Comunità cristiana e accoglienza

Lo scorso 13 gennaio è stata celebrata la giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato Politico istituita, nel 1914, da Pio X. Da allora il fenomeno dell’immigrazione ha subito una notevole trasformazione. A motivare, oggi, la decisione di emigrare c’è innanzitutto una necessità di sopravvivenza e dunque, in fondo, la speranza di un futuro migliore. Non a caso il Papa, nel suo messaggio, ha definito le migrazioni un pellegrinaggio di fede e di speranza. Di questo sentimento, perciò, non possono non tenere conto anche le comunità cristiane nelle loro iniziative di accoglienza!

Non meno importante, dopotutto, è la regolamentazione dei flussi e la regolarizzazione degli immigrati. Il contesto internazionale in cui ci confrontiamo è oggi più che mai segnato profondamente da diversità culturali, sociali, economiche, politiche e religiose, che pongono interrogativi sul complesso fenomeno delle migrazioni. Un fenomeno che tuttavia non può essere considerato soltanto dal punto di vista statistico e socio-economico. Le migrazioni, infatti, sono una realtà che tocca in primo luogo uomini e donne, bambini, giovani e anziani, che oggi appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria. Non dobbiamo mai dimenticare che i non regolari rappresentano un’occasione ghiotta e irripetibile per lo sfruttamento e per le organizzazioni criminali più o meno organizzate.

Non può infine essere taciuto che è vero che esiste il diritto il diritto all’emigrazione ma esiste anche il diritto a non emigrare. Chi oggi prende la decisione di lasciare il proprio paese non lo fa certamente a cuor leggero ma solo perché spinto dalla necessità di sopravvivenza. Allora occorre far crescere una cultura che spinga e si sviluppi in una direzione che garantisca anche questo diritto. Il rigore con cui l’Europa si è data le regole per l’economia sia lo stesso adottato per l’integrazione degli immigrati! L’Italia, nel recente passato, è stata lasciata sola nel suo impegno di garantire l’accoglienza e spesso ha dovuto assistere, quasi sempre impotente, al breve passo con cui l’irregolarità si è trasformata in delinquenza. È necessario dunque riformulare le politiche di espatrio e di accoglienza con piani di solidarietà concordata, non solo per garantire la dignità di ogni persona mediante la tutela dei diritti umani fondamentali, ma anche per assicurarsi che tutti rispettino norme e doveri necessari per rendere concreta la reciproca sicurezza e lo sviluppo.

L’impegno della Chiesa è quindi quello di costruire una cultura dell’accoglienza e del rispetto dell’altro attraverso percorsi che portino all’integrazione anche attraverso la partecipazione attiva alla vita delle comunità cristiane. La dignità di ogni persona esige di essere sempre salvaguardata soprattutto mediante la tutela dei diritti umani fondamentali. Un’accoglienza graduale e ordinata, rispettosa ma non ingenua, da una parte fa emergere il senso umanitario della solidarietà e dell’ospitalità, e dall’altra aumenta il potenziale produttivo in campo economico, arricchisce gli scambi sociali e prepara un terreno fecondo per una corretta integrazione. Ecco perché i migranti possono e devono essere considerati una risorsa. È importante che venga attuata una gestione integrata di tutti gli aspetti legati alla loro buona accoglienza, soprattutto per contrastare – il più efficacemente possibile – l’opera di organizzazioni criminali che fanno traffico e contrabbando di esseri umani.

Ma la crisi attuale è ancora più profonda: a forza di voler far tutto da soli, negando ogni riferimento trascendente, ci siamo trovati soli con in mano i cocci della nostra libertà e i disastri prodotti dalle nostre scelte e, in più, incapaci di pensare in modo “forte”. Come spesso in questi casi, nessuno vuol andare in fondo ai problemi e assumersene le responsabilità, ma si cerca il capro espiatorio e questo è stato trovato negli stranieri. All’opinione pubblica viene presentata un’analisi rozza e ingiusta che stabilisce una pericolosa equazione attribuita alla presenza degli extracomunitari: insicurezza – paura – immigrazione origine di questi mali – domanda di leggi, ordine, espulsioni.

L’impressione che se ne ricava è che la paura dello straniero è oggi alimentata, usata e pilotata per scopi politici, mentre si dimentica che sono almeno tre secoli che le migrazioni sono un dato di fatto praticato dall’Europa e vissuto dentro l’Europa – nell’ambito del processo di industrializzazione e di urbanizzazione – e che noi stessi, come popolo siamo stati un polo di emigranti. Sotto la spinta dell’insicurezza e della paura è facile dimenticare che le migrazioni non sono mai state delle invasioni, ma dei fenomeni limitati e hanno ragioni diverse (economiche, sociali, politiche) e se non si distingue, si rischia di far confusione e di commettere delle gravi ingiustizie.

A quanti hanno e avranno responsabilità politiche spetta, in particolare, il compito di agire sul piano della progettazione, per individuare e realizzare modelli di integrazione e di coesione, aggregando tutte quelle forze sociali, culturali, educative, istituzionali ed ecclesiali che ne hanno competenza. Le odierne migrazioni spingono l’umanità intera e, in primo luogo, le comunità cristiane verso una visione e un impegno sempre più universali: in ogni tempo e luogo, un sano pluralismo allarga l’ambito della solidarietà e della fratellanza.

Alla nostra comunità spetta la sfida di armonizzare le linee di intervento non solo contribuendo a dare risposte alle emergenze che si manifestano ormai quotidianamente, ma anche integrando la prima accoglienza con la consulenza, la formazione e, ove possibile, con un cammino di crescita nella fede, creando vere e proprie reti di sostegno. L’idea di fondo è sempre quella di camminare insieme nella conoscenza reciproca, nel rispetto vicendevole, nella cultura della legalità e nella solidarietà cristiana, coscienti che nessuno è straniero né ospite nella Chiesa. Ancora più esplicitamente, Benedetto XVI ha affermato che «il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono».

I nostri atteggiamenti dovrebbero quindi discendere, come logica conseguenza, dalla nostra identità umana e cristiana ed essere espressione di una cultura dell’accoglienza. È questa l’unica possibile risposta alla storia, ai fatti della nostra vita, oltre che alle convinzioni e ai valori che guidano la nostra maniera di essere. È necessario perciò che partiamo dai dati di fatto per elaborare successivamente quelle ragioni, valori e convinzioni che devono guidarci nell’accostare i fratelli che vengono a casa nostra per condividere con noi la vita e il lavoro. Per noi cristiani è dalla nostra identità cristiana, forte ma aperta -, in dialogo cioè con tutti coloro che cercano come noi Dio – che dobbiamo prendere le mosse.

La presenza dell’extracomunitario, dell’immigrato che viene da fuori, è come un appello al quale noi dobbiamo rispondere: anzi proprio quella presenza ci chiede di diventare noi stessi “risposta”, responsabili, capaci cioè di risposta, di accoglienza!

Vito Caroli

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