Ciao Gianfranco!

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“Il Signore è il mio pastore non manco di nulla” (Salmo 22)

Sono queste le parole che mi hanno accompagnato sin dal giorno della ordinazione presbiterale, diciannove anni fa.
Spesso mi ritornano in mente, specialmente quando, come dice il salmo, mi sembra di camminare in una valle oscura: “se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me” (v. 4).
In questi ultimi mesi ci siamo incamminati nelle strade tortuose e impervie della malattia che ha bussato alla porta della nostra Comunità con la celerità e l’astuzia di un ladro.
A volte, questa è stata una corsa ad ostacoli: ne superavamo uno, per trovarne subito dopo un altro.
Altre volte, una corsa senza meta: si bussava ovunque, ma sempre la stessa risposta.
A volte, una corsa nel buio: si correva perché non ci si voleva fermare.
Giovanni, Tonia, Vito, Elisa, i parenti, gli amici, i medici, gli infermieri, l’Ospedale… tutti volevamo che questo cammino di fermasse, volevamo uscire da questa valle oscura.

Ma, mentre si bussava a tutte le consulenze e le cliniche possibili, è iniziata un’altra corsa: quella della preghiera. Ogni sera, con i giovani, ci siamo incontrati in Cattedrale per pregare, abbiamo chiesto a tutti di pregare, abbiamo pregato insieme. E in questa valle oscura il Signore ci è stato accanto, ha asciugato le nostre lacrime, ascoltato il nostro lamento, parlato ai nostri silenzi.

Mai in questi mesi ci è mancata la fede, la certezza che Dio fosse con noi, e che, mentre il seme si stava consumando, già le radici era piantate nel terreno.

Quando alla malattia di Gianfranco si è unita anche quella di don Giovanni mi è venuto in mente l’episodio della corsa degli apostoli Pietro e Giovanni verso il sepolcro di Cristo (cf. Gv 20). Tutti e due corrono, ma giunti al sepolcro, Giovanni, il più giovane, si ferma un attimo, e lascia entrare nel cuore del sepolcro, Pietro.
L’uno ha preparato la strada all’altro, l’uno ha corso con l’altro… e noi con loro.
Ma, giunti alla meta, ci hanno permesso di intravedere, attraverso la porta stretta della morte, la luce che illumina il sepolcro e abbiamo visto Gesù non solo come la fine del nostro pellegrinare, ma anche il fine della nostra vita.
Nell’amore abbiamo scoperto il senso del nostro pellegrinare, della nostra ricerca, del nostro buio.
Gesù è l’amore, e l’amore è ciò che muove ogni azione.

Abbiamo corso perché il nostro cuore è pieno di amore.
Ci siamo abbracciati perché il nostro cuore non può tenere per sé l’amore.
Abbiamo pianto perché il nostro cuore non può contenere l’amore.

Questo è il mistero intimo e impenetrabile del nostro essere Chiesa.
Senza l’amore saremmo una organizzazione;
senza l’amore ci allontaneremmo e gareggeremmo l’uno contro l’altro;
senza l’amore perderemmo l’essenziale, che è Cristo.
L’amore ci aiuta a superare tutto, anche le nostre fragilità e le nostre paure.
Quasi provvidenzialmente nel Campo scuola giovani, quest’estate, ci siamo sentiti dire “non avere paura”; non potevamo immaginare che questo invito l’avremmo sentito risuonare nel nostro cuore nella preghiera, nel dolore e nell’amore.

Oggi Gianfranco è passato dalla porta stretta della morte.
Ce lo sentiamo strappato dal cuore come da un misterioso e incomprensibile furto. Ma non siamo più poveri, ci ha lasciato la sua eredità, il suo testamento.
In particolare, lo ha consegnato ai giovani.
A loro ha trasmesso :
– l’entusiasmo della fede;
– l’operosità della vita cristiana;
– la partecipazione attiva e laboriosa alla vita della Chiesa;
– l’impegno nella vita sociale, culturale, scolastica come il primo modo per rispondere alla chiamata di Cristo.

Questo dono è il tesoro che Gianfranco ha fatto maturare e che ora consegna ad ognuno di noi: non sprechiamolo con la superficialità, né barattiamolo con scelte di poco conto!

Oggi piangiamo tutti: mamma, papà, Vito, Elisa, gli zii, i cugini, gli amici, tutta la parrocchia e chi lo ha conosciuto.
Oggi piange anche chi è chiamato ad essere ,nella Comunità, la guida e l’immagine di Cristo, buon pastore.
Ma il nostro pianto non è come quello di chi non ha speranza o è confuso.
Il nostro è come il pianto di Maria che, consapevole della sua fragilità, ha bagnato, con le sue lacrime, i piedi di Gesù; è come il pianto di Gesù alla notizia della morte dell’amico Lazzaro; è il pianto del pastore che ha nutrito e portato sulle sue spalle l’agnello e lo ha visto crescere nel campo di Dio;
è un pianto pieno di amore;
è il pianto che, come il freddo, precede un abbraccio;
è il pianto di una comunità che nel tempo è diventata un’unica famiglia dove tutti ci sentiamo ”fratelli, sorelle e madre” perché lo siamo di Gesù, l’unica guida e pastore del suo gregge;
è un pianto che purifica gli occhi della fede da qualsiasi piccolezze e scoria di umana fragilità e ci permette di vedere l’opera meravigliosa di Dio crescere in noi.

Carissimi Tonia e Giovanni, Vito ed Elisa,
grazie per la vostra fede, per l’esempio di famiglia cristiana, per la discrezione e l’affetto con il quale avete accompagnato Gianfranco e tutti noi in questo momento.
Vi siamo grati anche noi, sacerdoti, perché ci avete permesso di stare accanto a Gianfranco fino all’ultimo istante in un modo unico e indimenticabile facendoci vivere la misteriosa paternità e fraternità propria del nostro ministero.

I cristiani sono il corpo di Cristo, un’unica cosa in Lui, perciò da Lui non possono essere separati neppure dalla morte.
Quindi, se Gianfranco è in Cristo, noi siamo uniti a Lui per mezzo di Cristo e continuiamo a essere uniti tra noi per mezzo di Cristo.
Questa è la nostra fede, la nostra consolazione, la nostra speranza, l’amore che ci unisce.
Ora, continuiamo a camminare insieme, l’uno accanto all’altro, l’uno a servizio dell’altro, l’uno per l’altro con la certezza che Cristo, il Pastore vero riserva per noi “pascoli erbosi ed acque tranquille” (v. 2).

(don Mimmo Giannuzzi, omelia del 27 novembre 2014)

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