Quaresima 2014- “Non sprecate parole”

 

Non sprecate parole!

 

copertina-non-sprecate-paroleCome il popolo di Israele, anche noi, in questi quaranta giorni, percorreremo il cammino verso la Pasqua.

Iniziando questo percorso, la Parola di Dio ci esorta: pentiti, convertirti!

 

  • Prima di cominciare, fermiamoci

Non lasciamo cadere nel vuoto questo invito e, chiediamoci: sono disposto a convertirmi? A prendere sul serio questo invito del Signore?

Non diciamo subito “sì”: mettiamoci nel silenzio, entriamo nel “segreto del cuore”, dove il Signore ci parla, e chiediamoci se davvero siamo disposti a mettere in discussione, a modificare, a verificare alcuni nostri atteggiamenti.

Se abbiamo pronunciato il nostro “sì”, alziamoci in piedi: il Signore, che è la nostra forza, “renderà i nostri piedi agili come quelli delle cerve, facendoci camminare sulle vette dei monti” (Ab 3,11).

Ci attende un cammino di quaranta giorni, un percorso nel deserto dove sentiamo il fascino del silenzio, ma anche il peso dell’arsura e la fatica del camminare.

 

  • Non siamo soli

In questo cammino non siamo soli! Non dimentichiamolo nel momento della prova e della tentazione.

In questo cammino Gesù, con la sua Parola, è accanto e dentro di noi. Dio parla nel silenzio del cuore e lì agisce, incoraggia, perdona, consola[1].

In questo tempo di quaresima risuona nel cuore un invito della Parola: “convertiti”. È la parola che troviamo alle origini della nostra fede, il primo suono che ci ha svegliati dal torpore dell’incredulità, il primo richiamo che ha ridestato in noi il desiderio di cercare e seguire il Maestro: “convertiti”.

 

  • Il cammino quaresimale comunitario

Come ogni anno, all’inizio del cammino quaresimale, mi sono chiesto quale poteva essere l’esercizio penitenziale che il Signore chiede alla nostra comunità.

Vi propongo, perciò, una breve traccia per il nostro cammino.

Il vangelo di Matteo ci ha invitati a non separare la vita interiore dalle scelte esteriori: “non praticate la vostra giustizia davanti agli uomini” (Cf. Mt 6,1).

C’è una dimensione del nostro essere che unisce la vita interiore con quella esteriore: il linguaggio.

–        Con le nostre parole, noi tiriamo fuori ciò che abbiamo di più intimo: i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri giudizi.

–        Con le parole ci incontriamo, ci conosciamo, ci doniamo gli uni gli altri.

–        Con le parole ci relazioniamo con Dio, preghiamo, invochiamo. E proprio parlandoci della preghiera, Gesù ci dirà: “non sprecate parole” (6,7). La parola è un dono che non va sprecato!

In questo tempo di quaresima, perciò, vogliamo fare insieme una verifica del nostro linguaggio. Da dove partiamo?

 

  • Innanzitutto, le sorgenti

San Giacomo, nella sua lettera, ci ricorda che le con la bocca possiamo contemporaneamente benedire il Signore o maledire gli uomini: “dalla medesima bocca procede benedizione e maledizione”, perciò ci esorta “Fratelli miei, non dev’essere così. La fonte getta essa dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? Può, fratelli miei, un fico fare ulive, o una vite fichi? Neppure può una fonte salata dare acqua dolce” (Gc 3,10-12).

Un cuore vero pronuncia parole vere: la verifica dei nostri linguaggi è perciò una verifica del cuore. Una parola cattiva, invidiosa, bugiarda, sospettosa ci interroga sui sentimenti che portiamo nel cuore. Una parola misericordiosa, premurosa, pacificatrice riempie di pace il nostro cuore. Vogliamo fare una verifica del cuore a partire da tre tentazioni e due impegni.

 

  1. La tentazione della menzogna

Gesù nel Vangelo ci dice che il diavolo è “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44): è questa l’esperienza di Satana che facciamo anche noi come Adamo ed Eva. Il male ci inganna, ci illude, ci conduce pian piano fuori da noi e ci divide.

Il bisogno di verità, di autenticità, ci porta pian piano verso noi stessi e verso gli altri.

La fede e l’esperienza religiosa non sono un nickname, una maschera dietro cui ci nascondiamo per piacere a qualcuno, fosse anche Dio. La fede è un percorso – a volte anche doloroso – verso l’autenticità della nostra vita, dove non mancano fragilità, contraddizioni, sofferenze, ma anche consolazioni, gioie e speranze.

 

     2. La tentazione del giudizio

L’esigenza di verità non ci porta mai al giudizio, perché la verità più profonda su noi stessi è l’amore. Il giudizio è una menzogna su noi stessi, perché, agendo così, ci poniamo al posto di Dio. Chi sono io per giudicare? (cf. Gc 4,12) Come posso entrare nel cuore dell’uomo? Solo Dio può giudicare perché Lui “non guarda le apparenze ma il cuore dell’uomo” (1 Sam 16,6). Non giudicare non vuol dire restare indifferenti rispetto alla storia del mondo, ma entrare lentamente,con amore, nel cuore delle persone e delle situazioni, lasciarci coinvolgere e non “restare alla finestra” aspettando che passi la prossima vittima!

Gesù ci ha detto “non giudicate” (Lc 6,37), egli conosce il cuore dell’uomo e sa quanto siamo deboli, perciò ci mette in guardia con chiarezza e durezza!

 

      3. La tentazione della mormorazione

Il giudizio che compiamo con la mente e il cuore emerge con le nostre parole. Il termine “mormorare” è usato spesso nel Vangelo per gli scribi e i farisei, per indicare la durezza del loro cuore nell’accogliere il Signore.

La mormorazione è il lamento di un cuore duro, è il pianto di una ferita che non abbiamo ancora curato, è l’amplificazione di un male che non riusciamo a contenere nel cuore.

Quanto male può fare una lingua che mormora, calunnia, si compiace del pettegolezzo! S. Giacomo scrive: “è come un piccolo fuoco che può incendiare una grande foresta” (Gc 3,5). Potremmo pensare: “che male ho fatto? Che cosa ho detto? Ho sentito dire…”.

Sono piccoli fuochi che, a volte, incendiano le nostre famiglie, le nostre comunità, le nostre relazioni.

A queste due tentazioni possiamo rispondere con due atteggiamenti del cuore:

 

La riservatezza

La riservatezza e il segreto sono i segni dell’autenticità delle nostre relazioni. La persona riservata è una di cui ci si può fidare! Ma la riservatezza non è un istinto, è un esercizio continuo. Giacomo ci dice che “chi è capace di tenere a freno la lingua, è capace di tenere a freno tutto il corpo” (cf Gc 3,2).

La riservatezza è un segno di forza, è indice di capacità di autocontrollo e amore. Purtroppo oggi assistiamo ad una eccessiva esposizione della vita privata di persone anonime attraverso la tv, internet, o altri mezzi di comunicazione. Questo è il segno della grande solitudine che accompagna la nostra epoca: ci spiamo l’un l’altro pensando di conoscerci, ma restiamo soli dietro le nostre finestre!

Solo chi ama è riservato, è capace di abitare i segreti dell’altro senza aprire la porta del cuore. Poniamo un freno alla nostra lingua e “Dio, che vede nel segreto, ci ricompenserà”.

 

La benedizione

Il benedire è la parola di Dio sulla creazione: “e Dio vide che era cosa buona” (cf. Gen 1). Dio ci insegna a benedire, cioè a dire bene. Nella messa la benedizione è l’ultimo gesto del sacerdote sulla comunità. Per me è stato sempre un motivo di riflessione: mi ricorda che l’ultima parola sulla mia comunità deve essere sempre una benedizione. Vorrei condividere con voi questa ultima considerazione che diventa un augurio reciproco: che l’ultima parola tra noi sia sempre una benedizione, sia sempre una parola buona. Sentiamo per noi l’esortazione di Paolo: “Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. […] Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,26-32).

In questo tempo di Quaresima, la tradizione cristiana ci invita alla preghiera, al digiuno, all’elemosina.

Esercitiamo il nostro linguaggio nella preghiera del cuore, nel digiuno da parole futili o cattive, nell’elemosina, nel dono di parole di misericordia, bontà e perdono.

 

 

Buona Quaresima

Don Mimmo Giannuzzi

 



[1] S. Agostino ci introduce in questo mistero con una immagine: “Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L’agricoltore lavora l’albero dall’esterno: vi porta l’acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell’albero? È lui che riveste i rami nudi dell’ombra delle foglie? […] Chi invece agisce nell’interno? […]  Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Dio (1 Cor 3, 6-7)” (S. Agostino, commento alla 1 Gv 3,13).

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