Catechesi ritiro di Quaresima

Ritiro di Quaresima

Santeramo 23 febbraio 2013

Catechesi sul vangelo di Marco 2, 1-12

Comincia ad esserci familiare questo luogo e non solo perché siamo qui per la seconda settimana consecutiva, ma perché rivediamo volti, amici, persone con le quali sentiamo che sta crescendo una relazione, una fraternità, una comunione. Ma ci sono anche volti che incrociamo per la prima volta e ai quali ci presentiamo: Mariolina e Lorenzo, sposati da 24 anni, abbiamo tre figli di 21, 16 e 13 anni, e da settembre 2011 siamo stati chiamati dal vescovo a svolgere in diocesi il servizio di pastorale familiare. Quindi come direttori dell’Ufficio Famiglia collaboriamo con don Mimmo Giannuzzi che è il nostro riferimento o, per dirla in termini gerarchici, il nostro capo!! E a lui di certo non potevamo dire di no! Scherzi a parte, don Mimmo ci ha chiesto di condividere con voi la riflessione in questo ritiro sul tema del servizio e, prima che per voi, la meditazione di questa pagina del vangelo di Marco ha interpellato profondamente il nostro essere in servizio o, meglio, il nostro essere servizio. E’ sorprendente come una semplice preposizione possa cambiare completamente il significato di quello che, come cristiani e battezzati al servizio della Chiesa,
siamo chiamati ad essere. Essere in servizio, ci lascia immaginare di poter fare qualcosa senza sentirne direttamente la responsabilità, senza che necessariamente si debba essere coinvolti in ciò che ci è chiesto di fare. Pensiamo ad esempio a quando i genitori chiedono ai propri figli di fare
delle commissioni, dei servizi che, nella migliore delle ipotesi sono eseguiti proprio perchè non se ne può fare a meno . O quando sul luogo di lavoro ci viene chiesta una prestazione diversa dal solito e subito borbottiamo: “perché proprio a noi”, perché ci viene chiesto di più, e lo svolgiamo solo perché non possiamo sottrarci ad un dovere. O quando nella coppia accettiamo un certa divisione dei ruoli o distribuzione dei compiti per quieto vivere, per non urtare le sensibilità degli altri. O quando in parrocchia ci viene proposta una nuova attività pastorale, che magari sentiamo più come uno slancio creativo del parroco che come un bisogno di rinnovare il cammino di fede; o quando continuiamo i nostri incontri in parrocchia sostenuti dal fatto che più di un’oretta alla settimana non ci impegnano! Si può essere in servizio ma senza sentire la passione di testimoniare la novità che Cristo ha portato nella nostra vita.

Essere servizio, invece, richiama subito alla mente una dimensione strutturale, costitutiva del nostro essere cristiani, potremmo dire il nostro DNA. Per il cristiano il servizio non è un optional, qualcosa che si può o non si può fare, è un modo di essere, uno stile di vita, un atteggiamento che traspare in ogni situazione che siamo chiamati a vivere anche quando, e soprattutto, siamo fuori dagli ambienti della chiesa. Il servizio non è altro dalla nostra quotidianità, non è spiritualismo ma spiritualità incarnata. Non è una scelta a “condizione che” ma
dono totale e generoso di se stessi. Questo non vuol dire che dobbiamo sempre dire di sì ad ogni richiesta (e noi qualche problema cominciamo ad averlo!!), ma che in ogni cosa che facciamo dobbiamo mantenere l’atteggiamento di servizio che è attenzione, ascolto, accoglienza, disponibilità del cuore, preghiera.
La domanda che ci facciamo, a questo punto, è perché il Signore ci chiama al servizio, questo attuale in diocesi come i tanti altri precedenti e quelli che verranno. Lui ha già redento l’umanità.
Col suo sacrificio sulla croce ha salvato ogni uomo, allora perché chiama continuamente operai alla sua messe?
Man mano che camminiamo nella fede, diveniamo sempre più consapevoli che quello che conta agli occhi di Cristo non è la qualità, e tanto meno la quantità del servizio in se, ma la salvezza di colui che lo compie. Il servizio è un cammino di salvezza e di conversione per chi lo compie, noi
come coppia, i giovani come cristiani in cammino. Non è certo fare qualcosa per Gesù, come se Lui avesse necessariamente bisogno dei nostri servigi perché l’umanità possa essere salva. La prospettiva di Gesù sul servizio ribalta completamente la nostra: il servizio non è fare qualcosa per
gli altri ma fare qualcosa per noi stessi, per camminare e crescere nella fede, per convertirsi. Il servizio è una possibilità che ci è data di fare esperienza di Cristo. Non si può spiegare ad un adolescente cos’è l’amore finché non si innamora. E noi, anche se leggessimo mille libri sull’amore

non potremmo mai sperimentare cosa questo significhi nella nostra vita se non ci siamo dentro fino al collo. E gli innamorati sanno bene quante e quali cose pazze si fanno per l’amato. E quando si è innamorati gli altri se ne accorgono, anche se noi vogliamo tenerlo nascosto. Così è per Gesù: non possiamo annunciarlo agli altri se non lo abbiamo incontrato.

E se lo abbiamo incontrato gli altri vedranno una luce nuova in noi, si accorgeranno che c’è qualcosa di diverso anche se non diciamo
una parola. Tutti noi qui presenti abbiamo risposto ad una chiamata, svolgiamo un servizio nella comunità parrocchiale o facciamo un cammino: nei movimenti nei vari gruppi famiglia o per la liturgia o nella catechesi, e ancora, con e/o tra i giovani: (bene tutti noi) chiediamoci cosa è
cambiato in me da quando sono in cammino? Posso dare un nome ai miei cambiamenti? Mi è capitato di sentirmi dire dagli altri che sono cambiato, che sono diverso? E’ sempre presente e forte la tentazione di ridurre la nostra fede ad una elencazione di cose da fare e da non fare, certezze su cui accomodarsi invece di conservare domande ed essere sempre in ricerca. La tentazione di spiritualizzare troppo la nostra fede, di disincarnarla e viverla fuori dal corpo, fuori dalla carne, fuori dalla famiglia, dagli amici, dalla scuola, convincendoci che andiamo a fare un servizio in parrocchia, tenendo ben distinto ciò che accade lì dentro da ciò che accade fuori.

Succede, così, che è possibile vivere un servizio totalmente estroverso, proiettato tutto sulle cose da fare per gli altri; quasi che il nostro cammino sia direttamente proporzionale alla bontà delle nostre
scelte. Come coppia in servizio ci prodighiamo nella ricerca della soluzione più efficace: di quella che faccia partecipare più persone agli incontri, dei relatori più quotati, per poi non avere il tempo di incontrarsi fra amici, fra marito e moglie, per pregare insieme, per concedersi una tenerezza,
per guardarsi dentro. Pur seguendo Cristo, si può vivere la tentazione di trasformare lo slancio missionario verso gli altri in forza centrifuga, che ci allontana dall’intimità con noi stessi che è poi
l’intimità con Dio.
Questo ritiro, nel tempo di quaresima, è l’ occasione propizia per guarire la nostra fede, per guardare le nostre debolezze, le nostre ferite, i nostri limiti, per interrogarci sulla direzione del nostro cammino come singoli e come comunità.
E noi per farlo abbiamo scelto proprio un vangelo di guarigione. Ci soffermeremo, in particolar modo, sulla prima parte, concentrando l’attenzione su tre prospettive di lettura diverse che corrispondono ad altrettanti modelli in cui potersi riconoscere: quella dei barellieri, della folla e del
paralitico.
Allora per vivere questa breve esperienza di preghiera vi invitiamo a rilassarvi, trovare una comoda posizione del corpo, immedesimarvi nella scena e calarvi nei personaggi della situazione descritta.
Ora siamo barellieri, ora folla, ora paralitici.

I barellieri

“Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti
alla porta; ed egli annunciava loro la parola” (v1-2)
Gesù è in una casa di Cafarnao ad annunciare la Parola. La sua presenza raduna molta gente.
E’ una situazione che ci è molto familiare, potrebbe essere la messa della domenica, le giornate
di formazione diocesane, il congresso eucaristico, le celebrazioni di apertura della missione dei
seminaristi, le udienze del papa, l’Angelus in S. Pietro, questo ritiro, i tanti momenti liturgici forti
della vita della chiesa. Noi siamo lì.
“Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone”. (v. 3)
In questa assemblea c’è la folla che però non permettere ai barellieri di avvicinare il paralitico a
Gesù e ci sono i barellieri. Due diversi modi di vivere la fede. Torneremo più avanti sulla folla. Ora
concentriamo la nostra attenzione sui barellieri che “scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si
trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico” (v. 4)

I barellieri non desistono, non si arrendono di fronte alla oggettiva difficoltà, prendono il paralitico
sulle spalle, scavalcano la folla, salgono sul tetto, lo scoperchiano e, pieni di fiducia, lo calano
dinnanzi a Gesù, attendendosi il miracolo prodigioso!
Fermiamoci un attimo su questa scena. I barellieri credono che Gesù guarisce. La fiducia in Lui è
piena. Avevano tanto a cuore la sorte del paralitico che non hanno esitato a compiere un’ azione
da pazzi, sconvolgente, imprevista, che avrebbe potuto recare loro serie conseguenze. Sono
consapevoli che l’unica cosa che possono fare è portare il paralitico da Gesù, indicare la via per
la guarigione, credere contro ogni speranza. Senza l’intervento deciso e tenace di questi amici il
paralitico non avrebbe incontrato la sua guarigione. L’evangelista infatti sottolinea, nel versetto
successivo, che è proprio a motivo di questa loro azione che Gesù decide di guarire il malato.
“Gesù vedendo la loro fede, disse al paralitico…” (v. 5). Veduta la fede di coloro che lo portano,
non del paralitico. Il malato non chiede niente a Gesù, non parla, è immobile. E’ perdonato per la
fede di altri, per questa “cordata” di fiducia che solleva e da coraggio, per questa comunione di
fede.
Questi quattro sconosciuti ci danno un grande insegnamento: una fede che non si fa carico degli
altri non è vera fede. Essi portano il peso della malattia del paralitico e si caricano di tutte le
conseguenze della sua infermità, facendo al suo posto quello che lui non può fare. Che forza e
che follia, ma anche che delicatezza e attenzione hanno avuto questi uomini dei quali Gesù vede e
riconosce la fede. Essi sono il modello, il prototipo della comunità cristiana che sa farsi carico delle
fragilità e delle povertà dei propri fratelli per portarli davanti a Gesù.
Già questo basterebbe a metterci in crisi! Quante volte diciamo “bastano i problemi che abbiamo!!
Non possiamo caricarci di quelli degli altri!” E sicuramente tante volte non possiamo fare niente
di concreto o di materiale ma possiamo farci carico degli altri nella preghiera. Spesso ci capita di
rassicurare amici che li porteremo nella preghiera e in cuor nostro siamo certi che, dal momento
che proferiamo questa volontà, il Signore accolga la nostra intenzione. Poi però, non abbiamo la
tenacia, la forza, di portare quei nomi, quei volti, quelle malattie, quelle sofferenze, individualmente
e costantemente, davanti a Gesù nella preghiera. E’ come se affidata l’intenzione poi lasciamo
fare a Lui. Certo non sono i portatori che guariscono il paralitico, ma se non l’avessero portato da
Gesù, forse, per sempre sarebbe rimasto paralizzato. Potremmo dire che per il paralitico i barellieri
sono degli angeli. Gli angeli esistono nella nostra vita e noi ne abbiamo fatto esperienza! Gli angeli
sono tutte quelle persone che ci amano e credono in noi. Nella vita di coppia e di famiglia abbiamo
vissuto situazioni in cui credevamo di non poterci rialzare, di non poterne proprio venire fuori
ma poi è arrivata quella persona, quegli amici che ci hanno accompagnato e ci sono stati vicini
spiritualmente e materialmente. Credevamo di andare a picco, ma poi qualcuno ci ha portato da un
qualche Gesù per parlare, esprimere, ritrovare luce, ritrovare noi stessi che ci eravamo persi.
In certi momenti gli angeli ti salvano la vita. E noi siamo chiamati ad essere barellieri, angeli
sul cammino di tanti che si trovano in situazioni di sofferenza fisica e spirituale, di precarietà, di
solitudine.

La folla

“Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla….” (v. 4)
La folla rappresenta il comportamento inconsapevole. Quando arriva il paralitico, nessuno se
ne accorge. La casa è piena, c’è molta gente, tutti sono presi dalle parole di Gesù che neppure si
accorgono di ciò che succede. E’ vero, la folla è in ascolto di Gesù ma impedisce ai barellieri e al
paralitico l’incontro con la guarigione, con la libertà interiore, con la verità, con la vita.
Noi talvolta siamo così. Le nostre comunità parrocchiali, i nostri gruppi, talvolta sono così: poco
accoglienti con chi non è dei nostri, non attenti ai bisogni di chi si avvicina a noi ma non riesce ad
incrociare uno sguardo amico. Non siamo cattivi. Ma il non accorgerci dei nostri comportamenti,
il nostro vivere in superficie, ferisce, provoca sofferenza in chi ci sta vicino. La nostra indifferenza,
la nostra insensibilità possono inibire chi è in ricerca ed ha bisogno di incrociare uno sguardo

accogliente. Probabilmente circolano intorno a noi molti più paralitici di quanto immaginiamo ma
noi non ce ne accorgiamo. Magari siamo intenti a preparare incontri di preghiera, celebrazioni o
conferenze di sensibilizzazione dell’opinione pubblica – cose tutte buone e utili – ma se manca la
carità che è attenzione, cura e amore delle infermità del corpo ma soprattutto dello spirito – siamo
un cembalo che tintinna.. Noi vediamo le persone ma spesso non cogliamo la reale sofferenza,
quella profonda. Vediamo che sono tristi, che non riescono a sorridere, vediamo i figli che non si
sposano, vediamo la tensione in volto ma non cogliamo la reale sofferenza. Diciamo loro: “passerà
– vai dal dottore – fai così – succede a tutti – bisogna far finta di niente e andare avanti – hai tutto
cosa ti manca?” Ma non cogliendo la sofferenza profonda non possiamo aiutarle. A volte basta
poco, un sorriso, un abbraccio, l’ascolto e il cuore si apre ad una nuova possibilità, ad una nuova
speranza, ad una nuova vita. L’invito di Gesù è, anzitutto, ad accorgersi dell’altro. L’osservanza del
culto non deve distrarre dall’essenziale cioè dall’amore per il prossimo.
Spesso ci è capitato di accogliere nella nostra casa giovani, fidanzati, sposi, genitori in cerca di
ascolto e di orientamento nelle scelte di vita. A volte con problemi di fronte ai quali non sapevamo
proprio cosa dire e tanto meno cosa fare. L’unica cosa che potevamo fare era donare il nostro tempo
e la nostra attenzione, farli sentire a casa, accolti, ascoltati e così il nostro silenzio attento diventava
la cassa di risonanza dei turbamenti e delle emozioni che ognuno portava nel proprio cuore. Bastava
questo perché l’altro si sentisse sollevato e motivato a continuare la propria ricerca. Nessuno può
vivere la vita di un altro, trovare le soluzioni per lui. Nessuno può affrontare i problemi per conto
terzi. Guarire dalle proprie malattie, infermità è un compito personale. Altri possono fare la strada
con te, ma non possono fare la strada per te.
Pensiamo alla nostra vita in parrocchia, ai nostri incontri. Anche questi possono scadere in
relazioni di facciata e di esteriorità, impedendoci l’incontro con Gesù. La sfiducia negli altri e
l’orgoglio possono trasformare le nostre riunioni in una chimera. Esiste il rischio di trasformare
il cammino di fede in un incontro di salotto tra persone che ci tengono a mantenere un minimo di
buoni rapporti formali. E così è possibile che le nostre riunioni si susseguano – almeno per un certo
tempo e fino a un certo punto – in uno stato “farisaico”. Si può eludere il cammino di conversione
personale nel gruppo come anche nella coppia. Si può diventare estranei l’uno all’altro pur stando
insieme. Ci si può “non vedere” o “non riconoscersi” pur incontrandosi. Alla lunga ciò porta ad uno
svuotamento dal di dentro della vita di fede di una coppia o di un giovane.
Se siamo qui oggi, tutti noi, è perché almeno un po’ abbiamo tentato di farci largo tra la folla
per cercare di incontrare Gesù. Se siamo qui è perché vogliamo continuare questo cammino di
illuminazione.
Allora lasciamoci interpellare da questa parola e chiediamoci quanto nel nostro servizio siamo
barellieri e quanto siamo folla.

Il paralitico
Il vangelo ci presenta un paralitico. Il paralitico non fa nulla. Non parla, non dice una parola, non
si muove, non interviene, non cammina. Non ha neppure un nome: è come dire un uomo morto,
che ha smesso di vivere, che ha perso ogni forza. Il fatto che, disteso su un lettuccio, sia portato da
quattro persone, vuol dire che la sua paralisi è totale.
La paralisi nasce dalla paura. La paura paralizza, ti blocca. Ci sono migliaia di paralisi perché ci
sono migliaia di paure. C’è chi non sa prendere decisioni perché ha paura di sbagliare; chi non sa
dire di no perché ha paura di deludere, di perdere l’approvazione. C’è chi ha paura di soffrire, chi
dell’opinione altrui, chi di non essere amato, di rimanere da solo, di crescere, di invecchiare …. E
l’elenco potrebbe continuare!
Di fronte alla paura che ti dice : “non osare, non farlo, lascia stare, fermati”, la fede ti dice:
“provaci, osa, muoviti”
Ecco che allora la paralisi non è un problema fisico, corporeo, è l’animo che è paralizzato. E Gesù
lo sa e per dire quanto è forte e pericolosa questa invisibile ma reale paralisi interna, la chiama
peccato. “Figlio, ti sono perdonati i peccati” (v. 5), come dire ti libero da ciò che ti impedisce di

vivere.
A questo punto del racconto ci sembra quasi di percepire la delusione che avrà provato il paralitico
ed anche i quattro amici che lo avevano sollevato: “come ti sono rimessi i peccati!! Non è questo il
problema. Dammi piuttosto le gambe per camminare!”
Siamo al nocciolo della nostra fede. Il paralitico per guarire deve modificare il suo atteggiamento
interiore. Talvolta noi vogliamo guarire ma non vogliamo cambiare. E’ come dire:
– non voglio più fare incidenti in auto ma non voglio andare a meno di 180 all’ora. E così
continuo a fare incidenti;
– Vorrei che mio figlio mi parlasse. Sì, ma quando apre bocca hai sempre ragione tu! Non lo
lasci parlare!
– Vorrei avere meno ansia. Sì ma se continui a distruggerti perché tutto sia in ordine e a posto
o sotto controllo!? Continuerai ad alimentare la tua ansia.
Quante volte ci siamo detti: vorremmo più dialogo, più gioia in famiglia; più amici, più amore, che
si discutesse di più a tavola, ma poi dovrebbero sempre essere gli altri a cambiare. Il punto è che
non siamo disposti a cambiare il nostro atteggiamento interiore, a metterci in discussione.
Pensiamo che guarire dai propri problemi di coppia, personali, familiari sia come andare dal
dentista. Cosa succede? Ho una carie, vado dal dentista. Il dentista guarda, fa l’anestesia e fa
l’otturazione. Intanto penso a quello che devo fare dopo, guardo fuori, chiudo gli occhi e immagino
quello che voglio. Poi mi sveglio e tutto è a posto. Il dentista ha fatto il suo lavoro e la carie non c’è
più. Torno a casa e tutto torna come prima. Io sono stato passivo e qualcuno ha fatto il lavoro per
me.
Spiacenti ma guarire nelle fede non è come andare dal dentista!
Guarire è prendere contatto con la propria ferita anche se questa mi ripugna; è diventare
consapevole che è vero che senza Gesù non posso fare nulla, è Lui che guarisce, ma è anche vero
il contrario che Lui non può fare nulla senza di me, senza che io lo voglia. Io e non altri, né il
terapeuta, né il prete, né i medicinali possono curare la mia ferita.
Gesù dice al paralitico:“Alzati, prendi la tua barella e va a casa tua” ( v. 11). Cioè per prima
cosa alzati e cammina. Qualunque sia la tua situazione, qualunque sia il tuo errore, qualunque sia
il baratro nel quale sei caduto, qualunque sia la tua malattia o la tua disperazione: tirati su, riparti,
vai, provaci! Non rassegnarti, non adattarti alle situazioni: alzati e cammina. Smetti di buttarti giù,
di fare il bambino, di piangerti addosso. La vera maturità di una persona è quella di muoversi con le
proprie gambe, di essere libero di decidere, di fare le scelte, di prendersi le proprie responsabilità,
rischiando in prima persona, senza aver sempre bisogno di qualcuno che gli dica cosa debba fare.
“Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò..” (v. 12)
Gesù non ha detto al paralitico: prima guarisci e poi potrai vivere! Ma prendi il tuo lettuccio e
cammina. Il lettuccio è il segno della malattia, è il problema, è la paura, è il limite. Gesù non dice
buttalo via ma prendilo e cammina. E che il paralitico lo debba prendere sottobraccio davanti a tutti
vuol dire che deve accettare il suo problema anche se non è del tutto risolto.
Quel paralitico è ognuno di noi ed oggi il Signore ci dice: anche se non hai risolto del tutto il
problema puoi andare a casa lo stesso e sii felice. Anche se non ci riuscirai perfettamente, va
bene lo stesso. Anche se pensi di non essere la persona giusta per quel servizio, se qualcuno ti ha
chiamato vai. Io sarò con te.
Dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, con le nostre fragilità ed il nostro peccato senza farci
schiacciare da essi. Solo prendendone contatto ed accogliendoli possiamo riconciliarci con noi
stessi, trovare la pace interiore e amare e donare tutto di noi stessi agli altri. Invece noi vorremmo
prima essere sicuri, forti e poi affrontare il mondo e gli altri. Prima formarci e poi servire. Ma non
funziona così! Noi vorremmo essere perfetti e poi andare nel mondo. Ma non siamo così!
Forse non siamo in grado di affrontare oggi una platea, ma possiamo parlare ai nostri amici. Forse
non siamo capaci oggi di sostenere il giudizio contrario di tutto il paese, ma di alcune persone sì.
Forse non sempre riusciamo a dire di no, ma qualche no possiamo dirlo. Forse non possiamo fare
tutto, ma possiamo fare una parte. E se non possiamo fare tutto, non diciamo che non siamo capaci.

Allora, alziamoci, ognuno con il proprio lettuccio, con le proprie difficoltà, con le proprie

insicurezze e affrontiamo la vita.

Mariolina e Lorenzo

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