella comunità parrocchiale, nei gruppi
formativi, nei centri di ascolto: per aiutarsi a portarne i pesi; per trovare forza di impegnarsi anche

in modo “politico” in vista di una elevazione della qualità del lavoro e della vita economica (e non
limitarsi a lottare per difendere il proprio posto e il proprio interesse); per stimolare la società nel suo
complesso a parlare di lavoro, considerandolo come un bene prezioso di cui aver cura.

                                                     Vito Caroli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.